Il rock graffiante degli Aerosmith

Aerosmith (U.S.A. – 1973)

Gruppo camaleontico, capace di adattarsi al cambiare dei gusti del grande pubblico, gli Aerosmith sono riusciti sempre e comunque a rimanere sulla cresta dell’onda.

Nati come cloni dei Rolling Stones, anche per una vaga somiglianza del leader, il cantante Steve Tyler, con Mick Jagger, esordiscono con l’omonimo album che richiama non poco il sound tipico degli Stones di “Aftermath”. Il disco, nonostante sia un po’acerbo, si fa comunque notare per le doti vocali del cantante, ma anche per i pezzi di chitarra di Joe Perry. In questo album, inoltre, è contenuto probabilmente il pezzo meglio riuscito della carriera degli Aerosmith: “Dream On”.

L’album che segna una prima consacrazione, comunque, è il terzo “Toys in Attic”, che abbraccia sonorità più vicine all’hard rock ed innalza definitivamente Tyler come artista e personalità di spicco. Gli album successivi, però, non riescono a ripetersi, e l’abbandono di Joe Perry ne certifica il momento di crisi, superato dal ritorno del chitarrista nel 1987, anno in cui esce “Permanent Vacation”; da qui inizia la seconda vita degli Aerosmith: i suoni si avvicinano a quel glam metal tanto di moda in quel periodo, ed i componenti della band si adattano alla perfezione a quello stile di vita eccessivo che in quegli anni era una componente essenziale per essere una rock star.

La consacrazione definitiva, però, arriva con il loro album meglio riuscito: “Pump” del 1989, dove i suoni delle chitarre sono ancora più alti, e la voce di Tyler si fa ancora più acuta. Brani divertenti e carichi di energia si alternano a ballate strappalacrime, in perfetto stile glam metal.

Dopo i primi anni degli anni ‘90, però, il genere musicale in questione perse di colpo interesse, ed agli Aerosmith toccò dover dare un’altra dimostrazione di maturità, ecco quindi “Get a Grip”. L’album segna un ritorno al rock-blues, con aggiunta di molte parti romantiche piene di effetto.

Da lì in avanti, però, la band sembra avere un interesse maggiore per la loro immagine di eterni giovani, piuttosto che per produzioni musicali rilevanti; gli ultimi dischi sono incentrati su qualche singolo di discreto impatto, che si lega perfettamente ai gusti musicali dei giorni nostri, ma sebbene il successo commerciale mi smentisca completamente, rimango comunque perplesso sulla qualità di questi ultimi lavori.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.

Il rock latino americano di Carlos Santana

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Santana (Messico – 1969)

Nella classifica dei migliori chitarristi del mondo, Carlos Santana occupa senza ombra di dubbio uno dei primissimi posti; personalmente ritengo che dopo Jimi Hendrix sia lui il miglior chitarrista della storia del rock

La sua attività è stata ed è tuttora lunghissima, con parecchi alti e, a dirla proprio tutta, anche parecchi scivoloni; questi ultimi, però, non potranno mai cancellare quanto di meraviglioso è stato fatto all’apice della carriera.

Il suo esordio è l’omonimo “Santana”, un capolavoro assoluto per capacità esecutiva ed originalità. I ritmi del rock psichedelico si mescolano in maniera del tutto inedita ed originalissima con quelli latino americani, facendo uscire qualcosa di estremamente elaborato, ma allo stesso tempo leggero all’ascolto. Il chitarrista di riferimento è senza dubbio Hendrix, ma la sua è una interpretazione del tutto personale e riuscitissima.

Se l’esordio è un capolavoro, il successivo “Abraxas” è sicuramente una pietra miliare del rock, e tranquillamente classificabile come uno dei migliori dischi di tutti i tempi, I singoli “Oye Como Va”, “Black Magic Woman” e “Samba Pa Ti” sono probabilmente i pezzi di maggior successo del chitarrista, che non cambia di una virgola il suo stile rispetto all’album precedente, ma riesce nell’impresa di migliorarne l’esecuzione.

Il genio dell’artista vede una perfetta realizzazione anche nel terzo “Santana III”, dove il chitarrista calca ulteriormente la mano sui ritmi latini: un’altra grande prova. Il seguente “Caravanserai”, invece, pur essendo un bell’album, rappresenta un passo indietro nella discografia: la musica proposta è più orientata verso il jazz e la fusion, ed è il primo lavoro nel quale non si affida ai suoi fidati collaboratori. Il risultato non è perfettamente riuscito.

Negli anni ’70 Santana continua a produrre dischi con regolare continuità; tra questi i più meritevoli sono “Amigos” del 1976 e, soprattutto “Festival”, splendido lavoro dove i ritmi samba la fanno da padrone; cantato sia in spagnolo sia in inglese, l’album si fa notare oltre che per i soliti virtuosismi di chitarra, soprattutto per i talentuosi assoli di bongo e percussioni.

Passando agli anni ’80, questi rappresentano per il chitarrista un netto momento di crisi: dapprima la produzione si sposta verso la disco music, poi cerca senza riuscirci di tornare alle origini, ed infine sperimenta un blues psichedelico buono per l’idea, ma bruttino nell’esecuzione. Di questo decennio solo “Shagò” del 1982 mi sembra essere un disco meritevole di citazione; paradossalmente questo sarà forse il più criticato della sua carriera.

Gli anni ’90 non rappresentano sicuramente un periodo migliore, infatti il chitarrista decide di prendersi una pausa riflessiva che dura dal 1994 al 1999, anno in cui esce “Supernatural”. In quegli anni Santana aveva decisamente perso di credibilità davanti agli occhi di critica e pubblico. La sua geniale trovata fu quella di riprendere i suoi tipici ritmi latini degli esordi e proiettarli verso un rock più sperimentale, togliendo la parte psichedelica; il risultato fu un successo di livello planetario, che gli fece riprendere con gli interessi la credibilità perduta. Personalmente ritengo che il disco sia piuttosto scadente, composto da canzoni di impatto immediato, ma che sostanzialmente non contengono niente di artisticamente valido; fatto sta che il successo ottenuto azzittirebbe chiunque.

I due lavori seguenti sono sullo stesso stile, ma con una differenza: mentre in “Supernatural” si poteva almeno trovare qualche riff carino, qui i pezzi sono realizzati in maniera veramente scadente e contornati di improbabili collaborazioni (come quella con Sean Paul).

Personalmente non ho mai avuto niente contro chi insegue il successo in maniera spudorata, ma da romantico sognatore speravo che Santana avesse potuto riottenerlo proseguendo con quanto di assolutamente eccelso ha fatto agli esordi.

L’hard rock raffinato dei Led Zeppelin

Led Zeppelin (U.K. – 1969)

Un’altra delle più belle pagine del rock. Spesso considerati i pionieri, nonché i massimi esponenti dell’hard rock, i Led Zeppelin sono e saranno sempre loro: Jimmy Page alla chitarra, Robert Plant alla voce, John Paul Jones al basso, e John Bohnam alla batteria. Personalmente ritengo che sia inutile e sbagliato ingabbiarli in un genere: i Led Zeppelin sono i Led Zeppelin, punto e basta.

Il loro omonimo album di esordio già mostra quanto di buono il gruppo sa fare: il ruolo di leader inizialmente lo si deve attribuire a Jimmy Page, chitarrista proveniente da quella fucina di talenti che erano gli Yardbirds (vedi Eric Clapton). I lunghi suoi lunghi assoli di chitarra sono stati si un costante punto di riferimento per l’hard rock, ma non è giusto limitare il tutto ad un insegnamento per le generazioni future: quanto proposto da Page è tuttora qualcosa di difficilmente raggiungibile.

Il seguente disco, senza grande sforzo di fantasia, si chiama “Led Zeppelin II”; il risultato è un ulteriore passo avanti: il disco è un autentico capolavoro. Page tira fuori riff ora estremamente aggressivi (Whole Lotta Love”), ora estremamente melodici (“Thank You”). Oltre al chitarrista, però, è necessario sottolineare la prestazione di Plant, che si adatta perfettamente alle ritmiche del disco.

Il terzo lavoro si chiama “Led Zeppelin III” e, sebbene ci sia un primo parziale cambiamento di stile, siamo di fronte ad un altro album eccezionale. I riff duri lasciano un po’più spazio a ritmi tipicamente folk, e preparano a quella che sarà la loro opera magna, intitolata semplicemente “IV”: uno dei migliori album in assoluto della storia del rock. L’eclettismo di tutti i componenti viene fuori come non mai; il disco è una continua esibizione di versatilità, ma sempre nel pieno rispetto della melodia. “Stairway to Heaven” è la canzone simbolo, e col tempo diventerà uno dei più famosi brani della storia del rock, ma è tutto l’album ad essere particolarmente mirabile.

Una volta fatto il meglio, la band riuscì ancora a rimanere su altissimi livelli col seguente “Houses of the Holy”, un altro disco fenomenale, il più selvaggio e brutale della loro discografia. In questo caso è Bohnam a farsi notare con la sua batteria.

Arrivati a questo punto, la band iniziò a fare cose “solamente” buone: “Physical Graffiti” è un disco più che carino all’ascolto, ma non aggiunge niente a quanto (tantissimo) di buono fatto in precedenza. Il seguente “Presence” rappresenta, ahimè, un passo indietro, mentre “In thug the out Door”, l’ultimo lavoro da studio della band, risulta divertente all’ascolto, ma niente di più.

Nel 1980 avviene il dramma: John Bohnam durante una festa a casa di Page fu trovato morto soffocato dal proprio vomito; i Led Zeppelin accusarono il colpo, tanto che la band decise di non continuare, e l’ultimo album prodotto dopo il 1980, tolte le raccolte, è il divertente “Coda”, composto da inediti e parti dal vivo. Che si trattasse di un omaggio a Bohnam lo si può chiaramente capire dall’ampio spazio lasciato alle ecletticissime esibizioni di batteria.

In conclusione, se i seguaci del rok classico si divertono a chiedersi se siano meglio i Beatles o i Rolling Stones, quelli del rock duro fanno lo stesso con Led Zeppelin e Deep Purple, continuando la tradizione degli aut-aut tanto cara agli inglesi.

Personalmente penso che i Led Zeppelin siano stati un gruppo magari di ascolto non immediato, ma sicuramente più universali e probabilmente anche più di impatto dei Deep Purple. Sicuramente sono un punto fondamentale della storia del rock.

I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

Con Jimi Hendrix la chitarra prende vita

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Jimi Hendrix (U.S.A. – 1967)

Se il rock può essere considerato una forma d’arte duratura nel tempo, questo lo si deve soprattutto a personaggi abili a dare espressività allo strumento più caratteristico del genere: la chitarra elettrica; Jimi Hendrix è stato, con ogni probabilità, il più grande genio della chitarra elettrica. Uno dei tantissimi manifesti della sua unicità è stata la sua esibizione a Woodstock, dove si cimentò in una interpretazione tutta sua dell’inno americano. Più in generale, nella sua brevissima discografia (4 album), si trovano migliaia e migliaia di espressioni del suo talento. Nonostante il chitarrista fosse americano di Seattle, convenzionalmente è considerabile inglese di adozione, dal momento che la sua band, la Jimi Hendrix Experience era composta da strumentisti inglesi.

L’esordio discografico è “Are You Experienced”: qualcosa di veramente mai sentito prima per la capacità di proporre riff sempre originali e vari, oltre che la fenomenale abilità negli assoli di chitarra. Tecnicamente il suo genere si può definire a cavallo tra il rock classico e quello psichedelico, condito con una buona dose di funky. Emotivamente è un album che lascia a bocca aperta per la sua versatilità, punto e basta. Dopo il primo dei King Crimson e il primo dei Doors, lo considero il miglior album della storia del rock.

“Axis: Bold as Love” è il suo degno successore; anche qui ogni singola canzone presenta un riff mai banale e le sperimentazioni sono continue, e sempre con risultati fenomenali.

“Eletric Ladyland” è il terzo lavoro da studio: anche qui un altro capolavoro. In questo caso è dedicato molto meno spazio alla melodia e alle ritmiche classiche, a favore di una continua sperimentazione; è sicuramente il lavoro più difficile all’ascolto prodotto da Hendrix, ma è l’ennesima prova della sua indiscutibile genialità.

Nel 1970, però, qualcosa inizia a scricchiolare: il bassista Noel Redding ed il batterista Mitch Mitchell lasciano il progetto, ed Hendrix si trovò costretto a cambiare i componenti, fondando la “Band of Gipsies”, che è anche il nome del suo quarto album. Qui di nota un netto cambio di stile rispetto ai lavori precedenti: la psichedelica lascia posto ad un rock blues di matrice più classica, le canzoni sono nettamente più lunghe; il risultato, comunque buono, è tuttavia un passo indietro rispetto ai lavori precedenti.

Il 18 Settembre del 1970 Jimi Hendrix fu costretto a mettere la parola fine alla sua breve, ma intensissima carriera: fu trovato morto nel suo appartamento di Londra, probabilmente per overdose. Se ne andò così, dopo soli tre anni di carriera, il più grande chitarrista della storia.

Un altro gruppo che ha fatto la storia del Rock: i Doors

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Doors (U.S.A. – 1967)

All’eterna domanda: “Chi è stato il miglior gruppo della storia del rock tra Beatles e Rolling Stones” c’è un gruppo, nemmeno troppo sparuto, di persone che risponde: i Doors. Io mi associo a questo terzo partito.

Autori di un rock maledetto, volto a scandalizzare, lasciare a bocca aperta, e soprattutto pieno di talento, i Doors esordiscono col loro omonimo “The Doors” nel 1967. Vedrete che il mio album preferito in assoluto nella storia del rock è “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson, ma questo si aggiudica la seconda posizione. Già dalle prime note del super classico “Break on Thruough” si capisce che questo, più che un album musicale è un continuo viaggio dal Paradiso all’Inferno e viceversa, senza fermate intermedie. Le ritmiche proposte sono talvolta celestiali, talvolta esoteriche fino all’inverosimile, ma sempre e comunque piene di atmosfera. I protagonisti in tal senso sono il chitarrista Robert Krieger e, ancora di più, il tastierista Raymond Manzarek, sicuramente il più grande tastierista della storia del rock. A tutto questo bisogna aggiungere uno strumento musicale che solo i Doors possono vantare: la voce di Jim Morrison, narratore quanto mai perfetto per descrivere questo viaggio tra Inferno e Paradiso; anche in questo caso stiamo parlando di uno dei più grandi talenti musicali mai esistiti, e probabilmente del più grande leader carismatico della storia della musica. Nel disco ci sono altri due singoli destinati a rimanere nella storia: “Light My Fire” e “The End”, canzoni perfette a sintetizzare la genialità del gruppo, ma è ogni singola canzone del disco a rappresentare un tipo di rock che non ha mai avuto precedenti e probabilmente non avrà mai successori.

“Strange Days” è il secondo album, e anche qui non andiamo lontano dai primissimi posti della classifica dei migliori album della storia; fra i tre strumenti nei quali i Doors primeggiano (chitarra, tastiera, voce) qui è proprio quest’ultima a prendere il sopravvento; questo risulterà essere il lavoro più introspettivo della band.

Nel 1968 esce il terzo “Waiting for the Sun”risposta dei Doors all’intervento americano in Vietnam; loro, considerati come personaggi negativi, propongono l’amore come alternativa alla guerra; è forse il disco più impegnato per quanto riguarda i testi, e musicalmente le peculiarità del gruppo sono ancora espresse al massimo; inutile dire che anche questo è uno dei migliori album della storia.

Il quarto disco è “The Soft Parade”, e qui c’è un primo vero cambiamento: la voce di Jim Morrison mai è stata così tanto protagonista, ed unita alle nuove sonorità di Manzarek, più tendenti a nuove sperimentazioni come anche lo swing, fa sembrare il lavoro una specie di omaggio al talento di Jim Morrison. In questo album si vede anche un netto avvicinamento a quel blues che sarà grande protagonista nell’ultima parte della loro carriera.

“Morrison Hotel” è l’album successivo, e rappresenta, incredibile a dirsi, il primo passo indietro rispetto agli elevatissimi standard del gruppo: la canzone di apertura “Roadhouse Blues” è uno dei pezzi più famosi della storia, ma il resto del disco non soddisfa le aspettative: è un classico blues suonato più che discretamente, con solita protagonista la voce di Jim Morrison, ma è considerabile “solamente” come un ottimo album blues, non come una pietra miliare della musica; il capolavoro, comunque, non tarda a tornare: “L.A. Woman” è il sesto ed ultimo album da studio. Le sonoritò atmosferiche, a tratti celestiali, a tratti maledette del primo album sono state decisamente abbandonate a favore di quello che sembra essere il nuovo amore della band: il blues. La creatività del gruppo qui emerge molto di più che nel suo predecessore; l’unica eccezione musicale, che rappresenta un ritorno alle origini, è la canzone “Raiders on the Storm”, canzone atmosferica che rappresenta, neanche a farlo apposta, il sipario che si abbassa sul gruppo. Il 3 Luglio 1971 Jim Morrison viene trovato morto nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi; il cadavere, a dire il vero, è stato visto solo dalla sua compagna e dal medico, dando così il via ad una serie di leggende metropolitane su una presunta fuga chissà dove.

Non ho voluto parlare di quegli eccessi che hanno sempre accompagnato la vita dei componenti della band, perché li ritengo un dettaglio assolutamente di secondaria importanza rispetto al talento musicale, ma è arcinoto che anche il loro stile di vita sia stato un argomento di interesse per la storia del rock.

Jim Morrison era chiaramente impossibile da rimpiazzare, per cui il gruppo si è limitato a cercare di fare uscire qualche album postumo con la voce presa da registrazioni precedenti; preferirei non dire quello che penso a riguardo. Nel 1973, comunque, arrivò lo scioglimento definitivo, sebbene ci siano continue ristampe, greatest hits o quant’altro.

A mio modesto parere, i Doors hanno rappresentato la pagina più bella della storia del rock

I grandi cantautori di folk rock americano: Simon and Garfunkel

Simon & Garfunkel (U.S.A. – 1964)

Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e Art Garfunkel. In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era inevitabilmente influenzato dalla musica folk; i due non furono da meno, anzi, per moltissimi aspetti si potrebbero addirittura definire come i fratelli minori di Bob Dylan.
Il vero grosso successo per il duo arriva col secondo album, “Sounds of Silence”; il disco, come detto, è pervaso dal folk classico, riadattato in maniera ancor più pacifica e rilassante. La title-track è uno dei pezzi più famosi del gruppo e, più in generale, della storia della musica, anche perché colonna sonora del film “Il Laureato”. L’album di per sé non è male, ma è un po’troppo incentrato sul singolo e su poche altre canzoni: alcuni pezzi sembrano essere fatti volontariamente per contorno.
Le cose migliorano sensibilmente con il quarto album: “Bookends” del 1968. In questo disco si trova l’altro super classico del gruppo: “Mrs. Robinson”, anch’essa nella colonna sonora de “Il Laureato”. In questo caso, il disco è molto più completo, e al suo interno si possono trovare molti spunti interessanti e vari.
Nel 1970 esce “Bridge over Troubeled Water”, che segna un certo cambiamento rispetto ai lavori precedenti: il sound inizia ad avvicinarsi al rock di stile inglese, le canzoni diventano complesse ed articolate come mai precedentemente. Tra i pezzi dell’album non c’è il singolo davvero immortale, ma ci sono molte canzoni estremamente varie e tutte valide, infatti i singoli estratti hanno comunque avuto grandissimo successo. Tale versatilità fa si che quest’ultimo è sicuramente il lavoro meglio riuscito del duo.
Arrivati al loro apice artistico, i due, mai molto in sintonia a livello personale, iniziano a scontrarsi in maniera più decisa del solito, e lo scioglimento spesse volte paventato, questa volta accadde veramente. Entrambi continueranno con lunghissime carriere soliste di interesse secondario (soprattutto quella di Garfunkel) e comunque incentrate sui loro vecchi successi; le numerose richieste da parte dei fans di una reunion non riuscirono, né probabilmente riusciranno mai, a farli produrre un nuovo disco da studio.
Una carriera di 5 album è relativamente breve, il paragone con Bob Dylan vede, chiaramente, vincere quest’ultimo, ma già il fatto che fare un paragone tra loro non sia così scandaloso, è segno che qualcosa (neanche poco) di buono lo hanno fatto.

I Rolling Stones: gruppo rock a 360 gradi

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Rolling Stones (U.K. – 1964)

Il gruppo rock alternativo per eccellenza. Nella prima metà degli anni ’60, quando il rock aveva iniziato a prendere piede, questo genere negli Stati Uniti seguiva una classica linea ispirata al folk, nel Regno Unito si prediligevano le linee guida tracciate dai Beatles, e la tematica principalmente trattata era l’amore.
Quando uscì l’omonimo esordio dei Rolling Stones, la reazione fu quella di un lampo che squarciò il cielo: per la prima volta il rock tirò fuori quell’immagine aggressiva, che da lì in poi diventò una delle caratteristiche principali del genere.
Musicalmente parlando si tratta di un lavoro molto graffiante, dove immediatamente emerge il talento dei due leader: il cantante Mick Jagger ed il chitarrista Keith Richards; la voce alta e quasi gridata del primo si sposa perfettamente con una distorsione della chitarra ce per i tempi aveva raggiunto livelli veramente estremi. Il lavoro, come molti dischi di esordio in quei tempi, è composto da 9 cover, e comprende una versione britannica ed una americana (fastidiosissima abitudine che il gruppo si porterà avanti diversi anni). Di per sé il lavoro non è male, ma nemmeno niente di particolarmente rilevante; la sua importanza, quello si, è data dal fatto che questo sarà il biglietto da visita di quella che poi sarà la loro carriera. La peculiarità che emerge è in un fatto particolarissimo: in quegli anni la scena musicale americana e quella britannica erano nettamente differenti: ci si mette pochissimi secondi a riconoscere la provenienza di una rock band di quei tempi; i Rolling Stones furono la prima band a fare una musica di tipo trasversale, aprendo gli orizzonti di quella scena British che ha sempre avuto il limite enorme di essere estremamente chiusa. Nonostante questa peculiarità, è curioso vedere come le versioni americane dei loro dischi siano così differenti da quelle britanniche.
Nei successivi dischi, il gruppo sforna dei singoli destinati a rimanere nella storia, come “Everybody Needs Somebody to Love”, divenuto un vero e proprio tormentone grazie ai Blues Brothers, e soprattutto “Satisfaction”. Gli album che li contengono, in verità, non sono granché; per arrivare alla consacrazione, anzi al vero e proprio capolavoro, bisogna passare ad “Aftermath”, che nella sua versione americana è un vero e proprio pezzo di storia del rock. Qui c’è il definitivo stacco dal cordone ombelicale che aveva tenuto il gruppo in un certo senso attaccati sia ai Beatles, sia a Bob Dylan. Il rock qui proposto è aggressivo, atmosferico, senza mezzi compromessi; la canzone “Paint it Black” rappresenta il punto più alto della carriera artistica del gruppo. L’anno di uscita è il 1966, per cui sappiamo quale è il contesto in cui la band si trova, ma questa volta veramente i Rolling Stones hanno iniziato a candidarsi seriamente come il miglior gruppo della storia; a rimettere le gerarchie come prima, i Beatles sono dovuti uscire con “Sgt. Peppers”.
Il successivo “Between the Buttons”smentisce quanto detto prima: il sound qui proposto si rifà molto a quello contemporaneamente proposto da Beatles e Beach Boys. Il disco di per sé non è male, ma sembra avere meno personalità dei precedenti, per questo lo ritengo un leggero passo indietro, così come il sequente “Their Satanic Majesties Request”, che si ispirava un po’troppo al periodo esoterico beatlesiano.
Il seguente “Beggars Banquet”rappresenta di fatto un ritorno alle origini, e anticipa un altro capolavoro assoluto: “Let it Bleed”, altra prova eccelsa del gruppo, che raggiunse così una seconda consacrazione.
Il seguente “Sticky Fingers” fu la conferma della seconda consacrazione, e dopo “Aftermath” è il lavoro meglio riuscito della band. Il disco diventò a tutti gli effetti il simbolo del gruppo, a cominciare dalla copertina, la celeberrima “Tongue & Lip” di Andy Wharol; questo lavoro rappresenta, inoltre, l’apice artistico di Keith Richards, che per tutto l’album sforna a getto continuo riff al vetriolo.
Arrivati al loro culmine, la band inizia lentamente, ma inesorabilmente, con la discesa: i dischi successivi si fanno notare solamente per qualche singolo, come per esempio “Angie” o “Start me up”; l’unico album veramente all’altezza del nome del gruppo è “Some Girls” del 1978.
Nel periodo sopra citato il genere proposto dal gruppo si sposta dapprima verso un rock classico di matrice americana, poi, verso un classico rock ‘n roll di matrice americana, poi, all’inizio degli anni ’80, lo spostamento verso il pop fu piuttosto netto, perdendo gran parte delle loro peculiarità artistiche. Negli anni ’90 la band produsse poco materiale, ma comunque piuttosto notevole: “Voodo Lounge” rappresenta un bel ritorno ai vecchi fasti: sicuramente non è un capolavoro, ma è comunque un manifesto di vitalità. Negli anni seguenti i due album prodotti da studio ottennero un relativo successo solo grazie al loro nome, ma in effetti non c’è niente di particolarmente notevole.
Tirando le somme, è difficile dare un giudizio secco sulla carriera dei Rolling Stones: tre pietre miliari e almeno due album eccellenti sono un risultato comunque invidiabile, ma se il tutto avviene in una carriera di oltre 40 anni, mi viene un attimo da ricredermi: non penso che siano un gruppo da podio nella storia del rock, ma sicuramente sono da collocare in una ipotetica top ten.

La storia del rock: i Beatles

A-Hard-Days-Night

Beatles (U.K. – 1963)

Tra tutti i 100, questo è il gruppo sul quale sono più tranquillo nel fare la recensione: qualsiasi cosa scriva, ci sarà sempre qualcuno che troverà qualcosa da criticarmi, tanto vale che quindi non mi sforzi ed esprima senza problemi le mie opinioni.
Il gruppo è inglese di Liverpool, luogo ormai diventato meta di pellegrinaggi di migliaia di fans e, cosa più unica che rara nel rock, è sempre riuscito a tenere la stessa line-up: McCartney, Lennon, Harrison, Starr, attorno ai quali gravitarono altri personaggi comunque sempre da considerare esterni.
Sin dai primi album si è sempre percepito che ci si trovava davanti ad un gruppo che avrebbe cambiato la storia universale della musica. Da qui prendeva forma definitiva quello che poi sarebbe propriamente diventato il rock: la loro musica rappresentava alla perfezione quello sfogo ribelle che faceva tanto divertire i ragazzi e scandalizzare i genitori. Il primo album in cui personalmente vedo qualcosa di veramente valido, fatta eccezione per qualche singolo carino e spensierato dei primi due dischi, è però il terzo “Hard Day’s Night” del 1964: non è uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma da questo momento si inizia a capire che il genere composto dal quartetto è qualcosa che va oltre l’essere un fenomeno passeggero.
E’ però col quinto album, “Help”, che arriva il salto di qualità (ed arriva veramente alla grande): la canzone “Yeserday” rimarrà come una delle più famose nella storia della musica, ma andando oltre, bisogna sottolineare che è tutto l’album che inizia ad avere una struttura ben definita, una certa elaborazione e complessità. A questo punto anche i detrattori del rock iniziano a ricredersi, ma c’è bisogno di un’altra prova di maturità; la risposta del gruppo fu “Rubber Soul”: un album parecchio più complesso e riflessivo dei precedenti; dalla critica fu accolto come quel lavoro che convinse tutti sulla loro genialità, le tematiche controverse qui trattate, come l’alcol e la droga, fecero rimanere la critica a bocca aperta. Personalmente non lo considero tra i miei album preferiti, probabilmente perché il gruppo, a forza di essere sicuro di poter dimostrare che ciò che fanno lo sanno fare e bene, fa diventare il disco un po’troppo presuntuoso, con canzoni spezzate che sembrano voler essere un subliminale saggio di bravura piuttosto che pezzi musicali veri e propri, ma a questo lavoro va dato il merito indiscutibile di aver fatto da apripista a quella che a mio parere è la miglior espressione del genio dei Beatles: “Revolver” del 1966. Il genere della band oramai non ha più quella patina di melenso, quello che il gruppo esprime ora è una versione acidissima dei loro esordi. La versatilità dei quattro musicisti si sente a turno in ogni singola canzone dell’album, facendogli iniziare il culmine della loro carriera; quest’album, infatti, fece a sua volta da apripista a quello che è considerato quasi unanimemente dalla critica il miglior lavoro mai prodotto nella storia della musica rock: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967. Come già detto a questo preferisco “Revolver”, ma qui è solo questione di gusti personali; quello che riconosco è che questo lavoro merita un capitolo a parte.
In quegli anni per essere presi davvero sul serio da una critica forse eccessivamente sofisticata, l’unico modo era quello di fare un “concept album”: un filo conduttore lega tutte le canzoni del disco e la musica funge da colonna sonora della storia. Nel caso di quest’album, i Beatles si misero da parte, lasciando il compito di narratore al Sergente Pepper, accompagnato dalla sua Band.
Detto che si tratta di un “concept album” un altro argomento su cui bisogna parlare è, mai nella storia della musica come in questo caso, la copertina dell’album: l’idea è semplice e geniale, una specie di foto-collage dove i quattro sono ritratti assieme ad altre persone o personaggi, tra cui spiccano i volti, per esempio di Albert Einstein, o di Marlon Brando; la leggenda vuole, inoltre, che nel “casting” fossero stati presi in considerazione e poi scartati, altri personaggi quali Gesù o Adolf Hitler. Tale copertina fu comunque ripresa, riadattata e personalizzata in infinite occasioni, diventando a buon diritto una delle più grandi espressioni artistiche dell’intero ‘900.
Fate queste premesse, veniamo all’album il rock della band si fa a tratti più psichedelico e comunque molto più contorto, l’esasperata ricerca della melodia viene messa in secondo piano, a favore di una ricerca per la sperimentazione; il risultato, soprattutto considerati i precedenti della band, lascia semplicemente sbigottiti. In questo lavoro, a differenza che in tutti gli altri passati e futuri, non c’è la canzone destinata a diventare tormentone, o il singolo che continua a girare nelle radio; in verità la canzone “Lucy in the Skies With Diamonds” diventò soggetta ad un numero di interpretazioni tutte differenti tra di loro, che solo questa meriterebbe un altro capitol a parte, ma musicalmente non è stata assolutamente concepita come singolo prettamente commerciale; tutto l’album è un unico singolo, l’errore più grosso sarebbe estrapolare un pezzo da quello che è il suo unico habitat naturale, per questo è rarissimo sentire per radio un pezzo di questo disco, nonostante sia convenzionalmente considerato il miglior album rock di sempre. Nella sua compattezza il risultato è oggettivamente eccezionale, ma quasi incredibilmente, mi spiazza il fatto che non ci sia il super singolo.
Raggiunto il punto più alto della loro carriera, i Beatles riuscirono ancora a tenere livelli qualitativi eccellenti col seguente “Magical Mistery Tour”, che riprende le sonorità di “Help!”. Da questo momento in poi, però, si iniziò a percepire che le personalità dei singoli componenti erano diventate troppo forti per poter essere ingabbiate tutte in un’unica band, ed i progetti personali, soprattutto di Lennon, ebbero la priorità rispetto alle esigenze del gruppo; i lavori che seguono ne risentirono, nonostante gli album in sé siano piuttosto discreti, manca tuttavia la genialità dei singoli membri. Tra questi, il disco che emerge è comunque “Abbey Road” del 1969, che a sua volta presenta un’altra copertina capolavoro, nella quale i quattro Beatles attraversano le strisce pedonali, in un’altra immagine destinata a diventare anch’essa simbolo del ‘900.
L’ultimo lavoro fu quel “Let it Be”, che con la sua title track funziona da perfetto pezzo di chiusura di una carriera sempre sulla cresta dell’onda.
La discografia comprende anche una serie di riedizioni, inedite, collane, che raggiunge una quantità prossima all’infinito, ma per rispetto della credibilità del gruppo penso sia meglio non soffermarsi.
Dieci anni dopo l’ultimo disco, il mito dei Beatles subì un colpo che diventò a tutti gli effetti la mazzata finale: nel 1980, a New York, John Lennon fu ucciso da un accanito (e a quanto pare invasato) fan della band, quasi a voler mettere la pietra tombale su questo pezzo di storia.