La fondazione “Q” aiuta i giovani talenti musicali

fondazione

Siete appassionati di musica e vorreste introdurvi nel settore discografico, ma non sapete come fare e non avete conoscenze che possano aiutarvi? Per far sì che cantautori, interpreti, gruppi di ogni genere musicale ( ma l’opportunità verrà in seguito offerta anche a fotografi, video makers, scenografi, sound engineer, grafici e light designer)  possano realizzare i loro sogni, uno degli storici componenti del mitico gruppo dei Pooh, Red Canzian, ha creato, insieme ad Elvio Chiatellino e Marina Quadro, la Fondazione “Q” , che si è posta l’obiettivo di produrre un lavoro all’anno, se non di più, di un giovane talento, aiutandolo ad inserirsi in un ambiente lavorativo professionale che valorizzi esclusivamente i meriti di ciascuno e mettendo a disposizione arrangiatori, autori, musicisti e produttori per realizzare il disco di esordio.

Dal 22  marzo 2010  chi pensa di avere qualcosa da dire in campo artistico può candidarsi sul sito della fondazione www.fondazioneq.it.

Auguri!

Il rock latino americano di Carlos Santana

santana_abraxas

Santana (Messico – 1969)

Nella classifica dei migliori chitarristi del mondo, Carlos Santana occupa senza ombra di dubbio uno dei primissimi posti; personalmente ritengo che dopo Jimi Hendrix sia lui il miglior chitarrista della storia del rock

La sua attività è stata ed è tuttora lunghissima, con parecchi alti e, a dirla proprio tutta, anche parecchi scivoloni; questi ultimi, però, non potranno mai cancellare quanto di meraviglioso è stato fatto all’apice della carriera.

Il suo esordio è l’omonimo “Santana”, un capolavoro assoluto per capacità esecutiva ed originalità. I ritmi del rock psichedelico si mescolano in maniera del tutto inedita ed originalissima con quelli latino americani, facendo uscire qualcosa di estremamente elaborato, ma allo stesso tempo leggero all’ascolto. Il chitarrista di riferimento è senza dubbio Hendrix, ma la sua è una interpretazione del tutto personale e riuscitissima.

Se l’esordio è un capolavoro, il successivo “Abraxas” è sicuramente una pietra miliare del rock, e tranquillamente classificabile come uno dei migliori dischi di tutti i tempi, I singoli “Oye Como Va”, “Black Magic Woman” e “Samba Pa Ti” sono probabilmente i pezzi di maggior successo del chitarrista, che non cambia di una virgola il suo stile rispetto all’album precedente, ma riesce nell’impresa di migliorarne l’esecuzione.

Il genio dell’artista vede una perfetta realizzazione anche nel terzo “Santana III”, dove il chitarrista calca ulteriormente la mano sui ritmi latini: un’altra grande prova. Il seguente “Caravanserai”, invece, pur essendo un bell’album, rappresenta un passo indietro nella discografia: la musica proposta è più orientata verso il jazz e la fusion, ed è il primo lavoro nel quale non si affida ai suoi fidati collaboratori. Il risultato non è perfettamente riuscito.

Negli anni ’70 Santana continua a produrre dischi con regolare continuità; tra questi i più meritevoli sono “Amigos” del 1976 e, soprattutto “Festival”, splendido lavoro dove i ritmi samba la fanno da padrone; cantato sia in spagnolo sia in inglese, l’album si fa notare oltre che per i soliti virtuosismi di chitarra, soprattutto per i talentuosi assoli di bongo e percussioni.

Passando agli anni ’80, questi rappresentano per il chitarrista un netto momento di crisi: dapprima la produzione si sposta verso la disco music, poi cerca senza riuscirci di tornare alle origini, ed infine sperimenta un blues psichedelico buono per l’idea, ma bruttino nell’esecuzione. Di questo decennio solo “Shagò” del 1982 mi sembra essere un disco meritevole di citazione; paradossalmente questo sarà forse il più criticato della sua carriera.

Gli anni ’90 non rappresentano sicuramente un periodo migliore, infatti il chitarrista decide di prendersi una pausa riflessiva che dura dal 1994 al 1999, anno in cui esce “Supernatural”. In quegli anni Santana aveva decisamente perso di credibilità davanti agli occhi di critica e pubblico. La sua geniale trovata fu quella di riprendere i suoi tipici ritmi latini degli esordi e proiettarli verso un rock più sperimentale, togliendo la parte psichedelica; il risultato fu un successo di livello planetario, che gli fece riprendere con gli interessi la credibilità perduta. Personalmente ritengo che il disco sia piuttosto scadente, composto da canzoni di impatto immediato, ma che sostanzialmente non contengono niente di artisticamente valido; fatto sta che il successo ottenuto azzittirebbe chiunque.

I due lavori seguenti sono sullo stesso stile, ma con una differenza: mentre in “Supernatural” si poteva almeno trovare qualche riff carino, qui i pezzi sono realizzati in maniera veramente scadente e contornati di improbabili collaborazioni (come quella con Sean Paul).

Personalmente non ho mai avuto niente contro chi insegue il successo in maniera spudorata, ma da romantico sognatore speravo che Santana avesse potuto riottenerlo proseguendo con quanto di assolutamente eccelso ha fatto agli esordi.

Il talento dimenticato di Tim Buckley

tim buckley

Tim Buckley (U.S.A. – 1966)

Uno dei più grandi talenti vocali in assoluto mai esistiti nella storia del rock, che rischia quasi di essere completamente dimenticato. Nelle sue composizioni, appunto, il marchio di qualità e valore aggiunto è, appunto, la sua voce.
L’esordio del 1966 porta il suo stesso nome, ed è sicuramente uno dei migliori esempi di quel country-folk rock che aveva così tanto successo negli Stati Uniti. Le canzoni sono vivaci ed espressive, ed un altro elemerge prepotentemente è la chitarra, che in certi momenti ricorda le canzoni più lente e tendenti al folk dei Leppelin.
Il secondo lavoro è “Goodbye and Hello”, che personalmente ritengo il miglior lavoro dell’artista; la base country resta sempre, ma i ritmi diventano più complicati ed atmosferici, ricordando le tematiche di quello che da lì a breve sarebbe stato il movimento rock psichedelico, il tutto è sempre esaltato dall’inconfondibile caratteristica del cantautore: la voce.
“Happy Sad”è il terzo lavoro; in questo caso il titolo basta ed avanza a definire l’album: l’alternanza di ritmi vivaci e tristi è la costante del disco, ancor più che nei suoi precedenti.
A queste tre bombe sparate l’una dietro l’altra, l’artista non riuscì a dare seguito, o meglio: i lavori successivi abbandonano definitivamente le tonalità folk così meravigliosamente espresse fino a quel momento; viene ad essere protagonista una musica molto più introspettiva, che in certe occasioni si limita ad essere uno sfoggio delle sue doti vocali. La critica ritiene che questo sia il miglior periodo artistico di Tim Buckley, personalmente lo preferivo come “menestrello popolare”. Il pubblico, evidentemente, la pensò come me, così Tim Buckley decise di voltare ancora una volta pagina, per seguire le ritmiche del blues, con risultati piuttosto discreti, ma comunque non paragonabili ai livelli dei primi tre album.
Nel 1975 Tim Buckley morì (cosa non proprio insolita per un musicista rock…) per un mix di alcol e cocaina. Quello che ha lasciato, a mio parere, non è stato sufficientemente valorizzato; spero che non faccia la fine che temo, ossia quella di finire definitivamente nel dimenticatoio della musica.