I gruppi rock degli anni ’90: i Nirvana ed il grunge

Nirvana (U.S.A. – 1989)

Seattle.

Raramente (forse mai) una città è stata così fortemente legata ad una band e ad un genere musicale. Verso gli inizi degli anni ’90, infatti, dalle fogne dell’underground di Seattle uscirono come topi centinaia e centinaia di band musicali; l’associazione era bivalente: se un gruppo è di Seattle automaticamente fa grunge; allo stesso modo, un gruppo, per essere considerato grunge, deve provenire da Seattle.

Il valore musicale di queste band non era neanche cattivo, ma il loro periodo storico si limitò a quei 3-4 anni in cui il grunge era in auge. L’industrialità della città dettava i ritmi malinconici, depressivi, e venivano mischiati con le basi classiche e aggressive del punk. Quello che viene fuori non è un movimento di protesta, ma un movimento che si arrende prima di combattere: la rockstar alternativa non è più un vincente contornato di donne come i Motley Crue, ma è un perdente (nel caso dei Nirvana il leader Kurt Cobain è bello, maledetto, ma fondamentalmente un depresso cronico). In questo contesto i Nirvana sono il prodotto più rappresentativo della città di Seattle (anche Jimi Hendirx era di lì, ma in quel caso il legame è pressoché nullo).

L’album di esordio (“Bleach”) serve a delineare i caratteri, ma il grunge vero e proprio doveva ancora venir fuori, ed emerse due anni dopo con il seguente “Nevermind”, probabilmente l’album più significativo nella storia del rock degli ultimi 25 anni. Le basi, come detto, sono quelle tipiche del punk, suonato con un po’più di cura; il nichilismo nei testi ed i ritmi rallentati e cadenzati rendono l’album un’icona non ancora spodestata della generazione post anni ’80. Protagonista assoluto, manco a dirlo, è Kurt Cobain: la sua voce è bassa e decadente, tanto da essere paragonata (in maniera assolutamente spropositata) a quella di Jim Morrison; la chitarra fa riff semplici e orecchiabilissimi, sporcati di quel tanto che basta per esaltare la melodia delle canzoni. “Smells Like Teen Spirits” è un tormentone che durò per anni, ed il suo riff è uno dei più noti della storia del rock. Sebbene non sia questo il genere che normalmente ascolto, penso che sarebbe un delitto non attribuire a quest’album la giusta importanza che merita.

Il lavoro seguente, dopo una raccolta di b-sides (“Incesticide”), è “In Utero”; sebbene anche qui le caratteristiche del grunge ci siano tutte, il gruppo sposta leggermente il tiro verso un suono più metal; il disco è più che buono, ma chiaramente non raggiunge le vette del precedente.

Il 08/04/1994 la depressione che tanto aveva fatto il successo della musica dei Nirvana, ebbe la meglio su Cobain, trovato morto a Seattle per un sospetto suicidio. Morto il leader, il gruppo raggiunge il suo massimo di notorietà.

E’curioso notare che quando muore il leader di una band, gli album postumi, soprattutto se ottenuti da registrazioni precedenti, risultino essere alquanto scadenti, ma in questo caso l’edizione postuma dell’ “MTV Unplugged in New York” rappresenta la vera consacrazione della band. L’album, pur rientrando nella categoria live, deve essere considerato come un episodio a parte: l’esibizione acustica di Cobain in pezzi del gruppo e cover di altre band è qualcosa che lascia semplicemente a bocca aperta. Se prima c’era qualche dubbio sulla loro grandiosità, questo disco spazza via ogni dubbio.

Finita l’avventura con i Nirvana, per gli altri due membri del gruppo iniziarono dei nuovi progetti; particolarmente attivo fu l’estroso batterista Dave Grohl che, tra le altre cose, divenne leader dei Foo Fighters, un gruppo rock crossover molto divertente che, ancora in attività, è stato capace di produrre lavori meritevoli, come il bellissimo “There is Nothing Left to Lose” del 1999.

In conclusione, c’è chi pensa che i Nirvana siano stati un fenomeno passeggero; io penso che le dimostrazioni di bravura, invece, siano state diverse. Non stiamo parlando del gruppo migliore della storia, ma sicuramente di qualcosa di molto più concreto che una meteora.

Il punto più alto della New Wave: gli Smiths

The Smiths (U,K. – 1984)

Visto i commenti fatti riguardo a gruppi più o meno simili è difficile da credersi, ma gli Smiths sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. In effetti non c’è un motivo particolare, semplicemente quello che hanno prodotto lo hanno fatto alla grande.

Musicalmente parlando fanno parte di quel movimento che gravita attorno al punk, meglio conosciuto come New Wave; in verità questa definizione si addice più ad un movimento artistico che ad un genere musicale, in quanto era etichettabile a personaggi che cercavano di sperimentare nuove sonorità, moderne per l’epoca, ma senza eccedere negli estremismi del punk, ma anche senza piegarsi alle leggi del mercato dettate dal pop. Chiaramente una definizione così racchiude molti gruppi diversi tra loro, per qui ritengo giusto entrare un po’più nello specifico e considerare gli Smiths come un gruppo proto-indie, in quanto anticipa di parecchi anni quello che poi verrà ripreso, per esempio, dai The Killers.

Il loro fantastico album di esordio, “The Smiths”, è un perfetto esempio di quel genere musicale che si è cercato di spiegare in precedenza: più raffinato del punk, meno oscuro del dark, finisce con l’accontentare tutti; quello che risalta è la particolarissima voce di Morrisey, leader del gruppo assieme al chitarrista Johnny Marr.

Dopo un esordio da fuochi d’artificio, il gruppo fece parlare di sé dal punto di vista sociale con il seguente “Meat is Murder”, che evidenzia alcuni eccessi della società capitalista. Musicalmente è un netto passo indietro rispetto al precedente, con tematiche musicali forse più orecchiabili, ma sicuramente più scontate; poco male: nel 1986 la band ebbe modo di rifarsi, e con gli interessi: “The Queen is Dead” è il loro capolavoro; torna lo stile indie-new wave, ma le ritmiche riescono ad essere ancora più azzeccate che nell’album di esordio. Normalmente non parlo dei singoli prodotti dalla band, ma in questo caso è quanto mai necessario fare una eccezione: l’ascolto del disco va assolutamente integrato con i singoli non presenti nell’album “Panic” e “Ask”, probabilmente i pezzi meglio riusciti del gruppo.

All’apice della loro carriera gli Smiths si limitarono a fare un quarto album simile nelle sonorità al secondo, ma più riuscito nel risultato finale, e poi si sciolsero; i due leader intrapresero le carriere soliste, ma solamente quella di Morrisey è meritevole di una certa rilevanza, che comunque a confronto con quanto aveva fatto col gruppo è piuttosto trascurabile.

Nonostante molte richieste di reunion, gli Smiths si limitarono solamente a questi quattro album; tra questi ne sono bastati due per inserirli tra i grandissimi della musica; certo che la curiosità di vedere se il gruppo sarebbe riuscito a produrre qualcos’altro di così buono c’è, ma se la luce si era spenta, forse è stato meglio finire così. Chissà.

La carriera dei R.E.M.

R.E.M. (U.S.A. – 1983)

Parlare della carriera dei R.E.M. è come percorrere le tappe della via di una persona di successo: gli inizi passati ad interpretare un rock di tipo classico; una seconda parte di carriera dedicata ad esaltare le proprie capacità, diventando così il gruppo preferito nei college americani; una terza fase in cui sperimentano qualcosa di più impegnato, ed una finale nella quale da alunni sono diventati maestri.

I primi album, appunto, pur non essendo male nel complesso, denotano comunque una certa inesperienza da parte della band, che si limita ad eseguire dei pezzi palesemente ispirati al classico folk rock; nonostante ciò, l’album di esordio “Murmur”, pur nella sua semplicità, è veramente notevole.
Il quinto album,“Document” del 1987, rappresenta invece una prima svolta: il gruppo inizia a sperimentare suoni più legati all’alternative rock ed al rock psichedelico, pur lasciando il cordone ombelicale che lo vede legato al folk tradizionale; il risultato è un gran bel lavoro, completo e maturo. La band sfruttò questo lavoro un po’come una tesi di laurea da illustrare al proprio datore di lavoro: la Warner Bros. E’impressionante come il cambio di etichetta discografica possa rappresentare una svolta così netta nella carriera di un artista; “Green” è il primo album con la nuova casa discografica, e pur rimanendo sugli alti livelli di “Document”, fa notare una differenza immensa nella produzione, e tale miglioramento permise ai R.E.M. di iniziare la scalata ad un successo di livello universale, che arriverà col seguente “Out of Time”; l’album è semplicemente eccezionale. Le tematiche proposte sono quelle tipiche di un rock classico, allegro e movimentato, a tratti introspettivo; i singoli “Shinny Happy People” e soprattutto “Losing My Religion” diventano due successi mondiali e rappresentano al massimo la vena creativa del gruppo.

Nel 1992 arriva un ulteriore passo avanti: “Automatic for the People”, la vera punta di diamante del gruppo. Dall’uscita dell’album fino ai giorni nostri non riesco a trovare nessun altro disco che riesca a superarlo. Si tratta di un capolavoro nel quale le tematiche riflessive ed i suoni cupi e rallentati cospargono l’album di una atmosfera del tutto particolare. La band raggiunse una maturità che andò oltre l’immaginabile.

Negli anni successivi, come era normale prevedere, i R.E.M. non riuscirono a ripetere il successo artistico della loro opera magna; commercialmente parlando, però, avevano ottenuto una credibilità tal per cui ogni lavoro da loro prodotto diventava un successo mondiale. Musicalmente hanno continuato a scegliere la linea melodica di “Automatic for the People”, artisticamente i risultati sono stati di gran lunga inferiori. Nei successivi cinque album spiccano soltanto alcuni singoli e nonostante il successo commerciale ottenuto grazie anche al forte carisma del leader, il cantante Mike Stipe, e ad un lodevole impegno del gruppo per il sociale, in particolare per quanto riguarda l’ecologia; artisticamente parlando, però, si trova poco di rilevante.

“Accelerate” del 2008 viene dopo questo periodo, e rappresenta un deciso ritorno alle origini; come dice la parola stessa le canzoni sono molto più veloci che negli ultimi dischi, magari meno impegnate e più facili all’ascolto, ma sicuramente più incisive. Si tratta di un bel ritorno che, si spera e si suppone, avrà ancora seguito.

I Cure ed il Dark

Cure (U.K. – 1979)

Devo dire la verità, non sono un grande fan della scena dark degli anni ’80, per cui non nascondo di trovarmi in grossa difficoltà a parlare del genere. La difficoltà aumenta se devo parlare di quel gruppo che ne il massimo esponente e del quale, pur non essendone un fan, ne riconosco comunque le capacità compositive; in breve, sarà difficile parlare dei Cure.

Ci troviamo, tanto per cambiare, nel Regno Unito: il fenomeno Sex Pistols era diventato più che altro un fenomeno di costume ed il punk non solo veniva accettato ma, smacco ancora peggiore, la gente aveva iniziato a farci l’abitudine. Contemporaneamente al punk stava prendendo sempre più piede quello che poi sarebbe diventato un vero fenomeno di massa: il pop. Un singolare punto di incontro tra questi due movimenti così distanti tra di loro potrebbe essere il dark.

Presentato il contesto storico, per la discografia dei Cure è necessario iniziare a parlare del loro secondo album “Seventeen Seconds”, quello che si può vedere come una rude forma di dark. Le tastiere diventano le grandi protagoniste; le atmosfere sono cupe e lente, con estrema attenzione verso la parte elettronica; il tutto produce un suono artificiale e (almeno questo concedetemelo…) volutamente di cattivo gusto: l’indole dark non è dissimile da quella punk, la differenza principale sta nell’atmosfera di fondo, molto più tetra. L’album fa da apripista a quelli che saranno poi i successi della band, tra cui è necessario quantomeno citare “Pornography”; personalmente però, considero proprio questo il miglior lavoro della band: la freddezza del suono della tastiera che pervade tutto l’album fa raggelare l’ascoltatore; a livello di espressività è un gran risultato.

Nel 1983 viene fatto uscire “Japanese Whispers”, un album di inediti e b-sdes; le sonorità sono molto più pop, ma a dire il vero trovo il lavoro molto divertente ed orecchiabile.

Nella seconda metà degli anni ’80 la band proseguì producendo album con sonorità dichiaratamente più pop, mettendo in secondo piano quel dark che li aveva resi celebri; questi lavori nella loro totalità finiscono con l’essere un po’troppo orientati al successo commerciale, lasciando in secondo piano quelle capacità che al di là dei gusti personali, il gruppo ha ampiamente dimostrato nei primi lavori. Tuttavia anche in questi dischi sono presenti alcuni pezzi piuttosto divertenti che certificano il successo ottenuto.

Nei giorni nostri la band è più o meno attiva, e gli ultimi lavori segnano un certo ritorno al dark, ma come quasi la totalità dei gruppi storici, anche in questo caso il meglio sembra esserci già stato. Questa è la storia dei leader assoluti della scena dark.

L’heavy metal dei Van Halen

Van Halen (U.S.A. – 1978)

Il miglior gruppo heavy metal di sempre. In realtà limitare un gruppo come i Van Halen ad un unico genere è quanto meno riduttivo: il leader della band, il chitarrista Eddy Van Halen, ha dimostrato in diverse occasioni di essere uno dei migliori chitarristi della storia, grazie alla sua particolare maniera di suonare in tapping, per questo è giusto considerare i Van Halen come un grandissimo gruppo, anche fuori dal contesto metal.

L’omonimo esordio è una vera e propria pietra miliare del rock: quanto proposto da Kiss e Judas Priest viene reinterpretato e completamente stravolto: in ogni singola canzone Van Halen tira fuori una serie impressionante di riff potenti, complicati, rapidi e chi più ne ha più ne metta. Il disco lascia senza parole per l’energia che emana, e tra le canzoni è giusto citare la cover di “You Really Got Me” dei Kinks ed “Ain’t Talking ‘bout Love”, ripresa più avanti dagli Apollo 440. Personalmente questo lavoro lo considero il punto più alto della discografia della band, anche grazie alla voce altissima e tipicamente metal di David Lee Roth, unico membro esterno alla famiglia di origine olandese.

Negli anni ’80 il gruppo prese la strada più tipicamente heavy metal, dimostrando di essere valido, ma senza spiccare particolarmente, ma nel 1984 arriva il secondo capolavoro, chiamato appunto “1984” e contenente il loro singolo di più grande successo: “Jump”. Il gruppo potrebbe costruire un’intera carriera su questa canzone per quanto ottenuto a livello commerciale, ma è tutto l’album ad essere davvero fenomenale, anzi, “Jump” è forse il pezzo più scontato. Il genere del disco è un metal che strizza l’occhio al pop, ed il tutto è talmente ben fatto da rendere l’album inattaccabile sotto ogni punto di vista. Il 1984 fu anche l’anno in cui David Lee Roth lasciò il gruppo, scegliendo una carriera solista che vide la collaborazione, fra gli altri, del chitarrista Steve Vai: i lavori prodotti furono piuttosto (parecchio) kitch, ma ai Van Halen, con il nuovo cantante Sammy Hagar (sia ben inteso, la colpa non è da attribuire al nuovo vocalist). Di questo periodo vanno ricordati gli scontri a distanza tra il gruppo e l’ex cantante, mentre dal punto di vista della musica, non c’è niente di negativo, ma anche davvero poco di valido.

Il fondo, purtroppo, il gruppo lo toccò nel 1998 con “Van Halen III”, con alla voce Gary Cherone, ex cantante degli Extreme, un gruppo glam metal diventato famoso nel mondo per la canzone “More Than Words”, diventata un classico della musica da spiaggia davanti al falò. Adesso sembra essere tornata la pace tra il cantante storico ed i tre fratelli, ma di album da studio nemmeno l’ombra; forse è meglio così, trovo giusto che Eddy Van Halen venga ricordato esclusivamente per il suo talento artistico, non merita di essere screditato.

Dire Straits: uno dei migliori gruppi rock degli anni ’70-’80

Dire Straits (U.K. – 1978)

Se il rock è riuscito a sopravvivere agli attacchi bilaterali di punk e pop, questo lo si deve ad alcuni martiri; tra questi, coloro che più di tutti si tennero fedeli alle linee guida classiche furono i Dire Straits, che ebbero l’ulteriore merito di adattare il tutto alle sonorità in voga di quel periodo.

L’omonimo esordio è catalogato (non so veramente perché) come punk; in verità spiegare il genere del gruppo è davvero facile: classico rock anni ’70 che prende spunto sia dai canoni britannici sia da quelli americani; c’è però un particolare che funziona da valore aggiunto della band: la splendida chitarra di Mark Knopfler, che accompagna costantemente tutti i pezzi meglio riusciti del gruppo; l’album si eleva decisamente dal punk dell’epoca, è perfino imbarazzante il paragone; pur vivendo della luce riflessa del singolo “Sultans of Swing” (forse il pezzo più famoso di tutta la loro carriera), bisogna sottolineare che il disco presenta in tutta la sua durata parecchi altri spunti interessanti.

“Making Movies” è il terzo album; nel suo complesso non raggiunge l’esordio, ma comprende alcuni dei pezzi meglio riusciti della band, uno su tutti “Romeo & Juliet”. Nell’album è la chitarra di Knopfler, molto più della voce, ad essere l’io narrante delle canzoni.

Nel 1983, poi, i Dire Straits fanno uscire il quinto “Brothers in Arms”. Questo è sicuramente uno dei punti più alti dell’intero panorama rock degli anni ’80, un capolavoro assoluto. La chitarra di Knopfler è più che mai protagonista assoluta, dando il ritmo ai brani ed esaltandoli al tempo stesso, mischiando in maniera perfetta talento ed orecchiabilità. Le canzoni degne di nota si sprecano, ma, paradossalmente, quelle meglio riuscite sono “Walk of Life”, che segue un riff di tastiera e “Your Latest Trick”, ritmata dal sassofono. La chitarra, comunque, ha modo di farsi notare all’interno di ogni singola canzone.

Tra “Brothers in Arms” ed il successivo album da studio “On Every Street” passano addirittura otto anni, nei quali Knopfler sembra più interessato ai progetti personali che a quelli della band; il disco non ha il successo di pubblico del precedente, ma forse è stato eccessivamente sottovalutato: per le sonorità si può tranquillamente definire il seguito ben riuscito del loro capolavoro, con il difetto che è capitato in un periodo storico in cui all’interno del panorama rock c’era una grandissima ricerca di sonorità alternative, col venir meno di quelle classiche.

Il gruppo, più che sciogliersi, decise di spegnersi lentamente ed in silenzio; Mark Knopfler continuò con la sua carriera da solista, con qualche alto e basso. Egli è tuttora in attività e sembra aver un particolare talento per le colonne sonore: avrà moto di farsi risentire; c’è da ripetere che nessuno è riuscito a tenere vivo negli anni ’80 il puro rock come i Dire Straits.

I Television e l’inizio della New Wave

Television (U.S.A. – 1977)

Potevano essere gli U2. Se c’era un gruppo che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva fatto vedere già dalle prime battute che aveva tutte le carte in regola per diventare la band del futuro questi erano sicuramente i Television. Musicalmente li si può inserire in quel contesto della New Wave di non facile descrizione, nel quale vedremo come protagonisti gli Smiths. In effetti sembrano una via di mezzo tra gli Smith sessi e quei gruppi più pop sempre racchiudibili nel calderone della New Wave, come per esempio i Talking Heads.

Se ci avete fato caso sto parlando di un fenomeno quasi esclusivamente britannico: il sound del gruppo è, infatti, molto più tendente al british che a quello del loro paese di origine; non a caso, infatti, sono stati molto più apprezzati nel nostro continente.

L’esordio “Marquee Moon” è qualcosa di semplicemente fenomenale: è la perfetta sintesi del rock proposto alla fine degli anni ’70, risposta molto più intelligente a quel punk che proprio in quell’anno regnava sovrano. Il merito della riuscita del disco va principalmente attribuito al leader della band: il cantante e chitarrista Tom Verlaine, abilissimo ad esaltare all’ennesima potenza quanto proposto dal gruppo, grazie alle sue perfette linee melodiche. Verlaine si sbizzarrisce per tutto l’album a tirar fuori riff orecchiabili ma assolutamente scontati; questo genere di rock, leggero nell’ascolto ma non nel contenuto fu quello che fece la fortuna, appunto, degli U2.

Il seguente “Adventure”, pur non raggiungendo le genialità del precedente, rimane comunque un bell’album rock di ascolto dacile e divertente. La critica però, evidentemente abituata troppo bene da Verlaine e soci, aveva stroncato il disco oltre le sue colpe. Il secondo capitolo fu anche l’ultimo della saga dei Television; Tom Verlaine continuò con una carriera solista che, nonostante i riscontri abbastanza positivi, non mi sembra paragonabile a quello che potenzialmente avrebbe potuto fare col gruppo. A dire il vero la band si rifondò per l’omonimo album nel 1993: quello che è triste è che tale disco passò quasi completamente inosservato e anch’esso fu considerato negativo oltre i propri demeriti.

In conclusione, quello dei Television è e forse rimane il più clamoroso caso di gruppo meteora: esordio discografico folgorante e sparizione quasi immediata. Continuo a pensare che sarebbero potuti essere gli U2.

L’hard rock unico degli AC/DC

AC/DC (Australia – 1975)

Sicuramente uno dei gruppi dalla personalità più forte nella storia della musica. Il meccanismo apparentemente sembra semplice: si prende l’hard rock di inizio anni ’70, lo si mischia con il blues, si accelera il tutto, ed ecco gli AC/DC.

Questa combinazione perfettamente dosata dal quartetto portò un sound particolarissimo che ha marcato negli anni tutti i lavori del gruppo, quasi come fosse una specie di marchio registrato: non si riescono, infatti, a trovare band ai quali il gruppo si sia particolarmente ispirato, e sicuramente non c’è stato nessuno in grado di seguire le loro orme, tralasciando le numerose tribute band.

Le canzoni si sviluppano tutte sui taglienti riff di chitarra di Angus Young, personalità di spicco degli AC/DC sia a livello musicale, sia per quanto riguarda l’immagine: negli show dal vivo si presenta sempre con un look tutto suo composto da giacca, cravatta, cappellino con la visiera e bermuda (quest’ultimo un tributo alla loro Australia); l’immagine che traspare della band è quella dei ragazzini cattivi. A completamento dello stile musicale, l’aggiunta delle parti ritmiche del chitarrista Malcom, fratello di Angus, a dare una struttura alla versatilità del primo.

Il loro disco di esordio è il fantastico “High Voltage”, album che spazza come un tornado il canonico hard rock precedentemente sentito: l’album è di un’incisività davvero incredibile.

Quello che ritengo il loro miglior lavoro, è comunque il terzo “Let There Be Rock”, album leggermente più blues dei precedenti, ma nel quale Angus Young si sbizzarrisce più che mai con i suoi riff ed assoli, consacrando gli AC/DC al grande pubblico. La loro abilità sta nel fatto di tirar fuori sempre qualcosa di originale all’interno di un sound ben consolidato, e a tal proposito calza a pennello un altro grandissimo lavoro, il quinto “Highway to Hell”, nel quale viene fuori il loro lato oscuro e propriamente hard rock.

All’apice del successo, però, gli AC/DC dovettero fare fronte al momento più difficile della loro carriera: la morte del cantante Bon Scott, avvenuta in circostanze ancora poco chiare, sebbene il motivo principale sembri essere l’abuso di alcol.

Una volta assorbito il colpo, la band tornò con un altro grandissimo lavoro: “Back in Black”, album culto che segna l’immediata rinascita del gruppo. La voce aggressiva ma pulita di Bon Scott viene sostituita da un elemento che diventerà un’altra peculiarità della band: la voce secchissima di Brian Johnson. Il risultato è semplicemente spettacolare.

Negli anni successivi gli AC/DC andarono avanti con altri buoni lavori, ma per un’altra pietra miliare bisogna aspettare 10 anni: nel 1990 esce “The Razors Edge”: per l’occasione Angus Young forse come non mai sforna riff che lasciano a bocca aperte, le ritmiche sono ancora più incisive e si fanno più pulite, grazie a sonorità più moderne. Il successo mondiale è assoluto, e consacra gli AC/DC probabilmente come la band australiana più popolare nella storia. Andando avanti con gli anni, come normale che sia, anche loro iniziarono a sentire il peso degli anni, e gli altri tre lavori da studio, pur non negativi non raggiungono i livelli eccelsi degli altri.

Gli AC/DC rimarranno sempre e comunque una delle band di assoluto riferimento nel panorama dell’hard rock, e sicuramente un gruppo di culto al quale rimane pressoché impossibile provare ad ispirarsi senza essere assorbiti dal loro enorme carisma.

Il Rock operaio del Boss: Bruce Springsteen

Bruce Springsteen (U.S.A. – 1973)

Uno dei simboli degli Stati Uniti d’America. Più di lui solo Bob Dylan è riuscito a proiettare nella sua musica un’intera nazione. Il genere proposto da “The Boss” Bruce Sprinsteen è rock, puro e semplice rock, di quello che dà energia ed infiamma gli animi così come piace agli americani.

Venendo alla discografia, nei primi due album il cantautore inizia a mettere le basi per quella che sarà la sua carriera: si tratta di due dischi carini, che narrano della vita quotidiana dei cittadini medi americani. Se per l’idea di fondo si era già guadagnato le simpatie del pubblico, la consacrazione arriva col terzo, fantastico, “Born to Run” del 1975: un vero e proprio capolavoro. La title-track diventa il suo primo grande successo; i pezzi di chitarra sono più elaborati e molto più energici. Le influenze sono quelle classiche americane: il tipico rock mischiato con folk e un po’di country; i testi sono sulla stessa linea degli esordi.

Dopo il successo commerciale ottenuto, il cantante impiega tre anni per il seguente “Darkness on the Edge of Town”, meno energico del precedente, ma che contiene comunque dei pezzi più che validi.

Per quanto riguarda i due album che seguono, c’è da notare che il sesto “Nebaska” è il primo lavoro acustico di Springsteen, che in questa occasione non collabora con la E Street Band; questo, come tutti gli altri album acustici che vedremo sarà a mio parere uno dei momenti meno esaltanti della sua carriera, in quanto privo di quell’energia diventata un suo marchio di fabbrica.

Nel 1984, però, avrà modo di rifarsi “Born in the U.S.A.”, una vera pietra miliare del rock, ed il punto più alto della sua carriera, sia artistica, sia commerciale. Il disco sforna un singolo dietro l’altro, tutti sprizzanti di orgoglio, rabbia e voglia di emergere; la title-track diventa un successo mondiale destinato a rimanere nelle generazioni, ma sono tanti i brani da ricordare, come l’altro super successo “Glory Days”. Paradossalmente l’unico difetto che si potrebbe trovare in questo album è il fatto che tutte le canzoni sono ottime e molto diverse tra di loro, facendo così sembrare “Born in the U.S.A.” più che un lavoro da studio, un Greatest Hits: il difetto, appunto, sta nel fatto che il disco non risulta compatto, ma composto da canzoni splendide separate tra di loro; è chiaramente un problema che vorrebbe avere ogni artista.

Negli anni successivi, Springsteen farà uscire diversi altri dischi, ma nessuno di questi non solo non raggiunge i due capolavori sopra citati, anzi ci vanno piuttosto lontani, in particolar modo per quanto riguarda gli album acustici, che sembrano essere un tributo non molto riuscito a Bob Dylan.

Per rivedere parzialmente la luce, bisogna arrivare al 2007, con “Magic”: sicuramente il disco più graffiante e rabbioso della seconda metà della sua carriera, che tra l’altro ebbe un degno seguito con “Working on a Dream” del 2009.

Con i successi ottenuti ed il suo carisma il “Boss” ha, ed avrà per molti anni, un posto d’onore nel cuore dell’americano medio. Se in futuro riuscirà a mettere un’altra pietra miliare alla sua collezione sarà tanto di guadagnato, altrimenti già così va più che bene.

I Queen: un gruppo rock dalle mille facce

Queen (U.K. – 1973)

Una di quelle band che diventerà un simbolo degli anni ’80. La carriera dei Queen, come si può vedere, inizia molto prima, ma è proprio in quegli anni che la band riesce ad esprimere il meglio di sé, adattandosi perfettamente ai gusti del tempo, ma riuscendo comunque a mantenere una propria identità ben definita.

L’omonimo disco di esordio è del 1973, ed è profondamente diverso da quello che poi sarà lo stile della band: il genere qui proposto lo si potrebbe benissimo accostare ad un hard rock stemperato dalla presenza del pianoforte, suonato dal leader: il cantante Freddy Mercury. Pur non essendo un album rappresentativo della band, lo considero comunque un ottimo disco, così come il terzo “Sheer Heart Attack”, nel quale la band calca ancora di più la mano e fa un altro album ancora più decisamente accostabile all’hard rock: magari meno esoterico rispetto a quello classicamente inteso, ma pur sempre hard rock.

Il successo di critica, però, il gruppo lo raggiunge nel 1975 con “A Night at the Opera”, generalmente considerato come il miglior lavoro del gruppo da parte della critica. Personalmente sono d’accordo col fatto che qui è contenuto il singolo meglio riuscito della carriera dei Queen, “Bohemian Rhapsody”, tuttavia penso che la band avrà modo di fare cose molto migliori in futuro. Il disco vorrebbe strizzare l’occhio alla musica classica, ed in parte ci riesce anche bene, ma se il loro scopo era quello di creare un’operetta, il tentativo non mi sembra completamente riuscito, dal momento che l’album risulta essere piuttosto frammentario. Il seguente “A Day at te Races” doveva essere la parte goliardica del precedente, ed in questo caso, con un impegno meno cervellotico, il disco risulta essere se non altro più omogeneo: il gruppo fa quello che meglio sa fare, ossia il rock, e l’album che ne viene fuori è piacevolissimo all’ascolto.

Nel 1977 succede qualcosa di molto strano: “News of the World” è un successo di livello planetario; le canzoni “We will Rock You” e “We are the Champions” sono forse i loro maggiori successi commerciali, tanto da essere tuttora dei veri tormentoni. Musicalmente parlando, però, questa è orse la peggior prova della band: la maggior parte dei pezzi sono scontati fino a sembrare disarmanti, il rock degli album precedenti si è decisamente ammorbidito; di positivo si può trovare solo un fatto, che però ha una importanza gigantesca: è probabilmente questo l’album di massimo riferimento di quella che poi sarà la scena pop. Il gruppo, forte del successo ottenuto, dimostra di essere ancora di livello qualitativo alto col seguente “Jazz”, grandissima prova del gruppo. Il rock duro e vivace degli esordi si combina perfettamente con pezzi più leggeri e commerciali; è un disco che riesce ad accontentare i gusti di tutti, da chi è abituato a suoni più elaborati a chi ascolta la musica in maniera più disinteressata.

Negli anni successivi il gruppo ha un leggero calo (a dire il vero l’album “Flash Gordon” è un vero e proprio tonfo); di notevole ci sono solo alcuni singoli come “Crazy Little thing Called Love” e “Under Pressure”, finché nel 1984 arriva l’ottimo “The Works”. L’album, trainato da un altro successone come “Radio Ga Ga”, rappresenta in pieno quello che è e sarà da quel momento lo stile del gruppo: un rock leggero nel quale trovano spazio i bellissimi riff di chitarra di Brian May, le tastiere e, soprattutto, la fantastica voce di Freddy Mercury, diventato uno dei simboli di quegli anni, sia per la sua vita sregolata, sia, giustamente, per le sue abilità canore. Gli album che seguono sono su questo stile e contengono grandissimi successi quali “A Kind of Magic” o “I Want it All”

Il gruppo riesce, comunque, ad elevarsi ulteriormente con l’eccezionale “Innuendo”. Qui più che mai la band mostra le sue capacità compositive, togliendosi di dosso quell’etichetta di autori di musica leggera che spesso li aveva zavorrati a livello artistico. La title-track è, alla pari con “Bohemian Rhapsody”, la miglior canzone mai prodotta dai Queen; all’interno del disco, poi, si trovano anche numerosi altri pezzi che dimostrano che la band meritava più considerazione da parte della critica.

Nel 1991 Freddy Mercury perse la battaglia con la sua vita spericolata e morì di AIDS; è triste dire che è proprio quello il momento di massima popolarità della band.

Dopo una rivalutazione, una pausa di riflessione, diversi tributi, ed un improbabile album postumo prodotto nel 1995, i componenti rimasti decisero di prendersi una pausa di riflessione; recentemente Brian May e Roger Tayolr decisero di rimettersi in gioco assoldando Paul Rodgers, una voce completamente diversa da quella di Mercury, ma comunque molto incisiva e carismatica. Quello che fa il gruppo ora è principalmente divertirsi a risuonare con una voce diversa i loro grandi successi; nel 2008 i tre decisero di fare il grande passo e produssero “Cosmos Rocks”: quella che poteva essere considerata un’idea fuori luogo, tutto sommato non si può neanche considerare come un brutto album, ma penso sia giusto vederlo come un episodio estemporaneo: diversamente sarebbe di cattivo gusto.