La pazzia dei Residents

Residents (U.S.A. – 1974)

Visto che Frank Zappa e Captain Beefheart evidentemente non bastavano, i Residents hanno pensato che era opportuno rincarare la dose. Gruppo curioso sotto ogni punto di vista, a cominciare da come appaiono: sempre mascherati o comunque con il volto coperto (la loro più famosa immagine li raffigura con un occhio al posto della faccia). Più che un gruppo, però, sembrerebbe opportuno parlare di una serie di musicisti che hanno gravitato attorno alla band. Il genere, neanche a dirlo, è quel rock estremamente sperimentale che comprende numerose parti di elettronica, rumoristica, suoni metropolitani, e chi più ne ha più ne metta.

La loro discografia è davvero sconfinata, ma come accade per questo genere di band è difficile analizzare qualche album piuttosto che altri, in quanti tutti sono parecchio diversi tra di loro e talmente fuori dagli schemi, da rendere impossibile focalizzare le caratteristiche tecniche.

L’esordio discografico è, comunque, “Meet the Residents”, ed è, manco a dirlo, la parodia di “Meet the Beatles”. Per trovare qualcosa di più ortodosso bisogna passare al seguente “The Third Reich ‘n Roll”: anche qui un titolo emblematico e sarcastico per quello che in realtà è una loro interpretazione di alcuni successi rock ‘n roll passati; il risultato è interessante e pur rimanendo parecchio sperimentale ed avanguardista è comunque abbastanza orecchiabile.

Andando avanti con gli anni il gruppo si fa notare soprattutto per il sesto album “Eskimo” del 1979, nel quale l’elettronica la fa da padrone, finendo con l’essere un album che non ha molto a che fare con il rock, ed il seguente “The Commercial Album”, composto da 40 canzoni tutte di un minuti, nel quale si può apprezzare la speri mentalità e l’innovazione, ma che è da prendere comunque in piccole dosi.

E’la seconda metà degli anni ’80, però, il periodo migliore per i Residents: tra le decine di album prodotti in questo periodo spiccano “George & James”, “Stars & Hanks Forever”, altri rifacimenti di grandi classici della storia della musica, e “The King Eye”, un loro omaggio personalissimo ad Elvis Presley.

Nel 1991 “Freak Show” rappresenta il loro culmine artistico: i suoni si sono fatti più industriali, l’album presenta atmosfere più cupe e pesanti, e soprattutto mostra che il gruppo non è bravo a fare solamente parodie. Dagli anni ’90 ai giorni nostri il gruppo ha prodotto tantissimi altri album, ma l’essere considerati dei geni dell’avanguardia musicale probabilmente gli ha fatto calcare la mano un po’troppo e gli ha fatto focalizzare l’attenzione più verso i suoni fini a se stessi che verso la musica. Per chi ha raggiunto un proprio equilibrio mentale, i Residents si possono considerare una band estremamente creativa ed originale.

La sperimentazione psichedelica dei Velvet Underground

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Velvet Underground (U.S.A. – 1967)

Non considerarli tra gli immortali della storia del rock sarebbe un delitto; i Velvet Underground sono infatti autori di alcuni dei momenti più geniali del genere.

L’esordio discografico è quel capolavoro chiamato “The Velvet Underground & Nico”, dove in certe canzoni figura la voce dell’enigmatica cantante Nico. Il disco si distingue dalla musica del momento per la sua audacia ed avanguardia: suona come un lavoro estremamente acido, composto da canzoni che al loro interno contengono migliaia di sfaccettature; nonostante l’indifferenza iniziale, questo disco divenne a buon diritto uno dei capisaldi del rock in assoluto.

Quando un gruppo esordisce con un capolavoro come il loro, è praticamente impossibile riuscire a ripetersi; a mio parere i Velvet Underground riescono addirittura a superarsi: “White Light, White Heat” è generalmente considerato un lavoro inferiore rispetto al precedente, io lo considero il migliore della loro discografia. La critica che viene fatta al disco è principalmente dovuta alla cattiva registrazione, che non permette di distinguere nitidamente i suoni. Personalmente penso che questo handicap abbia aumentato il fascino del disco, che risulta essere una confusa festa della psichedelica; in questo caso alla voce non c’è Nico, ma si alternano i due leader del gruppo: il chitarrista Lou Reed e colui che al momento era ancora più leader all’interno della band: il bassista John Cale.

Il terzo album, chiamato semplicemente “The Velvet Underground” vide un significativo cambiamento: John Cale abbandonò il gruppo, lasciando un buco gigantesco; il risultato è un disco decisamente buono, ma molto meno psichedelico e avanguardistico, lasciando spazio ad un rock più classico ed umano.

Tempo per un altro album, poi anche Lou Reed decise di abbandonare il gruppo, e qui è necessario aprire una parentesi: il chitarrista intraprese una carriera da solista, che musicalmente si rifà molto al rock classico americano, per poi andare avanti con gli anni e adattarsi alle sonorità new wave degli anni ’80; sicuramente quanto fatto con i Velvet Underground era irraggiungibile e tale rimase; va comunque assolutamente citato il suo secondo disco: “Transformer” del 1972, contenente il grandissimo successo “Walk on the Wild Side”. Un altro lavoro meritevole di citazione è “Sally Can’t Dance” del 1974, musicalmente meno introspettivo e malinconico di “Transformer”, ma più lineare e quasi più rappresentativo della carriera solista dell’artista.

Tornando al gruppo, nel 1973 esce il quinto e ultimo album: senza i due capisaldi Cale e Reed la band non riuscì a fare un lavoro particolarmente notevole, e la sua esistenza non ebbe più senso.

Negli anni ’80 e ’90 ci furono alcuni tentativi di reunion, accompagnati da uscite di inediti e raccolte, che personalmente non trovo molto interessanti.

I primi due album del gruppo, però, sono due vere e proprie pietre miliari del rock, e sono più che sufficienti per collocare la band nell’olimpo del rock.

Captain Beefheart, la sua banda magica e l’elogio alla pazzia

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Captain Beefheart And His Magic Band (U.S.A. -1967)

Il passaggio di Don Van Vliet, meglio conosciuto come Captain Beefheart, nel panorama del rock della seconda metà degli anni ’60 potrebbe essere paragonabile ad un ipotetico passaggio di Attila al ballo delle debuttanti di Vienna; gli effetti, in verità, sono stati pressoché nulli, e le influenze che ha lasciato le si trovano solo in casi sporadici, come per esempio nei progetti paralleli di Mike Patton. E’ curioso, però, che in un periodo in cui il rock abbiamo visto essersi messo l’abito bello per apparire credibile e diventare arte, irrompa questo personaggio con la sua musica che definire sperimentale è un eufemismo: forte presenza di blues e continua disarmonia degli strumenti, che spesso lasciano il contesto della canzone e finiscono col seguire una strada tutta loro.
Safe As Milk è l’album di esordio, e già da qui si iniziano a vedere gli elementi precedentemente elencati; il disco è buono, ma è solo una preparazione per quella che sarà la sua opera magna: “Trout Mask Replica” del 1970; questo disco è la perfetta sintesi dell’artista e della sua Magic Band, un gruppo di strumentisti che collaborano con lui (dietro questo progetto non poteva mancare, tra l’altro, la presenza di Frank Zappa). Il risultato è una cozzaglia di rumori assolutamente incompatibili tra di loro, mischiati con continue sperimentazioni musicali, spudoratamente fini a loro stessi; gli argomenti sono trattati in chiave umoristica, a tratti sarcastica, e seguono un percorso completamente avulso dalla musica che li accompagna. Il risultato è semplicemente geniale.
La critica, sorprendentemente, accettò spiritosamente questa provocazione, ed accolse molto positivamente il disco; “Lick My Deals Off Baby” è l’album successivo, e non si scosta molto dal suo predecessore; nonostante i pareri positivi della critica, il pubblico non vide di buon occhio quella che sembrava/era una provocazione dei canoni del rock, e le vendite furono piuttosto scarse; questo probabilmente fece fare un passo indietro al Capitano: gli album che seguono sono decisamente più commerciali, e si limitano ad essere una discreta espressione di quel rock/blues di grande successo negli Stati Uniti; di questo periodo è particolarmente notevole l’album “The Spot Light Mid”.
Questa sua revisione musicale, oltre a non convincere il pubblico, fece perdere quelle che comunque erano le sue peculiarità, e anche l’interesse della critica calò. I suoi ultimi lavori furono un tentativo non ben riuscito di tornare alle origini, proponendo pezzi già scritti durante il periodo di “Trout Mask Replica”. Nonostante un rinnovato interesse della critica, nel 1982, Don Van Vliet abbandonò definitivamente il mondo della musica per intraprendere quello della pittura. Ora è affetto da sclerosi multipla.
Piaccia o non piaccia, Captain Beefheart è stato uno di quei personaggi folkloristici che ogni tanto ci vuole per dare un po’di originalità.