I King Crimson ed i capolavori del progressive

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King Crimson (U.K. – 1969)

Progressive.

Spesso per definire il genere musicale di un gruppo bisogna ricorrere a centinaia di etichette, col risultato che non li si riesce a collocare in nessun ambito; in questo caso la definizione di progressive coincide alla perfezione con la musica dei King Crimson: rock con forte richiamo a tematiche della musica classica, con particolare attenzione per le capacità tecniche dei singoli componenti.

La discussione sul fatto se i King Crimson siano stati il primo gruppo progressive della storia, oppure abbiano semplicemente ripreso dai Moody Blues non mi può interessare di meno: qui siamo davanti ad una delle migliori band di sempre, punto e basta.

L’esordio “In The Court of the Crimson King” è la quint’essenza del progressive, anzi, a mio parere è il miglior album della storia del rock. In questo disco delle parti assimilabili all’hard rock si combinano alla perfezione con ritmi più cadenzati e classici, tenendo sempre un occhio di riguardo al jazz ed alla psichedelica. La chitarra del leader Robert Fripp è la protagonista, ma anche Greg Lake (che poi andrà a fare parte degli Emerson Lake & Palmer) si fa notare per le sue favolosi parti di basso e, ancora di più, per la voce. Ciliegina sulla torta, la fantastica e inquietante copertina, rappresentante il volto di un uomo delirante.

Gli album seguenti continuano sulla stessa riga, sempre con ottimi risultati, ma per arrivare ad un altro capolavoro assoluto bisogna arrivare al quarto disco: “Islands”: alcuni componenti sono cambiati, ma la musica proposta rimane di livello eccelso: ancora un altro degli album migliori della storia.

I risultati rimangono formidabili col seguente “Lark’s Tongues in Aspic”: quello che c’è da notare è il primo, leggero, cambiamento di stile: le parti hard rock degli esordi si sono ammorbidite, fino a diventare jazz; le parti della musica classica sono sempre più presenti, e le improvvisazioni si fanno più lunghe, ma senza mai diventare fastidiose.

Nel 1974 il gruppo arrivò a produrre “Red”, il settimo album da studio; quello che poi sarà l’ultimo disco prima di un lungo periodo di riposo rappresenta il primo significativo cambiamento: i brani sono molto più orecchiabili e di facile ascolto; la musica classica, e soprattutto le sperimentazioni danno posto a ritmi più melodici. Si tratta comunque di un altro capolavoro, ed è la prova che i King Crimson sanno fare anche cose facili.

Sette anni dopo “Red”, il gruppo si rifondò; i cambiamenti dei gusti musicali si fecero sentire anche all’interno della band, e quello che ne viene fuori è “Discipline”: sebbene contestato dai fans, penso che a chiunque piacciano gruppi come i Police non possa non essere entusiasta di questo disco, perfetto adattamento alla musica del momento. Sinceramente non penso avrebbe avuto molto senso continuare con un genere quale il progressive, che ormai aveva fatto la sua storia e dato quello che aveva da dare. Il primo scivolone, semmai, arrivò col successivo “Beat”, questo si un album privo di qualsiasi interesse.

La band ebbe, però, modo di rifarsi alla grandissima con un altro disco, che nonostante anche questo sia stato molto criticato, lo considero un altro lavoro assolutamente fondamentale: “Three of a Perfect Pair”. Qui emerge, ancora più che negli altri dischi, il bassista Tony Lewin, che si occupa anche dei campionatori: sicuramente un grandissimo talento del rock. E’ lui a trainare l’album in maniera sempre varia e mai scontata.

A questo punto il gruppo si sciolse un’altra volta, per poi rifondarsi ancora undici anni dopo. “Thrax” è il primo album della terza epoca: così come il progressive negli anni ’80, ora è il rock degli anni ’80 a non interessare a nessuno, e anche in questo caso la band riesce ad adattarsi alle mode del momento, senza però apparire come dei finti giovani: il sound proposto richiama fortissimamente all’hard rock classico in stile Deep Purple; il disco è più che buono, ma un gruppo che si scioglie per due volte per così tanto tempo, evidentemente, perde di interesse: l’album fu pressoché completamente snobbato, così come i lavori seguenti; questi ultimi, in effetti, non riescono a ripercorre le ottime cose fatte in precedenza, ma ad una band capace di creare qualcosa di fenomenale, rinnovarsi, e riproporsi una terza volta, è francamente impossibile chiedere di più.

I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

Con Jimi Hendrix la chitarra prende vita

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Jimi Hendrix (U.S.A. – 1967)

Se il rock può essere considerato una forma d’arte duratura nel tempo, questo lo si deve soprattutto a personaggi abili a dare espressività allo strumento più caratteristico del genere: la chitarra elettrica; Jimi Hendrix è stato, con ogni probabilità, il più grande genio della chitarra elettrica. Uno dei tantissimi manifesti della sua unicità è stata la sua esibizione a Woodstock, dove si cimentò in una interpretazione tutta sua dell’inno americano. Più in generale, nella sua brevissima discografia (4 album), si trovano migliaia e migliaia di espressioni del suo talento. Nonostante il chitarrista fosse americano di Seattle, convenzionalmente è considerabile inglese di adozione, dal momento che la sua band, la Jimi Hendrix Experience era composta da strumentisti inglesi.

L’esordio discografico è “Are You Experienced”: qualcosa di veramente mai sentito prima per la capacità di proporre riff sempre originali e vari, oltre che la fenomenale abilità negli assoli di chitarra. Tecnicamente il suo genere si può definire a cavallo tra il rock classico e quello psichedelico, condito con una buona dose di funky. Emotivamente è un album che lascia a bocca aperta per la sua versatilità, punto e basta. Dopo il primo dei King Crimson e il primo dei Doors, lo considero il miglior album della storia del rock.

“Axis: Bold as Love” è il suo degno successore; anche qui ogni singola canzone presenta un riff mai banale e le sperimentazioni sono continue, e sempre con risultati fenomenali.

“Eletric Ladyland” è il terzo lavoro da studio: anche qui un altro capolavoro. In questo caso è dedicato molto meno spazio alla melodia e alle ritmiche classiche, a favore di una continua sperimentazione; è sicuramente il lavoro più difficile all’ascolto prodotto da Hendrix, ma è l’ennesima prova della sua indiscutibile genialità.

Nel 1970, però, qualcosa inizia a scricchiolare: il bassista Noel Redding ed il batterista Mitch Mitchell lasciano il progetto, ed Hendrix si trovò costretto a cambiare i componenti, fondando la “Band of Gipsies”, che è anche il nome del suo quarto album. Qui di nota un netto cambio di stile rispetto ai lavori precedenti: la psichedelica lascia posto ad un rock blues di matrice più classica, le canzoni sono nettamente più lunghe; il risultato, comunque buono, è tuttavia un passo indietro rispetto ai lavori precedenti.

Il 18 Settembre del 1970 Jimi Hendrix fu costretto a mettere la parola fine alla sua breve, ma intensissima carriera: fu trovato morto nel suo appartamento di Londra, probabilmente per overdose. Se ne andò così, dopo soli tre anni di carriera, il più grande chitarrista della storia.

I grandi cantautori di folk rock americano: Simon and Garfunkel

Simon & Garfunkel (U.S.A. – 1964)

Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e Art Garfunkel. In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era inevitabilmente influenzato dalla musica folk; i due non furono da meno, anzi, per moltissimi aspetti si potrebbero addirittura definire come i fratelli minori di Bob Dylan.
Il vero grosso successo per il duo arriva col secondo album, “Sounds of Silence”; il disco, come detto, è pervaso dal folk classico, riadattato in maniera ancor più pacifica e rilassante. La title-track è uno dei pezzi più famosi del gruppo e, più in generale, della storia della musica, anche perché colonna sonora del film “Il Laureato”. L’album di per sé non è male, ma è un po’troppo incentrato sul singolo e su poche altre canzoni: alcuni pezzi sembrano essere fatti volontariamente per contorno.
Le cose migliorano sensibilmente con il quarto album: “Bookends” del 1968. In questo disco si trova l’altro super classico del gruppo: “Mrs. Robinson”, anch’essa nella colonna sonora de “Il Laureato”. In questo caso, il disco è molto più completo, e al suo interno si possono trovare molti spunti interessanti e vari.
Nel 1970 esce “Bridge over Troubeled Water”, che segna un certo cambiamento rispetto ai lavori precedenti: il sound inizia ad avvicinarsi al rock di stile inglese, le canzoni diventano complesse ed articolate come mai precedentemente. Tra i pezzi dell’album non c’è il singolo davvero immortale, ma ci sono molte canzoni estremamente varie e tutte valide, infatti i singoli estratti hanno comunque avuto grandissimo successo. Tale versatilità fa si che quest’ultimo è sicuramente il lavoro meglio riuscito del duo.
Arrivati al loro apice artistico, i due, mai molto in sintonia a livello personale, iniziano a scontrarsi in maniera più decisa del solito, e lo scioglimento spesse volte paventato, questa volta accadde veramente. Entrambi continueranno con lunghissime carriere soliste di interesse secondario (soprattutto quella di Garfunkel) e comunque incentrate sui loro vecchi successi; le numerose richieste da parte dei fans di una reunion non riuscirono, né probabilmente riusciranno mai, a farli produrre un nuovo disco da studio.
Una carriera di 5 album è relativamente breve, il paragone con Bob Dylan vede, chiaramente, vincere quest’ultimo, ma già il fatto che fare un paragone tra loro non sia così scandaloso, è segno che qualcosa (neanche poco) di buono lo hanno fatto.

I Rolling Stones: gruppo rock a 360 gradi

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Rolling Stones (U.K. – 1964)

Il gruppo rock alternativo per eccellenza. Nella prima metà degli anni ’60, quando il rock aveva iniziato a prendere piede, questo genere negli Stati Uniti seguiva una classica linea ispirata al folk, nel Regno Unito si prediligevano le linee guida tracciate dai Beatles, e la tematica principalmente trattata era l’amore.
Quando uscì l’omonimo esordio dei Rolling Stones, la reazione fu quella di un lampo che squarciò il cielo: per la prima volta il rock tirò fuori quell’immagine aggressiva, che da lì in poi diventò una delle caratteristiche principali del genere.
Musicalmente parlando si tratta di un lavoro molto graffiante, dove immediatamente emerge il talento dei due leader: il cantante Mick Jagger ed il chitarrista Keith Richards; la voce alta e quasi gridata del primo si sposa perfettamente con una distorsione della chitarra ce per i tempi aveva raggiunto livelli veramente estremi. Il lavoro, come molti dischi di esordio in quei tempi, è composto da 9 cover, e comprende una versione britannica ed una americana (fastidiosissima abitudine che il gruppo si porterà avanti diversi anni). Di per sé il lavoro non è male, ma nemmeno niente di particolarmente rilevante; la sua importanza, quello si, è data dal fatto che questo sarà il biglietto da visita di quella che poi sarà la loro carriera. La peculiarità che emerge è in un fatto particolarissimo: in quegli anni la scena musicale americana e quella britannica erano nettamente differenti: ci si mette pochissimi secondi a riconoscere la provenienza di una rock band di quei tempi; i Rolling Stones furono la prima band a fare una musica di tipo trasversale, aprendo gli orizzonti di quella scena British che ha sempre avuto il limite enorme di essere estremamente chiusa. Nonostante questa peculiarità, è curioso vedere come le versioni americane dei loro dischi siano così differenti da quelle britanniche.
Nei successivi dischi, il gruppo sforna dei singoli destinati a rimanere nella storia, come “Everybody Needs Somebody to Love”, divenuto un vero e proprio tormentone grazie ai Blues Brothers, e soprattutto “Satisfaction”. Gli album che li contengono, in verità, non sono granché; per arrivare alla consacrazione, anzi al vero e proprio capolavoro, bisogna passare ad “Aftermath”, che nella sua versione americana è un vero e proprio pezzo di storia del rock. Qui c’è il definitivo stacco dal cordone ombelicale che aveva tenuto il gruppo in un certo senso attaccati sia ai Beatles, sia a Bob Dylan. Il rock qui proposto è aggressivo, atmosferico, senza mezzi compromessi; la canzone “Paint it Black” rappresenta il punto più alto della carriera artistica del gruppo. L’anno di uscita è il 1966, per cui sappiamo quale è il contesto in cui la band si trova, ma questa volta veramente i Rolling Stones hanno iniziato a candidarsi seriamente come il miglior gruppo della storia; a rimettere le gerarchie come prima, i Beatles sono dovuti uscire con “Sgt. Peppers”.
Il successivo “Between the Buttons”smentisce quanto detto prima: il sound qui proposto si rifà molto a quello contemporaneamente proposto da Beatles e Beach Boys. Il disco di per sé non è male, ma sembra avere meno personalità dei precedenti, per questo lo ritengo un leggero passo indietro, così come il sequente “Their Satanic Majesties Request”, che si ispirava un po’troppo al periodo esoterico beatlesiano.
Il seguente “Beggars Banquet”rappresenta di fatto un ritorno alle origini, e anticipa un altro capolavoro assoluto: “Let it Bleed”, altra prova eccelsa del gruppo, che raggiunse così una seconda consacrazione.
Il seguente “Sticky Fingers” fu la conferma della seconda consacrazione, e dopo “Aftermath” è il lavoro meglio riuscito della band. Il disco diventò a tutti gli effetti il simbolo del gruppo, a cominciare dalla copertina, la celeberrima “Tongue & Lip” di Andy Wharol; questo lavoro rappresenta, inoltre, l’apice artistico di Keith Richards, che per tutto l’album sforna a getto continuo riff al vetriolo.
Arrivati al loro culmine, la band inizia lentamente, ma inesorabilmente, con la discesa: i dischi successivi si fanno notare solamente per qualche singolo, come per esempio “Angie” o “Start me up”; l’unico album veramente all’altezza del nome del gruppo è “Some Girls” del 1978.
Nel periodo sopra citato il genere proposto dal gruppo si sposta dapprima verso un rock classico di matrice americana, poi, verso un classico rock ‘n roll di matrice americana, poi, all’inizio degli anni ’80, lo spostamento verso il pop fu piuttosto netto, perdendo gran parte delle loro peculiarità artistiche. Negli anni ’90 la band produsse poco materiale, ma comunque piuttosto notevole: “Voodo Lounge” rappresenta un bel ritorno ai vecchi fasti: sicuramente non è un capolavoro, ma è comunque un manifesto di vitalità. Negli anni seguenti i due album prodotti da studio ottennero un relativo successo solo grazie al loro nome, ma in effetti non c’è niente di particolarmente notevole.
Tirando le somme, è difficile dare un giudizio secco sulla carriera dei Rolling Stones: tre pietre miliari e almeno due album eccellenti sono un risultato comunque invidiabile, ma se il tutto avviene in una carriera di oltre 40 anni, mi viene un attimo da ricredermi: non penso che siano un gruppo da podio nella storia del rock, ma sicuramente sono da collocare in una ipotetica top ten.

La storia del rock: i Beatles

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Beatles (U.K. – 1963)

Tra tutti i 100, questo è il gruppo sul quale sono più tranquillo nel fare la recensione: qualsiasi cosa scriva, ci sarà sempre qualcuno che troverà qualcosa da criticarmi, tanto vale che quindi non mi sforzi ed esprima senza problemi le mie opinioni.
Il gruppo è inglese di Liverpool, luogo ormai diventato meta di pellegrinaggi di migliaia di fans e, cosa più unica che rara nel rock, è sempre riuscito a tenere la stessa line-up: McCartney, Lennon, Harrison, Starr, attorno ai quali gravitarono altri personaggi comunque sempre da considerare esterni.
Sin dai primi album si è sempre percepito che ci si trovava davanti ad un gruppo che avrebbe cambiato la storia universale della musica. Da qui prendeva forma definitiva quello che poi sarebbe propriamente diventato il rock: la loro musica rappresentava alla perfezione quello sfogo ribelle che faceva tanto divertire i ragazzi e scandalizzare i genitori. Il primo album in cui personalmente vedo qualcosa di veramente valido, fatta eccezione per qualche singolo carino e spensierato dei primi due dischi, è però il terzo “Hard Day’s Night” del 1964: non è uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma da questo momento si inizia a capire che il genere composto dal quartetto è qualcosa che va oltre l’essere un fenomeno passeggero.
E’ però col quinto album, “Help”, che arriva il salto di qualità (ed arriva veramente alla grande): la canzone “Yeserday” rimarrà come una delle più famose nella storia della musica, ma andando oltre, bisogna sottolineare che è tutto l’album che inizia ad avere una struttura ben definita, una certa elaborazione e complessità. A questo punto anche i detrattori del rock iniziano a ricredersi, ma c’è bisogno di un’altra prova di maturità; la risposta del gruppo fu “Rubber Soul”: un album parecchio più complesso e riflessivo dei precedenti; dalla critica fu accolto come quel lavoro che convinse tutti sulla loro genialità, le tematiche controverse qui trattate, come l’alcol e la droga, fecero rimanere la critica a bocca aperta. Personalmente non lo considero tra i miei album preferiti, probabilmente perché il gruppo, a forza di essere sicuro di poter dimostrare che ciò che fanno lo sanno fare e bene, fa diventare il disco un po’troppo presuntuoso, con canzoni spezzate che sembrano voler essere un subliminale saggio di bravura piuttosto che pezzi musicali veri e propri, ma a questo lavoro va dato il merito indiscutibile di aver fatto da apripista a quella che a mio parere è la miglior espressione del genio dei Beatles: “Revolver” del 1966. Il genere della band oramai non ha più quella patina di melenso, quello che il gruppo esprime ora è una versione acidissima dei loro esordi. La versatilità dei quattro musicisti si sente a turno in ogni singola canzone dell’album, facendogli iniziare il culmine della loro carriera; quest’album, infatti, fece a sua volta da apripista a quello che è considerato quasi unanimemente dalla critica il miglior lavoro mai prodotto nella storia della musica rock: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967. Come già detto a questo preferisco “Revolver”, ma qui è solo questione di gusti personali; quello che riconosco è che questo lavoro merita un capitolo a parte.
In quegli anni per essere presi davvero sul serio da una critica forse eccessivamente sofisticata, l’unico modo era quello di fare un “concept album”: un filo conduttore lega tutte le canzoni del disco e la musica funge da colonna sonora della storia. Nel caso di quest’album, i Beatles si misero da parte, lasciando il compito di narratore al Sergente Pepper, accompagnato dalla sua Band.
Detto che si tratta di un “concept album” un altro argomento su cui bisogna parlare è, mai nella storia della musica come in questo caso, la copertina dell’album: l’idea è semplice e geniale, una specie di foto-collage dove i quattro sono ritratti assieme ad altre persone o personaggi, tra cui spiccano i volti, per esempio di Albert Einstein, o di Marlon Brando; la leggenda vuole, inoltre, che nel “casting” fossero stati presi in considerazione e poi scartati, altri personaggi quali Gesù o Adolf Hitler. Tale copertina fu comunque ripresa, riadattata e personalizzata in infinite occasioni, diventando a buon diritto una delle più grandi espressioni artistiche dell’intero ‘900.
Fate queste premesse, veniamo all’album il rock della band si fa a tratti più psichedelico e comunque molto più contorto, l’esasperata ricerca della melodia viene messa in secondo piano, a favore di una ricerca per la sperimentazione; il risultato, soprattutto considerati i precedenti della band, lascia semplicemente sbigottiti. In questo lavoro, a differenza che in tutti gli altri passati e futuri, non c’è la canzone destinata a diventare tormentone, o il singolo che continua a girare nelle radio; in verità la canzone “Lucy in the Skies With Diamonds” diventò soggetta ad un numero di interpretazioni tutte differenti tra di loro, che solo questa meriterebbe un altro capitol a parte, ma musicalmente non è stata assolutamente concepita come singolo prettamente commerciale; tutto l’album è un unico singolo, l’errore più grosso sarebbe estrapolare un pezzo da quello che è il suo unico habitat naturale, per questo è rarissimo sentire per radio un pezzo di questo disco, nonostante sia convenzionalmente considerato il miglior album rock di sempre. Nella sua compattezza il risultato è oggettivamente eccezionale, ma quasi incredibilmente, mi spiazza il fatto che non ci sia il super singolo.
Raggiunto il punto più alto della loro carriera, i Beatles riuscirono ancora a tenere livelli qualitativi eccellenti col seguente “Magical Mistery Tour”, che riprende le sonorità di “Help!”. Da questo momento in poi, però, si iniziò a percepire che le personalità dei singoli componenti erano diventate troppo forti per poter essere ingabbiate tutte in un’unica band, ed i progetti personali, soprattutto di Lennon, ebbero la priorità rispetto alle esigenze del gruppo; i lavori che seguono ne risentirono, nonostante gli album in sé siano piuttosto discreti, manca tuttavia la genialità dei singoli membri. Tra questi, il disco che emerge è comunque “Abbey Road” del 1969, che a sua volta presenta un’altra copertina capolavoro, nella quale i quattro Beatles attraversano le strisce pedonali, in un’altra immagine destinata a diventare anch’essa simbolo del ‘900.
L’ultimo lavoro fu quel “Let it Be”, che con la sua title track funziona da perfetto pezzo di chiusura di una carriera sempre sulla cresta dell’onda.
La discografia comprende anche una serie di riedizioni, inedite, collane, che raggiunge una quantità prossima all’infinito, ma per rispetto della credibilità del gruppo penso sia meglio non soffermarsi.
Dieci anni dopo l’ultimo disco, il mito dei Beatles subì un colpo che diventò a tutti gli effetti la mazzata finale: nel 1980, a New York, John Lennon fu ucciso da un accanito (e a quanto pare invasato) fan della band, quasi a voler mettere la pietra tombale su questo pezzo di storia.

Bob Dylan: il cantautore rock per eccellenza

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Bob Dylan (U.S,A.- 1962)

Se la musica rock può avere la presunzione di essere considerata come una forma di arte, buona parte del merito va al Signor Robert Allen Zimmermann, alias Bob Dylan.
L’espressività che il cantautore americano è riuscito a dare alla sua musica non ha simili, nemmeno i Beatles. I suoi successi diventarono dei simboli della società americana, ed entrarono nel cuore delle persone, che ci si rispecchiava alla perfezione. Già il rock’n roll di Elvis Presley aveva iniziato a dare alla musica una dimensione più umana, ma la figura del cantante era ancora vista come una entità superiore; Bob Dylan fa le veci dell’uomo della strada e le sue canzoni sono come i manifesti dei pensieri dell’americano comune.
Fatta tutta questa sviolinata, stride un po’ dire che il suo esordio, “Bob Dylan”, non si può prendere certo come esempio di album ben riuscito: una pessima registrazione ed uno stile ancora da raffinare rendono questo lavoro piuttosto trascurabile.
Per entrare nel mito, il cantautore deve aspettare il suo secondo lavoro: “The Freewheelin’ Bob Dylan” del 1963. Questo è il primo vero grande successo dell’artista, ed è un album destinato a rimanere nella storia della musica. Il genere proposto è un semplicissimo folk, che riprende decisamente dalla tradizione della classe operaia americana; di complicato sotto il punto di vista musicale non c’è assolutamente niente, una chitarra ed un’armonica sono già abbastanza espressive; di più, se Bob Dylan avesse messo qualche virtuosismo musicale, l’album avrebbe perso di quel fascino e quell’umanità che emana. Il pezzo forte del disco è il singolo “Blowin’ in the Wind”, che diventerà un vero e proprio simbolo di pace.
Nel 1965 si inizia, però, ad intravedere un cambiamento di stile, o meglio una evoluzione: “Bringing it All Back Home” è il quinto album da studio, e rappresenta l’inizio di un rock più complesso, che verrà poi seguito da Beatles, Beach Boys, Rolling Stones e compagnia cantante, e che qualche anno dopo sfocerà definitivamente nel progressive. Di folk classico, comunque, c’è ancora molto, ma quello che viene ad emergere è che l’espressività, fino a quel momento principalmente dovuta ai testi, inizia a prendere forma attraverso la chitarra; l’unica eccezione sta nel super singolo “Mr.Tambourine”, ancora legato al vecchio Dylan, ma tutto il resto del disco assume una musicalità mai avuta in precedenza.
Lo stesso risultato lo si ha con il seguente “Highway 61 Revisited”, altro lavoro che rimarrà scolpito a caratteri cubitali nella storia della musica.
Arriviamo così al 1966. In questo periodo la critica musicale aveva iniziato a chiedersi seriamente se il rock potesse essere un fenomeno, oltre che sociale, anche artistico. I gruppi più in auge iniziarono a tirar fuori quanto di meglio potevano: oltre che limitarsi a produrre singoli di successo, si impegnarono a produrre album che nella loro interezza potessero essere opere d’arte. A tal proposito Dylan sfornò quella che a mio parere è la sua opera meglio riuscita: “Blonde on Blonde” si distingue per l’alternanza di momenti allegri, scherzosi, a tratti fanfareschi, con suoni più tradizionali, tipici dei suoi lavori precedenti. Come già anticipato, tutto l’album ha una forma artistica del tutto unica e particolare, non c’è un singolo che spicca.
Negli anni successivi il cantautore rallenta la sua vena compositiva e si sposta decisamente su un rock più riflessivo e intimista; tra gli album di questo periodo merita sicuramente una citazione “Blood on the Tracks”, che contiene un altro suo super classico: il singolo “Tangled up in Bleu”. Nello stesso anno esce “Desire”, un’altra pietra miliare della sua discografia; musicalmente riprende moltissimo le tematiche di “Blonde on Blonde”, con la differenza che pur essendo più maturo, è comunque meno poetico; la canzone “Hurricane” è un altro successo immortale.
Andando ancora avanti con gli anni, nella sua sconfinata discografia c’è spazio per alcuni album che denotano uno spostamento verso un rock più incisivo ed a tratti graffiante: l’ottimo “Street Legal” del 1978 ne è un perfetto esempio.
Dagli anni ’80 in poi Dylan continuerà a produrre tonnellate e tonnellate di dischi (l’ultimo è “Together Through Life del 2009), restando al passo coi tempi per le sonorità, ma mantenendo e privilegiando sempre una sua identità stilistica.
Adesso che abbiamo detto tutto, posso confessarvi che musicalmente non l’ho mai ascoltato tanto, né probabilmente inizierò, ma questo è dovuto solo ai gusti personali: quello che sono in grado di riconoscere, e sfido chiunque a contraddirmi. è che con la sua poeticità è riuscito a dare un’influenza alla storia del rock talmente grande che, almeno negli Stati Uniti non ha paragoni. Sarebbe pazzesco non omaggiarlo.

I Beach Boys ed il surf rock americano

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Beach Boys (U.S.A.- 1962)

Uno di quei gruppi che ha diviso gli appassionati del rock: o vengono ritenuti dei geni, oppure sono odiati per il successo mondiale ottenuto grazie ad idee molto facili, e per giunta ripetitive.
Personalmente, nonostante non sia un genere che io ascolti molto, sto dalla parte di coloro che li ritengono dei geni, rimproverando però loro una discografia eccessiva, con album esclusivamente incentrati su singoli destinati a rimanere nella storia, ma anche canzoncine un po’troppo scontate. Questo in generale, nel particolare vedremo che ci sono delle eccezioni.
La band nasce come un gruppo “a conduzione familiare”, nel senso che è composta dai tre fratelli Mike, Denis e soprattutto Brian Wilson, oltre che il cugino Mike Love de il vicino di casa Al Jardine. Il luogo, raramente nella storia della musica è così necessario sottolinearli, è quella California che sarà continua fonte di ispirazione della band; ci saranno variazioni nella line-up, quella che è stata citata è comunque la formazione principale.
A proposito dei Beach Boys è necessario parlare anche del periodo storico in cui ci troviamo: la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo, ma non da tantissimo, e negli Stati Uniti il desiderio predominante era buttarsi tutto alle spalle, divertirsi e svagarsi; uno dei simboli di questa vitalità era la California con le sue spiagge ed il mare perfetto per il surf. Il genere musicale che nasce in quel periodo si chiama surf-rock, fatto di ritmi veloci, allegri e spensierati: niente di impegnativo, solo l’espressione di una gran voglia di divertirsi. Il maestro del genere era un certo Dick Dale, al quale il gruppo si ispirò in maniera abbastanza netta; altre influenza fu il rock ‘n roll di Chuck Barry.

Tornando al gruppo, l’esordio discografico è intitolato “Surfin’Safari”, ma più che un disco, sembra essere un simpatico tributo a Dick Dale. Decisamente meglio le cose vanno con il successivo “Surfin’ USA”, album trainato da quel successo destinato a rimanere negli annali che è la title-track, che a sua volta è una rivisitazione di un arrangiamento di Chuck Barry. L’album, comunque, offre ottime interpretazioni di classici del rock’n roll e del surf rock, tra cui spicca ovviamente “Misirlou” di Dick Dale. Il resto delle canzoni servono per definire lo stile del gruppo che si consoliderà negli anni. Il disco, comunque, è da considerare una vera pietra miliare del rock.
Verso la seconda metà del 1964 il gruppo, in poco più di due anni,era arrivato al sesto album: “All Summer Long”; questo è, a mio giudizio, il momento più convincente della loro carriera: anche qui c’è il singolo di successo destinato a rimanere nella storia (“I Get Around”), ma in questo caso è tutto l’album dall’inizio alla fine a convincere, con tutte le canzoni ben distinte e studiate, mentre nei lavori precedenti c’era sempre qualche brano fatto appositamente per riempire il disco; lo stile rimane quello dell’inizio, ed è in effetti il loro marchio di fabbrica.
Nel 1965 il gruppo produsse tre album, che purtroppo rappresentano un passo indietro, penalizzati da una produzione troppo frettolosa che li fece tornare al loro vecchio difetto di comporre un album per esaltare una sola canzone. I dischi si chiamano “Today”, “Summer Days (And Summer Nights!!!)” e “Party”; I singoli, comunque più che belli, sono rispettivamente “Dance Dance Dance”, “California Girls” e “Barbara Ann”, che però risultano essere tre Cattedrali nel deserto.
Arriviamo così al 1966, anno strano: il pubblico sembra essere improvvisamente stanco di un genere musicale basato esclusivamente su feste, amore e spensieratezza, vuole qualcosa di più elaborato; poco prima, in Inghilterra i Beatles producono “Rubber Soul”, disco che segna l’inizio di un cambiamento del rock in generale; la risposta di Brian Wilson non si fece attendere: “Pet Sounds” non è più l’album fatto per esaltare una singola canzone destinata a rimanere tormentone per le feste da spiaggia; è un insieme di canzoni tutte unite tra di loro e tutte meritevoli di considerazione dal punto di vista artistico, come nella miglior tradizione dei concept album. La spensieratezza dei lavori precedenti lascia spazio a riferimenti a tematiche e ad una musica decisamente più introspettiva; anche qui, comunque, è necessario citare un singolo che rimarrà nella storia: “Wouldn’t It Be Nice”. In tutta sincerità penso che se quest’album fosse messo in mezzo alla discografia dei Beatles, potrebbe essere benissimo scambiato per una loro produzione. La reazione del pubblico a questo cambiamento fu piuttosto fredda, al contrario della critica che lo esalta al punto che la rivista Rolling Stone lo mette al secondo posto come album più bello di sempre, subito dopo il non dissimile “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. Personalmente lo ritengo sicuramente una pietra miliare della musica, ma mi sembra leggermente sotto i migliori lavori dei Beatles; tuttavia in questo caso, ancor più che con “All Summer Long” c’è la voglia di fare una opera completa nella sua interezza.
Il gruppo, evidentemente soddisfatto, decise di continuare su questa falsa riga, ma il loro vizio di buttar giù una quantità industriale di album in un tempo brevissimo si rivelò il loro peggior nemico. In meno di sette anni la discografia dei Beach Boys comprendeva 13 album da studio (!). Negli anni seguenti la band pensò di dedicarsi più ai litigi interni ed ai cambi di formazione, piuttosto che produrre qualcosa di valido, con la conseguenza che la loro discografia successiva ebbe risultati piuttosto trascurabili.
Finora non avevo parlato di un particolare che alla lunga diventò importante: i Beach Boys, nonostante l’immagine di bravi ragazzi che danno, avevano seri problemi con alcol e droga; nel 1983 Denis Wilson fu il primo a farne le spese, morendo ubriaco annegato in quel mare che tanti successi gli aveva portato. Dopo la sua morte, le raccolte e gli inediti si sprecarono, ma di rilevante dal punto di vista musicale non ci fu niente. Nel 1998, con la morte per tumore di Carl Wilson, per il gruppo arrivò la parola fine.
Al di là delle loro vite private, comunque, i Beach Boys come nessun altro gruppo nella storia della musica americana sono riusciti a rappresentare quei giovani di classe media così tanto desiderosi di divertimento.