Continua il grande successo del tour degli Afterhours

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Gli Afterhours continuano il loro tour in tutta Italia, riconfermandosi esponenti di primo piano del mondo rock alternativo italiano. Martedì 23 Marzo 2010 saranno a Roma, all’Auditorium Conciliazione; giovedì 25 al Nuovo Teatro Carisport di Cesena e venerdì 26 al Grande Teatro di  Padova.

Fondata da Manuel Agnelli nel 1986, la band (il cui nome si ispira alla famosa canzone “Afterhours” dei Velvet Underground di Lou Reed), formata dallo stesso Agnelli (cantante), Giorgio Prette (batteria), Giorgio Ciccarelli (chitarra e tastiere), Roberto Dell’Era (basso) e Rodrigo D’Erasmo (violino), ha esordito nel 1988 con l’album “All The Good Children Go to Hell”, riscuotendo fin da subito un notevole successo.

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The Velvet Underground-White Light/White Heat

Uno dei miei album preferiti di sempre; personalmente mi sento di sbilanciarmi, e lo preferisco al loro esordio, generalmente ritenuto il loro capolavoro. Il punto di forza, paradossalmente, lo vedo nella registrazione, alquanto approssimativa e confusionaria; un meraviglioso esempio di caos.

La sperimentazione psichedelica dei Velvet Underground

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Velvet Underground (U.S.A. – 1967)

Non considerarli tra gli immortali della storia del rock sarebbe un delitto; i Velvet Underground sono infatti autori di alcuni dei momenti più geniali del genere.

L’esordio discografico è quel capolavoro chiamato “The Velvet Underground & Nico”, dove in certe canzoni figura la voce dell’enigmatica cantante Nico. Il disco si distingue dalla musica del momento per la sua audacia ed avanguardia: suona come un lavoro estremamente acido, composto da canzoni che al loro interno contengono migliaia di sfaccettature; nonostante l’indifferenza iniziale, questo disco divenne a buon diritto uno dei capisaldi del rock in assoluto.

Quando un gruppo esordisce con un capolavoro come il loro, è praticamente impossibile riuscire a ripetersi; a mio parere i Velvet Underground riescono addirittura a superarsi: “White Light, White Heat” è generalmente considerato un lavoro inferiore rispetto al precedente, io lo considero il migliore della loro discografia. La critica che viene fatta al disco è principalmente dovuta alla cattiva registrazione, che non permette di distinguere nitidamente i suoni. Personalmente penso che questo handicap abbia aumentato il fascino del disco, che risulta essere una confusa festa della psichedelica; in questo caso alla voce non c’è Nico, ma si alternano i due leader del gruppo: il chitarrista Lou Reed e colui che al momento era ancora più leader all’interno della band: il bassista John Cale.

Il terzo album, chiamato semplicemente “The Velvet Underground” vide un significativo cambiamento: John Cale abbandonò il gruppo, lasciando un buco gigantesco; il risultato è un disco decisamente buono, ma molto meno psichedelico e avanguardistico, lasciando spazio ad un rock più classico ed umano.

Tempo per un altro album, poi anche Lou Reed decise di abbandonare il gruppo, e qui è necessario aprire una parentesi: il chitarrista intraprese una carriera da solista, che musicalmente si rifà molto al rock classico americano, per poi andare avanti con gli anni e adattarsi alle sonorità new wave degli anni ’80; sicuramente quanto fatto con i Velvet Underground era irraggiungibile e tale rimase; va comunque assolutamente citato il suo secondo disco: “Transformer” del 1972, contenente il grandissimo successo “Walk on the Wild Side”. Un altro lavoro meritevole di citazione è “Sally Can’t Dance” del 1974, musicalmente meno introspettivo e malinconico di “Transformer”, ma più lineare e quasi più rappresentativo della carriera solista dell’artista.

Tornando al gruppo, nel 1973 esce il quinto e ultimo album: senza i due capisaldi Cale e Reed la band non riuscì a fare un lavoro particolarmente notevole, e la sua esistenza non ebbe più senso.

Negli anni ’80 e ’90 ci furono alcuni tentativi di reunion, accompagnati da uscite di inediti e raccolte, che personalmente non trovo molto interessanti.

I primi due album del gruppo, però, sono due vere e proprie pietre miliari del rock, e sono più che sufficienti per collocare la band nell’olimpo del rock.