La sperimentazione psichedelica dei Velvet Underground
Velvet Underground (U.S.A. – 1967)
Non considerarli tra gli immortali della storia del rock sarebbe un delitto; i Velvet Underground sono infatti autori di alcuni dei momenti più geniali del genere.
L’esordio discografico è quel capolavoro chiamato “The Velvet Underground & Nico”, dove in certe canzoni figura la voce dell’enigmatica cantante Nico. Il disco si distingue dalla musica del momento per la sua audacia ed avanguardia: suona come un lavoro estremamente acido, composto da canzoni che al loro interno contengono migliaia di sfaccettature; nonostante l’indifferenza iniziale, questo disco divenne a buon diritto uno dei capisaldi del rock in assoluto.
Quando un gruppo esordisce con un capolavoro come il loro, è praticamente impossibile riuscire a ripetersi; a mio parere i Velvet Underground riescono addirittura a superarsi: “White Light, White Heat” è generalmente considerato un lavoro inferiore rispetto al precedente, io lo considero il migliore della loro discografia. La critica che viene fatta al disco è principalmente dovuta alla cattiva registrazione, che non permette di distinguere nitidamente i suoni. Personalmente penso che questo handicap abbia aumentato il fascino del disco, che risulta essere una confusa festa della psichedelica; in questo caso alla voce non c’è Nico, ma si alternano i due leader del gruppo: il chitarrista Lou Reed e colui che al momento era ancora più leader all’interno della band: il bassista John Cale.
Il terzo album, chiamato semplicemente “The Velvet Underground” vide un significativo cambiamento: John Cale abbandonò il gruppo, lasciando un buco gigantesco; il risultato è un disco decisamente buono, ma molto meno psichedelico e avanguardistico, lasciando spazio ad un rock più classico ed umano.
Tempo per un altro album, poi anche Lou Reed decise di abbandonare il gruppo, e qui è necessario aprire una parentesi: il chitarrista intraprese una carriera da solista, che musicalmente si rifà molto al rock classico americano, per poi andare avanti con gli anni e adattarsi alle sonorità new wave degli anni ’80; sicuramente quanto fatto con i Velvet Underground era irraggiungibile e tale rimase; va comunque assolutamente citato il suo secondo disco: “Transformer” del 1972, contenente il grandissimo successo “Walk on the Wild Side”. Un altro lavoro meritevole di citazione è “Sally Can’t Dance” del 1974, musicalmente meno introspettivo e malinconico di “Transformer”, ma più lineare e quasi più rappresentativo della carriera solista dell’artista.
Tornando al gruppo, nel 1973 esce il quinto e ultimo album: senza i due capisaldi Cale e Reed la band non riuscì a fare un lavoro particolarmente notevole, e la sua esistenza non ebbe più senso.
Negli anni ’80 e ’90 ci furono alcuni tentativi di reunion, accompagnati da uscite di inediti e raccolte, che personalmente non trovo molto interessanti.
I primi due album del gruppo, però, sono due vere e proprie pietre miliari del rock, e sono più che sufficienti per collocare la band nell’olimpo del rock.
