Gli “ZZ Top” faranno un Tour di solo tre date in Italia

ZZ_Top_Color_3_low_res

Per l’estate arriverà  in Italia la band rock american “ZZ Top”, formatasi nel 1969 in Texas. Una delle band più longeve della storia del rock non ha cambiato mai formazione nei suoi quasi quaranta anni di vita: Billy Gibbons (cantante e chitarrista), Dusty Hill (cantante e bassista) e Frank Beard (batterista) sono i componenti del gruppo fin dalla sua costituzione e sono inconfondibili, con il loro look trasandato e caratterizzato da lunghe barbe e occhiali da sole.

Saranno tre le date dei concerti in cui si esibiranno live: si sa che sarà il 12 Luglio a Roma, il 14 Luglio a Padova e il 15 luglio a Milano, ma non è stato  ancora reso  noto dove si terranno i concerti.

A breve saranno in venduta i biglietti su TicketOne e presso i più importanti rivenditori.

Foto by  Google

I gruppi rock degli anni ’90: i Nirvana ed il grunge

Nirvana (U.S.A. – 1989)

Seattle.

Raramente (forse mai) una città è stata così fortemente legata ad una band e ad un genere musicale. Verso gli inizi degli anni ’90, infatti, dalle fogne dell’underground di Seattle uscirono come topi centinaia e centinaia di band musicali; l’associazione era bivalente: se un gruppo è di Seattle automaticamente fa grunge; allo stesso modo, un gruppo, per essere considerato grunge, deve provenire da Seattle.

Il valore musicale di queste band non era neanche cattivo, ma il loro periodo storico si limitò a quei 3-4 anni in cui il grunge era in auge. L’industrialità della città dettava i ritmi malinconici, depressivi, e venivano mischiati con le basi classiche e aggressive del punk. Quello che viene fuori non è un movimento di protesta, ma un movimento che si arrende prima di combattere: la rockstar alternativa non è più un vincente contornato di donne come i Motley Crue, ma è un perdente (nel caso dei Nirvana il leader Kurt Cobain è bello, maledetto, ma fondamentalmente un depresso cronico). In questo contesto i Nirvana sono il prodotto più rappresentativo della città di Seattle (anche Jimi Hendirx era di lì, ma in quel caso il legame è pressoché nullo).

L’album di esordio (“Bleach”) serve a delineare i caratteri, ma il grunge vero e proprio doveva ancora venir fuori, ed emerse due anni dopo con il seguente “Nevermind”, probabilmente l’album più significativo nella storia del rock degli ultimi 25 anni. Le basi, come detto, sono quelle tipiche del punk, suonato con un po’più di cura; il nichilismo nei testi ed i ritmi rallentati e cadenzati rendono l’album un’icona non ancora spodestata della generazione post anni ’80. Protagonista assoluto, manco a dirlo, è Kurt Cobain: la sua voce è bassa e decadente, tanto da essere paragonata (in maniera assolutamente spropositata) a quella di Jim Morrison; la chitarra fa riff semplici e orecchiabilissimi, sporcati di quel tanto che basta per esaltare la melodia delle canzoni. “Smells Like Teen Spirits” è un tormentone che durò per anni, ed il suo riff è uno dei più noti della storia del rock. Sebbene non sia questo il genere che normalmente ascolto, penso che sarebbe un delitto non attribuire a quest’album la giusta importanza che merita.

Il lavoro seguente, dopo una raccolta di b-sides (“Incesticide”), è “In Utero”; sebbene anche qui le caratteristiche del grunge ci siano tutte, il gruppo sposta leggermente il tiro verso un suono più metal; il disco è più che buono, ma chiaramente non raggiunge le vette del precedente.

Il 08/04/1994 la depressione che tanto aveva fatto il successo della musica dei Nirvana, ebbe la meglio su Cobain, trovato morto a Seattle per un sospetto suicidio. Morto il leader, il gruppo raggiunge il suo massimo di notorietà.

E’curioso notare che quando muore il leader di una band, gli album postumi, soprattutto se ottenuti da registrazioni precedenti, risultino essere alquanto scadenti, ma in questo caso l’edizione postuma dell’ “MTV Unplugged in New York” rappresenta la vera consacrazione della band. L’album, pur rientrando nella categoria live, deve essere considerato come un episodio a parte: l’esibizione acustica di Cobain in pezzi del gruppo e cover di altre band è qualcosa che lascia semplicemente a bocca aperta. Se prima c’era qualche dubbio sulla loro grandiosità, questo disco spazza via ogni dubbio.

Finita l’avventura con i Nirvana, per gli altri due membri del gruppo iniziarono dei nuovi progetti; particolarmente attivo fu l’estroso batterista Dave Grohl che, tra le altre cose, divenne leader dei Foo Fighters, un gruppo rock crossover molto divertente che, ancora in attività, è stato capace di produrre lavori meritevoli, come il bellissimo “There is Nothing Left to Lose” del 1999.

In conclusione, c’è chi pensa che i Nirvana siano stati un fenomeno passeggero; io penso che le dimostrazioni di bravura, invece, siano state diverse. Non stiamo parlando del gruppo migliore della storia, ma sicuramente di qualcosa di molto più concreto che una meteora.

La massima espressione del Glam Metal: i Guns ‘n Roses

Guns ‘n Roses (U.S.A. – 1987)

Ci sono dei rarissimi casi in cui una band si presenta al pubblico con un album di esordio pari ad una bomba atomica, e con soli tre album stravolga il panorama musicale mondiale, per poi sparire nel nulla. Questa, in estrema sintesi, la storia dei Guns’n Roses, gruppo leader del movimento Glam Metal tanto in voga alla fine degli anni ’80. La band infatti rispecchia alla perfezione le caratteristiche del genere, esaltati dalla cultura dell’eccesso e del superfluo; musicalmente, però, sono piuttosto orecchiabili, per cui gli risultò piuttosto facile attrarre anche chi fino a quel momento era fuori da questo movimento.

L’esordio “Appetite for Destruction” è sicuramente uno dei lavori meglio riusciti di tutti gli anni ’80, ed il successo commerciale fu immediato e di livello planetario; il merito va dato sia alla carismatica voce, sia alla presenza del leader Axel Roses, ma anche, e direi soprattutto, alla capacità del chitarrista Slash di tirar fuori riff originalissimi ed allo stesso tempo orecchiabili: è sicuramente la chitarra la vera protagonista dell’album. Il successo del gruppo ebbe anche il merito di sdoganare definitivamente il genere Glam Metal al grandissimo pubblico.

Quattro anni dopo arrivò il lavoro successivo, ma tanta attesa fu soddisfatta e con gli interessi: “Use Your Illusion” è un album diviso in due volumi, e per entrambi il risultato è veramente eccezionale: la voce di Axel Rose acquista ancora più personalità, Slash tira fuori altri ottimi riff di chitarra a getto e, tanto per fare felici tutti, sono presenti anche delle straordinarie ballate. Il gruppo, per quanto discusso dagli appassionati dei generi estremi del rock, ha acquistato una indiscutibile credibilità sia di critica sia di pubblico.

Tanto improvvisa fu l’ascesa, però, quanto rapido il calo. Dopo il doppio “Use Your Illusion”, il gruppo fece uscire un solo altro album da studio (“The Spaghetti Incident”), tra l’altro composto da cover punk rock e per giunta bruttino; dopo questo arrivò lo scioglimento.

Slash, col bassista Duff McKaegan ed il batterista Matt Sorin, dopo aver fatto una valanga di progetti paralleli di poco interesse, fondarono i Velvet Revolver, un gruppo discreto, ma troppo legato a quelle sonorità ungerground che ai giorni nostri non suscitano più molto interesse. Le infinite voci e tentativi di rifondazione ebbero la loro realizzazione nel 2008, con “Chinese Democracy”; in realtà del gruppo storico sono rimasti Axl Rose e, in parte, il tastierista Dizzy Reed. Ora, normalmente queste reunion sono un fallimento a priori; in questo caso, pur essendo lontanissimi dall’aver fatto un album buono, i Guns sono riusciti a fare quanto meno un album: mi limito a dire che ho visto reunion peggiori. Tornare ai fasti del passato è impensabile e, onestamente, fuori luogo; per quanto riguarda la loro discografia, però, bisogna dire che nel loro piccolo i Guns’ n Roses hanno fatto veramente tanto.

La New Wave e gli U2: uno dei migliori gruppi del Rock moderno

U2 (Irlanda – 1980)

Cerchiobottisti. Per vari motivi gli U2 sono probabilmente il gruppo che nella storia è riuscito ad accontentare il maggior numero di persone, anche coloro che sono ultra-fedeli ad altre correnti musicali. Merito principale va sicuramente attribuito alla loro musica: un rock leggero, ma allo stesso tempo incisivo, che vede protagonisti gli ottimi strumentisti della band, in particolare il chitarrista The Edge, ma soprattutto per la voce di Bono. In aggiunta a questo aspetto tecnico, va sicuramente a vantaggio del gruppo il carisma e l’impegno extra-musicale del cantante.

Incredibilmente, però, non tutta la loro carriera fu sulla cresta dell’onda: l’esordio “Boy” fa vedere che la band ha una sua personalità molto ben definita; questo tuttavia non bastò per il successo planetario, il disco venne più che altro visto come un lavoro che necessitava di una ulteriore conferma; personalmente, comunque, lo ritengo uno dei migliori lavori della band.

La consacrazione definitiva, però, arrivò nel 1983, col terzo album “War”: “Sunday Bloody Sunday” e “New Years Day” sono i primi successi di livello mondiale della band, che aveva definitivamente acquisito una sua personalità; il disco è più leggero e di facile ascolto dei precedenti, e gli strumentisti iniziarono a ritagliarsi i loro meritati spazi.

Il successivo “The Unforgettable Fire” conferma il grande successo di pubblico del precedente, ma qualitativamente è sicuramente inferiore; tuttavia è il successo di questo disco che conferma che la band è entrata in maniera definitiva nella storia del rock.

Il passaggio dalla storia all’olimpo del rock il gruppo lo fece nel 1987: “The Joshua Tree” è il disco che mette a tacere tutti, una vera e propria pietra miliare della musica e sicuramente il punto più alto della loro carriera. Questo è il disco in cui The Edge riuscì a dare il meglio di sé: “Where the Streets Have No Name” e “With or Without You” rappresentano sicuramente l’apice del disco, ma gli spunti degni di interesse sono comunque davvero tanti.

Dopo che Bono e compagni raggiunsero la consapevolezza di essere i migliori del loro tempo, nel 1991 fu il momento del settimo album: “Achtung Baby”, altra pietra miliare della musica. Raggiungere “The Joshua Tree” era francamente impossibile, ma riuscire a tenere degli standard così elevati è veramente un ottimo segno. Questo è da considerarsi come l’album con più sperimentazioni sonore del gruppo, e l’inizio di una seconda parte di carriera. I dischi successivi, infatti, presentano anche parti più “elettro-pop”, ma la maggior mescolanza di generi musicali è comunque presente in questo album.

Gli anni ’90 ed il nuovo millennio regalarono al gruppo dei successi commerciali che ebbero pochissimi precedenti nella storia, anche grazie all’impegno di Bono nel sociale; i lavori, però, sono meno interessanti, volti ad avere un impatto decisamente più immediato col grande pubblico, ma qualitativamente un po’scarsini, mentre nel 2009 “No Line on the Horizon” fa decisamente riacquistare la credibilità della band: si tratta di un ottimo album, con singoli probabilmente non destinati a raggiungere i livelli, per esempio, di “One”, ma nella sua interezza si tratta decisamente di uno dei lavori meglio riusciti.

Se siano stati definitivamente risucchiati dal vortice del music business non lo so, se torneranno a raggiungere i picchi qualitativi di 20 anni fa lo trovo difficile (“The Joshua Tree” fa parte di quella categoria di album irraggiungibili), ma il gruppo è vivo e vegeto, e si vede; dopo tutti questi anni, complimenti.

Ad ogni modo, di cose buone ne hanno già fatte tante.

I Police ed il Rock degli anni ’80

Police (U.K. – 1979)

Probabilmente il miglior gruppo degli anni ’80, i Police furono sicuramente la massima influenza di quel decennio, essendo la band che con la massima convinzione ed i risultati più riusciti, aprì il rock a nuove sonorità fino a quel momento snobbate, mischiando generi come reggae, ska, rock classico e punk. I Clash con “London Calling” avevano già provato a sperimentare questa mescolanza, ma i Police sono riusciti a dare forma a quello che era stato lasciato comunque ad uno stato embrionale.

L’esordio del gruppo è quel fantastico “Outlands d’Amour”, che già contiene pezzi classici del gruppo; ascoltare questo disco è come andare sulle montagne russe: si passa da pezzi veloci al limite del punk rock (“So Lonely”), a pezzi più intimisti e con sonorità che richiamano a ritmi reggae (“Roxanne”), il tutto con una semplicità assolutamente incredibile.

Non passa neanche un anno ed il gruppo si ripete, anzi si supera, con un vero capolavoro: “Reggatta de Blanc”, l’album più bello, originale e completo di tutti gli anni ’80. Qui si trovano due dei pezzi più conosciuti e caratteristici della band: “Message in a Bottle” e “Walking on the Moon”, ed anche in questo caso la mescolanza di generi la fa da protagonista in assoluto: i Police diventano definitivamente una band unica ed inimitabile. Sebbene i fans tendano a sottolineare che siano tutti e tre i componenti dei fantastici musicisti, fare una citazione a quello che in tutta onestà mi sembra il vero leader direi che è d’obbligo: Sting. Non tanto per la sua voce, comunque molto carismatica, quanto per la maestria con la quale suona il basso, sicuramente uno dei più grandi artisti rock di tutti i tempi e quest’album è la massima espressione del suo talento.

Il terzo disco, “Zenyatta Mondatta”, si limita ad essere “solamente” buono, soprattutto perché manca di un singolo veramente immortale. Il gruppo ha però modo di rifarsi alla grandissima con “Ghost in the Machine” ottimo esempio di album in stile anni ’80. L’utilizzo del sintetizzatore comincia a farsi sentire, così come si nota un certo avvicinamento alla musica pop. Da notare anche qui la prestazione di Sting, impegnato anche nelle parti di sassofono.“Synchronicity” del 1983 è il quinto ed ultimo album del gruppo, anch’esso molto ben riuscito, sebbene si avvicini molto al pop.

Personalmente preferisco quando un gruppo rinuncia a tirare avanti il carrozzone, e quando vede che le idee sono finite decida di smettere, ed i Police lo hanno fatto a testa alta.

Il dopo Police rappresenta per Sting l’inizio di una carriera solista ricchissima di successi e che in molti casi ha confermato la sua genialità: l’esordio “The Dream of the Blue Turtles” del 1985 è semplicemente eccezionale; stilisticamente non si sposta più di tanto da quanto fatto con i Police, ma l’attenzione verso i suoni pop e commerciali diventa un po’più netta; la carriera di solista e la maturità gli permisero di scrivere testi molto più impegnati (a tal proposito si fa notare “Russians”, un invito a terminare la guerra fredda tra Stati Uniti e la ex U.R.S.S.).

Forte del successo dell’esordio, l’artista si riesce addirittura a superare col seguente “Nothing Like the Sun”, grandissimo capolavoro nel quale le canzoni si fanno molto più introspettive.

Negli anni ’90 Sting riesce a fare un altro eccellente lavoro come “The Soul Cages” del 1991, e diversi altri album comunque discreti, nei quali sono però i singoli ad alzare decisamente la media dei lavori.

Riguardo alla reunion dei Police, ci sono stati diversi concerti, ma di un nuovo album nemmeno l’ombra. Probabilmente le cose continueranno ad essere così; probabilmente è meglio così.

Dire Straits: uno dei migliori gruppi rock degli anni ’70-’80

Dire Straits (U.K. – 1978)

Se il rock è riuscito a sopravvivere agli attacchi bilaterali di punk e pop, questo lo si deve ad alcuni martiri; tra questi, coloro che più di tutti si tennero fedeli alle linee guida classiche furono i Dire Straits, che ebbero l’ulteriore merito di adattare il tutto alle sonorità in voga di quel periodo.

L’omonimo esordio è catalogato (non so veramente perché) come punk; in verità spiegare il genere del gruppo è davvero facile: classico rock anni ’70 che prende spunto sia dai canoni britannici sia da quelli americani; c’è però un particolare che funziona da valore aggiunto della band: la splendida chitarra di Mark Knopfler, che accompagna costantemente tutti i pezzi meglio riusciti del gruppo; l’album si eleva decisamente dal punk dell’epoca, è perfino imbarazzante il paragone; pur vivendo della luce riflessa del singolo “Sultans of Swing” (forse il pezzo più famoso di tutta la loro carriera), bisogna sottolineare che il disco presenta in tutta la sua durata parecchi altri spunti interessanti.

“Making Movies” è il terzo album; nel suo complesso non raggiunge l’esordio, ma comprende alcuni dei pezzi meglio riusciti della band, uno su tutti “Romeo & Juliet”. Nell’album è la chitarra di Knopfler, molto più della voce, ad essere l’io narrante delle canzoni.

Nel 1983, poi, i Dire Straits fanno uscire il quinto “Brothers in Arms”. Questo è sicuramente uno dei punti più alti dell’intero panorama rock degli anni ’80, un capolavoro assoluto. La chitarra di Knopfler è più che mai protagonista assoluta, dando il ritmo ai brani ed esaltandoli al tempo stesso, mischiando in maniera perfetta talento ed orecchiabilità. Le canzoni degne di nota si sprecano, ma, paradossalmente, quelle meglio riuscite sono “Walk of Life”, che segue un riff di tastiera e “Your Latest Trick”, ritmata dal sassofono. La chitarra, comunque, ha modo di farsi notare all’interno di ogni singola canzone.

Tra “Brothers in Arms” ed il successivo album da studio “On Every Street” passano addirittura otto anni, nei quali Knopfler sembra più interessato ai progetti personali che a quelli della band; il disco non ha il successo di pubblico del precedente, ma forse è stato eccessivamente sottovalutato: per le sonorità si può tranquillamente definire il seguito ben riuscito del loro capolavoro, con il difetto che è capitato in un periodo storico in cui all’interno del panorama rock c’era una grandissima ricerca di sonorità alternative, col venir meno di quelle classiche.

Il gruppo, più che sciogliersi, decise di spegnersi lentamente ed in silenzio; Mark Knopfler continuò con la sua carriera da solista, con qualche alto e basso. Egli è tuttora in attività e sembra aver un particolare talento per le colonne sonore: avrà moto di farsi risentire; c’è da ripetere che nessuno è riuscito a tenere vivo negli anni ’80 il puro rock come i Dire Straits.

L’hard rock unico degli AC/DC

AC/DC (Australia – 1975)

Sicuramente uno dei gruppi dalla personalità più forte nella storia della musica. Il meccanismo apparentemente sembra semplice: si prende l’hard rock di inizio anni ’70, lo si mischia con il blues, si accelera il tutto, ed ecco gli AC/DC.

Questa combinazione perfettamente dosata dal quartetto portò un sound particolarissimo che ha marcato negli anni tutti i lavori del gruppo, quasi come fosse una specie di marchio registrato: non si riescono, infatti, a trovare band ai quali il gruppo si sia particolarmente ispirato, e sicuramente non c’è stato nessuno in grado di seguire le loro orme, tralasciando le numerose tribute band.

Le canzoni si sviluppano tutte sui taglienti riff di chitarra di Angus Young, personalità di spicco degli AC/DC sia a livello musicale, sia per quanto riguarda l’immagine: negli show dal vivo si presenta sempre con un look tutto suo composto da giacca, cravatta, cappellino con la visiera e bermuda (quest’ultimo un tributo alla loro Australia); l’immagine che traspare della band è quella dei ragazzini cattivi. A completamento dello stile musicale, l’aggiunta delle parti ritmiche del chitarrista Malcom, fratello di Angus, a dare una struttura alla versatilità del primo.

Il loro disco di esordio è il fantastico “High Voltage”, album che spazza come un tornado il canonico hard rock precedentemente sentito: l’album è di un’incisività davvero incredibile.

Quello che ritengo il loro miglior lavoro, è comunque il terzo “Let There Be Rock”, album leggermente più blues dei precedenti, ma nel quale Angus Young si sbizzarrisce più che mai con i suoi riff ed assoli, consacrando gli AC/DC al grande pubblico. La loro abilità sta nel fatto di tirar fuori sempre qualcosa di originale all’interno di un sound ben consolidato, e a tal proposito calza a pennello un altro grandissimo lavoro, il quinto “Highway to Hell”, nel quale viene fuori il loro lato oscuro e propriamente hard rock.

All’apice del successo, però, gli AC/DC dovettero fare fronte al momento più difficile della loro carriera: la morte del cantante Bon Scott, avvenuta in circostanze ancora poco chiare, sebbene il motivo principale sembri essere l’abuso di alcol.

Una volta assorbito il colpo, la band tornò con un altro grandissimo lavoro: “Back in Black”, album culto che segna l’immediata rinascita del gruppo. La voce aggressiva ma pulita di Bon Scott viene sostituita da un elemento che diventerà un’altra peculiarità della band: la voce secchissima di Brian Johnson. Il risultato è semplicemente spettacolare.

Negli anni successivi gli AC/DC andarono avanti con altri buoni lavori, ma per un’altra pietra miliare bisogna aspettare 10 anni: nel 1990 esce “The Razors Edge”: per l’occasione Angus Young forse come non mai sforna riff che lasciano a bocca aperte, le ritmiche sono ancora più incisive e si fanno più pulite, grazie a sonorità più moderne. Il successo mondiale è assoluto, e consacra gli AC/DC probabilmente come la band australiana più popolare nella storia. Andando avanti con gli anni, come normale che sia, anche loro iniziarono a sentire il peso degli anni, e gli altri tre lavori da studio, pur non negativi non raggiungono i livelli eccelsi degli altri.

Gli AC/DC rimarranno sempre e comunque una delle band di assoluto riferimento nel panorama dell’hard rock, e sicuramente un gruppo di culto al quale rimane pressoché impossibile provare ad ispirarsi senza essere assorbiti dal loro enorme carisma.

Il rock graffiante degli Aerosmith

Aerosmith (U.S.A. – 1973)

Gruppo camaleontico, capace di adattarsi al cambiare dei gusti del grande pubblico, gli Aerosmith sono riusciti sempre e comunque a rimanere sulla cresta dell’onda.

Nati come cloni dei Rolling Stones, anche per una vaga somiglianza del leader, il cantante Steve Tyler, con Mick Jagger, esordiscono con l’omonimo album che richiama non poco il sound tipico degli Stones di “Aftermath”. Il disco, nonostante sia un po’acerbo, si fa comunque notare per le doti vocali del cantante, ma anche per i pezzi di chitarra di Joe Perry. In questo album, inoltre, è contenuto probabilmente il pezzo meglio riuscito della carriera degli Aerosmith: “Dream On”.

L’album che segna una prima consacrazione, comunque, è il terzo “Toys in Attic”, che abbraccia sonorità più vicine all’hard rock ed innalza definitivamente Tyler come artista e personalità di spicco. Gli album successivi, però, non riescono a ripetersi, e l’abbandono di Joe Perry ne certifica il momento di crisi, superato dal ritorno del chitarrista nel 1987, anno in cui esce “Permanent Vacation”; da qui inizia la seconda vita degli Aerosmith: i suoni si avvicinano a quel glam metal tanto di moda in quel periodo, ed i componenti della band si adattano alla perfezione a quello stile di vita eccessivo che in quegli anni era una componente essenziale per essere una rock star.

La consacrazione definitiva, però, arriva con il loro album meglio riuscito: “Pump” del 1989, dove i suoni delle chitarre sono ancora più alti, e la voce di Tyler si fa ancora più acuta. Brani divertenti e carichi di energia si alternano a ballate strappalacrime, in perfetto stile glam metal.

Dopo i primi anni degli anni ‘90, però, il genere musicale in questione perse di colpo interesse, ed agli Aerosmith toccò dover dare un’altra dimostrazione di maturità, ecco quindi “Get a Grip”. L’album segna un ritorno al rock-blues, con aggiunta di molte parti romantiche piene di effetto.

Da lì in avanti, però, la band sembra avere un interesse maggiore per la loro immagine di eterni giovani, piuttosto che per produzioni musicali rilevanti; gli ultimi dischi sono incentrati su qualche singolo di discreto impatto, che si lega perfettamente ai gusti musicali dei giorni nostri, ma sebbene il successo commerciale mi smentisca completamente, rimango comunque perplesso sulla qualità di questi ultimi lavori.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

Black_title

Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.

L’hard rock raffinato dei Led Zeppelin

Led Zeppelin (U.K. – 1969)

Un’altra delle più belle pagine del rock. Spesso considerati i pionieri, nonché i massimi esponenti dell’hard rock, i Led Zeppelin sono e saranno sempre loro: Jimmy Page alla chitarra, Robert Plant alla voce, John Paul Jones al basso, e John Bohnam alla batteria. Personalmente ritengo che sia inutile e sbagliato ingabbiarli in un genere: i Led Zeppelin sono i Led Zeppelin, punto e basta.

Il loro omonimo album di esordio già mostra quanto di buono il gruppo sa fare: il ruolo di leader inizialmente lo si deve attribuire a Jimmy Page, chitarrista proveniente da quella fucina di talenti che erano gli Yardbirds (vedi Eric Clapton). I lunghi suoi lunghi assoli di chitarra sono stati si un costante punto di riferimento per l’hard rock, ma non è giusto limitare il tutto ad un insegnamento per le generazioni future: quanto proposto da Page è tuttora qualcosa di difficilmente raggiungibile.

Il seguente disco, senza grande sforzo di fantasia, si chiama “Led Zeppelin II”; il risultato è un ulteriore passo avanti: il disco è un autentico capolavoro. Page tira fuori riff ora estremamente aggressivi (Whole Lotta Love”), ora estremamente melodici (“Thank You”). Oltre al chitarrista, però, è necessario sottolineare la prestazione di Plant, che si adatta perfettamente alle ritmiche del disco.

Il terzo lavoro si chiama “Led Zeppelin III” e, sebbene ci sia un primo parziale cambiamento di stile, siamo di fronte ad un altro album eccezionale. I riff duri lasciano un po’più spazio a ritmi tipicamente folk, e preparano a quella che sarà la loro opera magna, intitolata semplicemente “IV”: uno dei migliori album in assoluto della storia del rock. L’eclettismo di tutti i componenti viene fuori come non mai; il disco è una continua esibizione di versatilità, ma sempre nel pieno rispetto della melodia. “Stairway to Heaven” è la canzone simbolo, e col tempo diventerà uno dei più famosi brani della storia del rock, ma è tutto l’album ad essere particolarmente mirabile.

Una volta fatto il meglio, la band riuscì ancora a rimanere su altissimi livelli col seguente “Houses of the Holy”, un altro disco fenomenale, il più selvaggio e brutale della loro discografia. In questo caso è Bohnam a farsi notare con la sua batteria.

Arrivati a questo punto, la band iniziò a fare cose “solamente” buone: “Physical Graffiti” è un disco più che carino all’ascolto, ma non aggiunge niente a quanto (tantissimo) di buono fatto in precedenza. Il seguente “Presence” rappresenta, ahimè, un passo indietro, mentre “In thug the out Door”, l’ultimo lavoro da studio della band, risulta divertente all’ascolto, ma niente di più.

Nel 1980 avviene il dramma: John Bohnam durante una festa a casa di Page fu trovato morto soffocato dal proprio vomito; i Led Zeppelin accusarono il colpo, tanto che la band decise di non continuare, e l’ultimo album prodotto dopo il 1980, tolte le raccolte, è il divertente “Coda”, composto da inediti e parti dal vivo. Che si trattasse di un omaggio a Bohnam lo si può chiaramente capire dall’ampio spazio lasciato alle ecletticissime esibizioni di batteria.

In conclusione, se i seguaci del rok classico si divertono a chiedersi se siano meglio i Beatles o i Rolling Stones, quelli del rock duro fanno lo stesso con Led Zeppelin e Deep Purple, continuando la tradizione degli aut-aut tanto cara agli inglesi.

Personalmente penso che i Led Zeppelin siano stati un gruppo magari di ascolto non immediato, ma sicuramente più universali e probabilmente anche più di impatto dei Deep Purple. Sicuramente sono un punto fondamentale della storia del rock.