Cos – Postaeolian Train Robbery

Ecco un gruppo Belga che, come nella tradizione del paese, è piuttosto fortemente legato alla scena musicale francese, ma anche, perchè no, alla scena di Canterbury. I gruppi belgi non sono mai emersi, ma qualcosina (non tantissimo) di buono la si riesce comunque a trovare, come nel caso dei Cos, di cui vi propongo una canzone contenuta nel loro album di esordio “Postaeolian Train Robbery”, decisamente il migliore di una discografia che ha anche altre cose interessanti, ma anche qualche scivolone, soprattutto nelle parti troppo sperimentali. Comunque, un ascolto non glielo si nega assolutamente.

La continua ricerca della sperimentazione: i Gong

Gong (U.K. – 1969)

Parlare della discografia dei Gong è come entrare in un labirinto: di qualsiasi argomento parli c’è una faccia ed il suo contrario, a cominciare dalla nazionalità: il leader è l’australiano Daevid Allen, già membro dei Soft Machine; il luogo di fondazione del gruppo è la Francia, e diversi componenti che hanno fatto parte della band sono francesi, ma lo sviluppo del gruppo è avvenuto in Inghilterra, facendo diventare i Gong una band culto della scena di Canterbury, di cui i padri putativi erano i loro fratelli maggiori Soft Machine.

Il numero di musicisti che ha fluttuato attorno al progetto Gong è impressionante, al punto che per estrema sintesi li si è racchiusi in quella che generalmente è chiamata la “Gong Global Family”.

La discografia è ancora più complicata: tutto ruota attorno a quello che è chiamato Radio Gnome, di cui l’album di esordio, chiamato “Magick Brother, Magick Sister” verrà definito, a posteriori, il suo preludio. La musica proposta rispecchia alla perfezione le peculiarità della scena di Canterbury: rock psichedelico con moltissimi richiami al progressive, e soprattutto libero spazio all’improvvisazione e alla umoristica, tanto da raggiungere delle parti di completa anarchia musicale. Per cercare di far capire meglio, è come se Frank Zappa reinterpretasse i primi dischi dei Pink Floyd. Detto ciò, nonostante il disco risulti a tratti un po’troppo discontinuo, è comunque perlomeno interessante.

Per arrivare alla consacrazione definitiva, però, bisogna attendere il quarto album: “Flying Teapot” del 1973, che dà il via a quella che sarà conosciuta come la Radio Gnome Trilogy. I concetti espressi nell’album di esordio sono rielaborati in una maniera molto più fluida e meno con meno cacofonie fini a se stesse. Il lavoro fa trasparire la completa follia della band, ma è assolutamente geniale.

Ora, non so se è dovuto al subconscio, oppure è perché è davvero così, ma il seguente “Angel’s Egg” sembra proprio essere la naturale continuazione del precedente: è un attimino più pesante, ma le tematiche sono le stesse, ed è un altro ottimo lavoro. Le cose migliorano con la terza parte della trilogia “You” del 1974, altro proseguimento dei primi due. Questi tre dischi potrebbero essere identificati perfettamente in uno solo (in effetti accade così)

Fatto il meglio, la band si trova davanti al solito bivio: cercare di seguire una via un po’più commerciale, oppure essere completamente anarchici. Allen, probabilmente infastidito dal solo sospetto di una svolta commerciale, decise di abbandonare il gruppo, ed il leader diventò quell’ottimo batterista che risponde al nome di Pierre Moerlen. I nuovi lavori presentarono dei suoni più psichedelici, e la produzione andò avanti fino al 2004, ma senza niente di particolarmente notevole, se non i continui cambi di formazione che fecero sì che l’ultimo disco avesse come legame storico il solo fatto che alla batteria c’era il figlio di Moerlen. Questa fu la fine (probabile) di uno dei gruppi più controversi della storia del rock.

I Soft Machine e l’enigmatica scena di Canterbury

soft-machine

Soft Machine (U.K. – 1968)

Gruppo di nicchia che più di nicchia non si può.

Per riuscire a catalogarli precisamente in un genere musicale bisogna citare innanzitutto il genere progressive, per poi entrare in una sua sottospecie chiamata “scena di Canterbury”, in omaggio al luogo dove nacque.

Trovare una formazione del gruppo è praticamente impossibile, basti sapere che tra i tantissimi che hanno gravitato nel pianeta Soft Machine c’è stato, ad esempio, quel Deavid Allen che poi vedremo diventare leader dei Gong e, soprattutto, l’elemento principale della band: Robert Wyatt.

L’omonimo album di esordio fo subito capire che la band non ha molta simpatia per i canoni musicali tipici di un genere, né tanto meno per la commercializzazione del loro prodotto La loro musica è un proto progressive di avanguardia che sfocia spesso nella umoristica e nell’esplorazione di territori musicali fino a quel tempo molto poco battuti, Quel minimo di melodia presente nel disco riesce, però, a fare da amalgama al lavoro e forma qualcosa che, sebbene sia di difficilissimo ascolto, è comunque molto interessante e fa sempre tenere alta l’attenzione all’ascoltatore. Questo disco, a mio parere, rimarrà il migliore della band.

Il secondo album, chiamato “Second”, musicalmente si discosta poco dal primo, risultando sempre interessante e ancora amalgamato da una minima melodia di fondo.

Nel 1970 arriva la svolta: il gruppo produce il terzo album, chiamato in maniera molto originale “Third”: composto da quattro lunghissimi brani che in realtà danno molto più spazio alla sperimentazione e alla cacofonia che alla musica, il disco si distingue dai precedenti per la completa mancanza di quella linea melodica che aveva tenuto uniti i lavori. Sotto certi aspetti questo disco è un elogio alla follia. Personalmente preferisco gli altri album, e su questo mi limito a dire che le continue sperimentazioni e le atmosfere enigmatiche prodotte da dei suoni quanto meno “insoliti” hanno fatto del disco un lavoro molto interessante, ma forse troppo all’avanguardia. E’comunque l’album più acclamato dalla critica.

Con i Soft Machine Robert Wyatt farà soltanto un altro disco, per poi dedicarsi ad una carriera che conferma e evidenzia ulteriormente l’enigmaticità del personaggio; la sua produzione è molto (troppo…) difficile da comprendere, per cui le sue sperimentazioni diventano spesso troppo fini a se stesse.

In quanto al gruppo, i Soft Machine continuarono a produrre album che però si distinsero dai primi lavori: le linee metriche seguirono i canoni del jazz, ma sempre molto sperimentalizzato, in uno stile che potrebbe essere simile a quello di John Zorn. Di questo secondo periodo merita una particolare attenzione il settimo album chiamato, tanto per cambiare, “Seven”.

Più avanti con gli anni la band cercherà di tornare ai vecchi suoni degli esordi, ed a tal proposito merita una citazione il divertente “Blindness”. Per il resto, l’ultimo lavoro è datato 1981, e la band finirà con lo sciogliersi definitivamente.

Se qualcuno, quindi, cerva della musica di facile comprensione è meglio che stia lontano dai Soft Machine. Per chi, invece, è disposto ad ascoltare qualcosa di più complesso, sarà sicuramente soddisfatto da questo gruppo. Personalmente non penso che nella loro discografia ci sia qualcosa di immortale, piuttosto tante cose fuori dalle righe fatte molto bene.