La continua ricerca della sperimentazione: i Gong
Gong (U.K. – 1969)
Parlare della discografia dei Gong è come entrare in un labirinto: di qualsiasi argomento parli c’è una faccia ed il suo contrario, a cominciare dalla nazionalità: il leader è l’australiano Daevid Allen, già membro dei Soft Machine; il luogo di fondazione del gruppo è la Francia, e diversi componenti che hanno fatto parte della band sono francesi, ma lo sviluppo del gruppo è avvenuto in Inghilterra, facendo diventare i Gong una band culto della scena di Canterbury, di cui i padri putativi erano i loro fratelli maggiori Soft Machine.
Il numero di musicisti che ha fluttuato attorno al progetto Gong è impressionante, al punto che per estrema sintesi li si è racchiusi in quella che generalmente è chiamata la “Gong Global Family”.
La discografia è ancora più complicata: tutto ruota attorno a quello che è chiamato Radio Gnome, di cui l’album di esordio, chiamato “Magick Brother, Magick Sister” verrà definito, a posteriori, il suo preludio. La musica proposta rispecchia alla perfezione le peculiarità della scena di Canterbury: rock psichedelico con moltissimi richiami al progressive, e soprattutto libero spazio all’improvvisazione e alla umoristica, tanto da raggiungere delle parti di completa anarchia musicale. Per cercare di far capire meglio, è come se Frank Zappa reinterpretasse i primi dischi dei Pink Floyd. Detto ciò, nonostante il disco risulti a tratti un po’troppo discontinuo, è comunque perlomeno interessante.
Per arrivare alla consacrazione definitiva, però, bisogna attendere il quarto album: “Flying Teapot” del 1973, che dà il via a quella che sarà conosciuta come la Radio Gnome Trilogy. I concetti espressi nell’album di esordio sono rielaborati in una maniera molto più fluida e meno con meno cacofonie fini a se stesse. Il lavoro fa trasparire la completa follia della band, ma è assolutamente geniale.
Ora, non so se è dovuto al subconscio, oppure è perché è davvero così, ma il seguente “Angel’s Egg” sembra proprio essere la naturale continuazione del precedente: è un attimino più pesante, ma le tematiche sono le stesse, ed è un altro ottimo lavoro. Le cose migliorano con la terza parte della trilogia “You” del 1974, altro proseguimento dei primi due. Questi tre dischi potrebbero essere identificati perfettamente in uno solo (in effetti accade così)
Fatto il meglio, la band si trova davanti al solito bivio: cercare di seguire una via un po’più commerciale, oppure essere completamente anarchici. Allen, probabilmente infastidito dal solo sospetto di una svolta commerciale, decise di abbandonare il gruppo, ed il leader diventò quell’ottimo batterista che risponde al nome di Pierre Moerlen. I nuovi lavori presentarono dei suoni più psichedelici, e la produzione andò avanti fino al 2004, ma senza niente di particolarmente notevole, se non i continui cambi di formazione che fecero sì che l’ultimo disco avesse come legame storico il solo fatto che alla batteria c’era il figlio di Moerlen. Questa fu la fine (probabile) di uno dei gruppi più controversi della storia del rock.