Rush – The Spirit of Radio

Andare a pescare qualcosa che mi piace dei Rush ha solo un difetto: non so cosa scegliere. Di cose che mi piacciono tantissimo la band ne ha fatte, eccome, al punto che li considero uno dei gruppi più sottovalutati della storia del rock, sebbene il loro successo lo hanno avuto; scelgo “The Spirit of Radio”, contenuta in Permanent Waves, con un unico criterio: è la prima canzone che mi è venuta in mente. Poco da dire, i Rush di spunti nella loro discografia ne hanno offerti, veramente a valanga.

Rush: progressive rock canadese

Rush (Canada – 1974)

Visto che siamo in tema, i Rush sono nel rock come dei corridori di lunga distanza, che vengono fuori con il tempo. Nella loro carriera hanno fatto tanti album davvero notevoli, con parecchi pezzi estremamente belli al loro interno, facendo sì che a livello di produzione la band accumulasse una quantità do materiale valido tale da far superare anche gruppi commercialmente molto più quotati. Quello che è mancato è stato l’album che li consacrasse come gruppo definitivamente immortale.

Il genere proposto potrebbe essere definibile come un misto tra hard rock e progressive molto curato nei suoni, e di impatto piuttosto facile e ritmato, secondo il tipico stile d’oltre oceano.

Il primo disco a far parlare di sé è il secondo “Fly by Night”, dove si nota l’energia delle canzoni, risultando più un album di stile hard rock.

Il cambiamento con qualcosa di più elaborato lo si ebbe con “2112”, dove l’hard rock lascia il posto a quel progressive energico di cui si era detto prima, e soprattutto emettono le eccelse qualità dei tre fenomenali componenti: Geddy Lee alla voce, basso e tastiere, Alex Lifeson alla chitarra e quel fenomeno di Neil Peart alla batteria.

E’negli anni ’80 che la band, però, dà il meglio di sé: “Permanent Waves” è un ottimo album con le caratteristiche del gruppo sviluppate a pieno, ma è col successivo “Moving Pictures” del 1981 che i Rush sfiorano il capolavoro: è probabilmente l’eccessivo distacco a quanto proponeva il mercato in quel periodo a non consacrare definitivamente la band, ma se non si può parlare di capolavoro per il disco, non si può non dare 10 e lode alle singole prestazioni dei tre.“Grace Under Pressure” del 1984 conferma il momento di grazia che sta vivendo la band, ed il seguente “Power Windows” riesce a rimanere su livelli molto alti.

La seconda metà del decennio rappresenta per i Rush un piccolo momento di crisi, che rientra nel 1991 col favoloso “Roll the Bones”, nel quale è necessario sottolineare ancora una volta la prestazione di Peath. “Test For Echoes”del 1996, poi, rappresenta forse il lavoro più duro e freddo del gruppo, ma anche in questo caso il risultato è più che apprezzabile.

Dopo oltre 30 anni i Rush sono ancora in piena attività, ma gli ultimi lavori sembrano rivolgersi più verso l’heavy metal. Quello che propongono è ancora interessante e soprattutto dimostra la piena vitalità dei tre. Complimenti, forse meritavano più riconoscimenti.