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Rolling Stones (U.K. – 1964)
Il gruppo rock alternativo per eccellenza. Nella prima metà degli anni ’60, quando il rock aveva iniziato a prendere piede, questo genere negli Stati Uniti seguiva una classica linea ispirata al folk, nel Regno Unito si prediligevano le linee guida tracciate dai Beatles, e la tematica principalmente trattata era l’amore.
Quando uscì l’omonimo esordio dei Rolling Stones, la reazione fu quella di un lampo che squarciò il cielo: per la prima volta il rock tirò fuori quell’immagine aggressiva, che da lì in poi diventò una delle caratteristiche principali del genere.
Musicalmente parlando si tratta di un lavoro molto graffiante, dove immediatamente emerge il talento dei due leader: il cantante Mick Jagger ed il chitarrista Keith Richards; la voce alta e quasi gridata del primo si sposa perfettamente con una distorsione della chitarra ce per i tempi aveva raggiunto livelli veramente estremi. Il lavoro, come molti dischi di esordio in quei tempi, è composto da 9 cover, e comprende una versione britannica ed una americana (fastidiosissima abitudine che il gruppo si porterà avanti diversi anni). Di per sé il lavoro non è male, ma nemmeno niente di particolarmente rilevante; la sua importanza, quello si, è data dal fatto che questo sarà il biglietto da visita di quella che poi sarà la loro carriera. La peculiarità che emerge è in un fatto particolarissimo: in quegli anni la scena musicale americana e quella britannica erano nettamente differenti: ci si mette pochissimi secondi a riconoscere la provenienza di una rock band di quei tempi; i Rolling Stones furono la prima band a fare una musica di tipo trasversale, aprendo gli orizzonti di quella scena British che ha sempre avuto il limite enorme di essere estremamente chiusa. Nonostante questa peculiarità, è curioso vedere come le versioni americane dei loro dischi siano così differenti da quelle britanniche.
Nei successivi dischi, il gruppo sforna dei singoli destinati a rimanere nella storia, come “Everybody Needs Somebody to Love”, divenuto un vero e proprio tormentone grazie ai Blues Brothers, e soprattutto “Satisfaction”. Gli album che li contengono, in verità, non sono granché; per arrivare alla consacrazione, anzi al vero e proprio capolavoro, bisogna passare ad “Aftermath”, che nella sua versione americana è un vero e proprio pezzo di storia del rock. Qui c’è il definitivo stacco dal cordone ombelicale che aveva tenuto il gruppo in un certo senso attaccati sia ai Beatles, sia a Bob Dylan. Il rock qui proposto è aggressivo, atmosferico, senza mezzi compromessi; la canzone “Paint it Black” rappresenta il punto più alto della carriera artistica del gruppo. L’anno di uscita è il 1966, per cui sappiamo quale è il contesto in cui la band si trova, ma questa volta veramente i Rolling Stones hanno iniziato a candidarsi seriamente come il miglior gruppo della storia; a rimettere le gerarchie come prima, i Beatles sono dovuti uscire con “Sgt. Peppers”.
Il successivo “Between the Buttons”smentisce quanto detto prima: il sound qui proposto si rifà molto a quello contemporaneamente proposto da Beatles e Beach Boys. Il disco di per sé non è male, ma sembra avere meno personalità dei precedenti, per questo lo ritengo un leggero passo indietro, così come il sequente “Their Satanic Majesties Request”, che si ispirava un po’troppo al periodo esoterico beatlesiano.
Il seguente “Beggars Banquet”rappresenta di fatto un ritorno alle origini, e anticipa un altro capolavoro assoluto: “Let it Bleed”, altra prova eccelsa del gruppo, che raggiunse così una seconda consacrazione.
Il seguente “Sticky Fingers” fu la conferma della seconda consacrazione, e dopo “Aftermath” è il lavoro meglio riuscito della band. Il disco diventò a tutti gli effetti il simbolo del gruppo, a cominciare dalla copertina, la celeberrima “Tongue & Lip” di Andy Wharol; questo lavoro rappresenta, inoltre, l’apice artistico di Keith Richards, che per tutto l’album sforna a getto continuo riff al vetriolo.
Arrivati al loro culmine, la band inizia lentamente, ma inesorabilmente, con la discesa: i dischi successivi si fanno notare solamente per qualche singolo, come per esempio “Angie” o “Start me up”; l’unico album veramente all’altezza del nome del gruppo è “Some Girls” del 1978.
Nel periodo sopra citato il genere proposto dal gruppo si sposta dapprima verso un rock classico di matrice americana, poi, verso un classico rock ‘n roll di matrice americana, poi, all’inizio degli anni ’80, lo spostamento verso il pop fu piuttosto netto, perdendo gran parte delle loro peculiarità artistiche. Negli anni ’90 la band produsse poco materiale, ma comunque piuttosto notevole: “Voodo Lounge” rappresenta un bel ritorno ai vecchi fasti: sicuramente non è un capolavoro, ma è comunque un manifesto di vitalità. Negli anni seguenti i due album prodotti da studio ottennero un relativo successo solo grazie al loro nome, ma in effetti non c’è niente di particolarmente notevole.
Tirando le somme, è difficile dare un giudizio secco sulla carriera dei Rolling Stones: tre pietre miliari e almeno due album eccellenti sono un risultato comunque invidiabile, ma se il tutto avviene in una carriera di oltre 40 anni, mi viene un attimo da ricredermi: non penso che siano un gruppo da podio nella storia del rock, ma sicuramente sono da collocare in una ipotetica top ten.