La psichedelia degli Ozric Tentacles

Ozric Tentacles (U.K. – 1985):

E’davvero difficile parlare di un gruppo che non vuole far parlare di sé. In effetti, Ed Wynne, leader degli Ozric Tentacles, deve soffrire di quella malattia che in passato aveva già colpito altri artisti come, ad esempio, Captain Beefheart: davanti a lui c’è solo ed esclusivamente il suo progetto musicale, qualsiasi riscontro positivo di tipo commerciale altro non è che un ostacolo.

Le mie difficoltà si fanno ancora più grosse quando poi devo scegliere gli album da analizzare: i lavori da studio sono 17, ma in realtà potrebbero riassumersi tutti in un unico disco, lunghissimo, ma mai noioso.

Il genere proposto è sempre lo stesso: un rock psichedelico che prende qualche spunto dal progressive; tutti gli album sono rigorosamente strumentali e risentono di un massiccio, quanto mai azzeccato, utilizzo dell’elettronica. Le minime differenze che si possono trovare mi fanno dire che in alcuni album prevale la parte rock, in altri quella elettronica, ma alla fine sono tutti parte di un unico, inscindibile, processo.

Facendo uno sforzo possiamo dire che i momenti più notevoli il gruppo li ha avuti col secondo “Tantric Obstacles” del 1985, nel quale si può notare una certa prevalenza delle parti elettroniche; altro lavoro che si fa notare è il settimo “Erpland” del 1990, che è anche il secondo disco prodotto in formato CD. Nella copertina del disco compare il personaggio di Erp, una specie di folletto che poi comparirà nella maggior parte degli album successivi; questo lavoro rappresenta probabilmente il punto più alto del gruppo, quello in cui c’è la miglior combinazione tra rock ed elettronica, molto ben riuscita anche in altri lavori, tra i quali vale la pena citare “Jurassic Shift” del 1993 e “Spirals in Hyperspace” del 2004.

Il gruppo è ancora in attività, l’ultimo album si chiama “The Yum Yum Tre” del 2009: la logica conseguenza dei precedenti.

L’avversione fisiologica del gruppo e del suo leader alle esigenze commerciali ha fatto sì che la band non avesse quella notorietà che tutto sommato meriterebbe. E’ comunque necessario sottolineare che diamo di fronte ad uno dei gruppi più originali dei nostri tempi.

Il rock latino americano di Carlos Santana

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(Messico – 1969)

Nella classifica dei migliori chitarristi del mondo, Carlos occupa senza ombra di dubbio uno dei primissimi posti; personalmente ritengo che dopo Jimi Hendrix sia lui il miglior chitarrista della storia del rock

La sua attività è stata ed è tuttora lunghissima, con parecchi alti e, a dirla proprio tutta, anche parecchi scivoloni; questi ultimi, però, non potranno mai cancellare quanto di meraviglioso è stato fatto all’apice della carriera.

Il suo esordio è l’omonimo “”, un capolavoro assoluto per capacità esecutiva ed originalità. I ritmi del rock psichedelico si mescolano in maniera del tutto inedita ed originalissima con quelli latino americani, facendo uscire qualcosa di estremamente elaborato, ma allo stesso tempo leggero all’ascolto. Il chitarrista di riferimento è senza dubbio Hendrix, ma la sua è una interpretazione del tutto personale e riuscitissima.

Se l’esordio è un capolavoro, il successivo “Abraxas” è sicuramente una pietra miliare del rock, e tranquillamente classificabile come uno dei migliori dischi di tutti i tempi, I singoli “Oye Como Va”, “Black Magic Woman” e “Samba Pa Ti” sono probabilmente i pezzi di maggior successo del chitarrista, che non cambia di una virgola il suo stile rispetto all’album precedente, ma riesce nell’impresa di migliorarne l’esecuzione.

Il genio dell’artista vede una perfetta realizzazione anche nel terzo “ III”, dove il chitarrista calca ulteriormente la mano sui ritmi latini: un’altra grande prova. Il seguente “Caravanserai”, invece, pur essendo un bell’album, rappresenta un passo indietro nella discografia: la musica proposta è più orientata verso il jazz e la fusion, ed è il primo lavoro nel quale non si affida ai suoi fidati collaboratori. Il risultato non è perfettamente riuscito.

Negli anni ’70 continua a produrre dischi con regolare continuità; tra questi i più meritevoli sono “Amigos” del 1976 e, soprattutto “Festival”, splendido lavoro dove i ritmi samba la fanno da padrone; cantato sia in spagnolo sia in inglese, l’album si fa notare oltre che per i soliti virtuosismi di chitarra, soprattutto per i talentuosi assoli di bongo e percussioni.

Passando agli anni ’80, questi rappresentano per il chitarrista un netto momento di crisi: dapprima la produzione si sposta verso la disco music, poi cerca senza riuscirci di tornare alle origini, ed infine sperimenta un blues psichedelico buono per l’idea, ma bruttino nell’esecuzione. Di questo decennio solo “Shagò” del 1982 mi sembra essere un disco meritevole di citazione; paradossalmente questo sarà forse il più criticato della sua carriera.

Gli anni ’90 non rappresentano sicuramente un periodo migliore, infatti il chitarrista decide di prendersi una pausa riflessiva che dura dal 1994 al 1999, anno in cui esce “Supernatural”. In quegli anni aveva decisamente perso di credibilità davanti agli occhi di critica e pubblico. La sua geniale trovata fu quella di riprendere i suoi tipici ritmi latini degli esordi e proiettarli verso un rock più sperimentale, togliendo la parte psichedelica; il risultato fu un successo di livello planetario, che gli fece riprendere con gli interessi la credibilità perduta. Personalmente ritengo che il disco sia piuttosto scadente, composto da canzoni di impatto immediato, ma che sostanzialmente non contengono niente di artisticamente valido; fatto sta che il successo ottenuto azzittirebbe chiunque.

I due lavori seguenti sono sullo stesso stile, ma con una differenza: mentre in “Supernatural” si poteva almeno trovare qualche riff carino, qui i pezzi sono realizzati in maniera veramente scadente e contornati di improbabili collaborazioni (come quella con Sean Paul).

Personalmente non ho mai avuto niente contro chi insegue il successo in maniera spudorata, ma da romantico sognatore speravo che avesse potuto riottenerlo proseguendo con quanto di assolutamente eccelso ha fatto agli esordi.

La continua ricerca della sperimentazione: i Gong

Gong (U.K. – 1969)

Parlare della discografia dei Gong è come entrare in un labirinto: di qualsiasi argomento parli c’è una faccia ed il suo contrario, a cominciare dalla nazionalità: il leader è l’australiano Daevid Allen, già membro dei Soft Machine; il luogo di fondazione del gruppo è la Francia, e diversi componenti che hanno fatto parte della band sono francesi, ma lo sviluppo del gruppo è avvenuto in Inghilterra, facendo diventare i Gong una band culto della scena di Canterbury, di cui i padri putativi erano i loro fratelli maggiori Soft Machine.

Il numero di musicisti che ha fluttuato attorno al progetto Gong è impressionante, al punto che per estrema sintesi li si è racchiusi in quella che generalmente è chiamata la “Gong Global Family”.

La discografia è ancora più complicata: tutto ruota attorno a quello che è chiamato Radio Gnome, di cui l’album di esordio, chiamato “Magick Brother, Magick Sister” verrà definito, a posteriori, il suo preludio. La musica proposta rispecchia alla perfezione le peculiarità della scena di Canterbury: rock psichedelico con moltissimi richiami al progressive, e soprattutto libero spazio all’improvvisazione e alla umoristica, tanto da raggiungere delle parti di completa anarchia musicale. Per cercare di far capire meglio, è come se Frank Zappa reinterpretasse i primi dischi dei Pink Floyd. Detto ciò, nonostante il disco risulti a tratti un po’troppo discontinuo, è comunque perlomeno interessante.

Per arrivare alla consacrazione definitiva, però, bisogna attendere il quarto album: “Flying Teapot” del 1973, che dà il via a quella che sarà conosciuta come la Radio Gnome Trilogy. I concetti espressi nell’album di esordio sono rielaborati in una maniera molto più fluida e meno con meno cacofonie fini a se stesse. Il lavoro fa trasparire la completa follia della band, ma è assolutamente geniale.

Ora, non so se è dovuto al subconscio, oppure è perché è davvero così, ma il seguente “Angel’s Egg” sembra proprio essere la naturale continuazione del precedente: è un attimino più pesante, ma le tematiche sono le stesse, ed è un altro ottimo lavoro. Le cose migliorano con la terza parte della trilogia “You” del 1974, altro proseguimento dei primi due. Questi tre dischi potrebbero essere identificati perfettamente in uno solo (in effetti accade così)

Fatto il meglio, la band si trova davanti al solito bivio: cercare di seguire una via un po’più commerciale, oppure essere completamente anarchici. Allen, probabilmente infastidito dal solo sospetto di una svolta commerciale, decise di abbandonare il gruppo, ed il leader diventò quell’ottimo batterista che risponde al nome di Pierre Moerlen. I nuovi lavori presentarono dei suoni più psichedelici, e la produzione andò avanti fino al 2004, ma senza niente di particolarmente notevole, se non i continui cambi di formazione che fecero sì che l’ultimo disco avesse come legame storico il solo fatto che alla batteria c’era il figlio di Moerlen. Questa fu la fine (probabile) di uno dei gruppi più controversi della storia del rock.

Family: un’originale interpretazione del rock psichedelico

Family (U.K. – 1968)

Nel panorama del rock psichedelico, un gruppo troppo spesso dimenticato, probabilmente perché il Regno Unito non ha mai avuto la leadership del genere, sono i Family, capitanati dal loro leader Roger Chapman.

Fin dall’album di esordio “Music in a Doll’s House” ci si rende conto subito delle ottime potenzialità della band: le canzoni rispettano perfettamente i canoni dei più noti colleghi americani, quali i Grateful Dead ed i Jefferson Airplane, ma i componenti del gruppo si fanno notare per l’originalità delle interpretazioni e per i loro virtuosismi, facendo di questo disco, oltre che il migliore della loro discografia, uno dei più originali in assoluto del rock psichedelico, suonato sempre con un occhio di riguardo alla loro anglosassonità.

Il secondo album, “Family Entertainment” rappresenta un buon seguito del precedente, niente di nuovo, ma sicuramente un disco piacevole all’ascolto, così come il seguente “Anyway”

Dopo tre dischi sicuramente non immortali, ma molto piacevoli da ascoltare, il resto della discografia (altri 4 album) non toglie né aggiunge niente a quanto fatto in precedenza, facendo diventare il tutto un po’ripetitivo.

L’originalità del gruppo sta nel fatto di aver utilizzato strumenti non propriamente tipici del rock, quali il sassofono ed il violino, e sebbene sono consapevole che non sia una band che ha scritto la storia della musica a caratteri cubitali, apprezzo la loro originale reinterpretazione del rock psichedelico, e rendo loro il merito di essere stati influenza di quel genere di nicchia inglese chiamato “” che vedremo avere protagonisti assoluti gruppi come e Soft Machine.

Una breve ma simpatica parentesi nel panorama del rock.

La macabra psichedelia dei Grateful Dead

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Grareful Dead (U.S,A. – 1967)

Nel periodo di Massimo splendore del rock (fine anni ’60), i Grateful Dead meritano un posto di primissimo piano per quello che hanno rappresentato, se non altro in termini di immagine.

In quel periodo psichedelico aveva creato negli Stati Uniti un vero e proprio stile di vita, che ebbe la sua massima espressione nella “Summer of Love” del 1969 e, con sequenzialmente, con il concerto di Woodstock. Gli appassionati del genere erano anche sostenitori di uno stile di vita completamente privo di schemi e conformismi, in pace con loro stessi e con il resto del mondo, tutto questo era condito da un massiccio utilizzo di droghe. In questo contesto i Grateful Dead furono il gruppo più rappresentativo, dal momento che attorno a loro si era fondata una schiera di seguaci che li seguiva in ogni tappa dei loro interminabili tour, vivendo tutti assieme in una completa libertà tutta loro.

E’comunque limitativo per i Grateful Dead non parlare della loro musica: nella discografia il primo album a spiccare è il loro secondo lavoro, “Anthem of the Sun”, che a mio parere è il migliore della loro produzione. Il genere è , niente di più, niente di meno: le chitarre vengono lasciate libere di sbizzarrirsi fino a quasi prendere una forma propria; è sicuramente un disco fuori dagli schemi, ma il risultato è veramente grandioso.

“Aoxomoxoa” è il loro terzo album, e tra quelli da studio è ritenuto da critica e pubblico il loro maggiore successo; lo stile ricalca il precedente, ma è un lavoro un po’meno selvaggio e più rispettoso dei canoni musicali (si fa per dire…); è, comunque, un altro ottimo disco.

Continuando con la discografia è necessario che io faccia un’eccezione: tendenzialmente cerco di non parlare dei live, dal momento che le emozioni che danno sono troppo soggettive; parlando dei Grateful Dead, però, non è possibile non citare “Live Dead” del 1969, album che esula completamente dai lavori di studio, date le continue e cervellotiche sperimentazioni che condiscono questo lavoro; da molti è considerato il miglio album live della storia; sicuramente è uno dei più originali.

Una volta arrivati all’apice della loro carriera, però, non seppero confermare gli ottimi risultati nel decennio successivo: psichedelico perse completamente di interesse, e lo stile di vita della “Summer of Love” iniziò a non avere più senso. Il gruppo produsse dei lavori tutt’altro che negativi, ma per qualcosa di veramente notevole bisogna arrivare al 1975, con “Blues for Allah”, ottimo lavoro da studio che conserva la parte creativa sperimentale che ha reso celebre il gruppo, ma ormai era diventato il folk a fare la parte del leone nelle composizioni della band.

Il 1977 è l’anno del loro ultimo album da studio; per il resto furono ristampate tonnellate e tonnellate di live, tanto per testimoniare la loro intensa attività dal vivo.

Nel 1995 la morte del padre putativo dei Grateful Dead, , mise la parola fine al gruppo.

Un’ultima citazione la merita il loro particolarissimo senso per il comico mischiato col macabro, che si esprime nelle loro particolarissime copertine, dove invece che esseri mani appaiono scheletri intenti a fare azioni perfettamente quotidiane.

Sicuramente non sono passati inosservati.

I Love: fenomenale rock psichedelico

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(U.S.A. – 1966)

Iniziamo con le band finite nel dimenticatoio e che io difendo a spada tratta; più avanti si vedranno altri gruppi semisconosciuti o dimenticati, tra tutti questi i sono quelli che difendo più alacremente.
Nel mondo del rock psichedelico, se si escludono i Pink Floyd che di psichedelico hanno solo gli esordi, e Jimi Hendrix, che però è catalogabile più come un artista sui generis, le band più famose sono i Grateful Dead, i e, un po’distaccati, i Quicksilver Messenger Service. I miei personalissimi gusti musicali mi fanno mettere i su un piano superiore a tutti questi; prima di darmi del pazzo vi chiedo soltanto di ascoltare gli album che analizzerò.
Il primo disco di cui vale la pena parlare è il loro secondo lavoro, “Da Capo”: il genere proposto da questo gruppo capitanato dal chitarrista Arthur Lee è il tipico rock psichedelico americano della seconda metà degli anni ’60, sicuramente con meno sperimentazione rispetto ai Grateful Dead, ma con molta più attenzione per le parti melodiche ed acustiche. L’album è molto molto buono, ma il suo merito maggiore è quello di fare da apripista al successivo “”, sicuramente il punto più alto della loro discografia, un capolavoro assoluto dell’intera storia del rock. Le peculiarità del lavoro precedente vengono ulteriormente raffinate, e la chitarra di Arthur Lee è, come nella miglior tradizione del genere, un perfetto mezzo di trasporto per un viaggio verso un’altra dimensione.
Raggiunto l’apice compositivo, Arthur Lee si trova costretto a dover affrontare un completo cambio di formazione, ma il seguente “Four Sail”non sembra risentirne, rimanendo di altissimo livello. L’instabilità, però, inizia ad avere la meglio sul talento nei seguenti tre album, che non offrono spunti particolarmente rilevanti; l’unica citazione la merita “False Start” del 1970, nel quale si sente la forte presenza di un ospite di eccezione: Jimi Hendrix. Nel 1974 il gruppo si sciolse definitivamente.
Il perché la storia non si ricordi di questo gruppo, lo si deve probabilmente all’altissima instabilità della formazione e, ancora di più, al non aver dato seguito al loro progetto una volta finita l’epoca del rock psichedelico; i con le loro mutazioni, insegnano che una band per poter sopravvivere deve offrire sempre qualcosa di cui parlare, positiva o negativa che sia. E’ triste, ma evidentemente è così.

Il Rock psichedelico dei Jefferson Airplane

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Jefferson Airplane (U.S.A. – 1966)

Assieme ai Grateful Dead il gruppo per eccellenza del rock psichedelico; nessuno come questi due gruppi è riuscito a rappresentare una parte sensibilmente grossa degli Stati Uniti di fine anni ’60, volta alla continua ricerca della pace ed allo stesso tempo alla cultura dell’eccesso. Se è vero che i Grateful Dead nel modo di approcciarsi alla musica possano definire la band in effetti più rappresentativa di questo movimento (vedremo come saranno le loro attività ), bisogna però dire che le canzoni simbolo dell’epoca appartengono di Jeffeson Airplane.
L’album che contiene questi brani simbolo, e che sintetizza alla perfezione le peculiarità del gruppo, è il loro secondo “Surrealistic Pillow”, che a buon diritto si può considerare uno degli album simbolo del rock in generale. Il loro genere rispecchia perfettamente i canoni del rock psichedelico, quindi ritmi generalmente rilassati, e libero sfogo alla chitarra, ma quello che colpisce di più sono sicuramente le tematiche trattate, rivolte a dare un messaggio che si potrebbe interpretare più o meno come: “Fate l’amore, non fate la guerra, e già che ci siete… drogatevi”; altro elemento di risalto è la voce di Grace Slick. Le canzoni che abbiamo detto essere simbolo del rock psichedelico e del movimento ad esso legato sono “Somebody to ” e “White Rabbit”, che rimarranno sicuramente i loro singoli di maggior successo ed il loro apice artistico.
Dopo aver creato un polverone ed essersi fatti notare dal mondo intero, il gruppo produsse altri quattro album da studio, tutti sullo stesso loro stile e tutti piuttosto gradevoli all’ascolto; tra questi merita una citazione l’ultimo “Long John Silver” del 1972, che riprende più fortunatamente che i precedenti anche le tematiche musicali tipiche del folk blues. Negli anni a seguire, sotto il nome di Jefferson Airplane il gruppo produsse soltanto un altro album da studio nel 1989, per giunta piuttosto bruttino.
Quello che accadde è che il gruppo decise di darsi una rinnovata generale, e per questo cambiò pure nome, chiamandosi Jefferson Starship; tale rinnovamento musicale è stato probabilmente dovuto dal fatto che il rock psichedelico aveva smesso di suscitare interesse e scalpore, per cui le nuove tematiche musicali della band furono più varie e complesse, spaziando dal jazz al folk; il risultato è il loro interessante album di esordio “Blows Against Empire” e l’apice fu toccato col loro terzo, eccezionale, “Octopus”, sicuramente a livello compositivo il punto più alto della carriera dei Jefferson. Da qui iniziò una netta involuzione, che portò il gruppo ad una netta e scadente svolta verso il pop.
Col passare degli anni cambiarono ancora nome, oltre che formazione, ma questa è sempre stata una loro costante; questa volta si chiamarono semplicemente Starship, per poi ritornare Jefferson Starship, ma i legami con “Surrealistic Pillow” sono assolutamente nulli. Purtroppo sono stati anche loro risucchiati da quello show business che sempre avevano cercato di evitare.

I Cream ed il genio di Eric Clapton

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(U.K. – 1966)

Quando tre fenomeni si incontrano, è facile che il risultato è qualcosa di veramente geniale; magari non durerà a lungo, ma la genialità verrà comunque espressa, E’ chiaro che nei la personalità di spicco sia Eric Clapton, ma anche il bassista Jack Bruce ed il batterista Ginger Baker sono sicuramente due dei migliori musicisti che abbiano mai calcato le scene del rock.
I componenti della band venivano da precedenti esperienze con altre band, tra cui bisogna citare gli Yardbirds, gruppo blues-rock rampa di lancio di diversi artisti, quali appunto Eric Clapton, che inizialmente ne trae chiaramente ispirazione.
Premettendo che sarebbe un insulto cercare di etichettare il sound del gruppo, mi limito a dire che le linee guida sono quelle del rock-blues americano della seconda metà degli anni’60, perfettamente reinterpretate dalla chitarra di Clapton, tanto che penso che sia innegabile dire che i primi gruppi hard rock ne sono stati pesantemente influenzati.
“Fresh ” è il loro debutto, dove già emergono le capacità dei componenti della band, ma è ancora Clapton a prevalere sugli altri, sebbene non in maniera netta; i suoi assoli entrano all’interno delle canzoni in maniera quasi chirurgica.
Quella che però rimarrà l’opera magna del gruppo è il terzo “Wheels of Fire” del 1968, vero e proprio capolavoro rock. L’album è composto da un primo CD da studio e un secondo dal vivo, nel quale si sbizzarriscono a turno i singoli componenti come mai in precedenza. L’album perde magari qualche virtuosismo di Clapton, risultando meno hard rock e molto più blues, ma guadagna decisamente nelle sue parti ritmiche. Il CD live è un’ulteriore espressione della genialità assoluta dei componenti, che danno letteralmente libero sfogo alla loro indole artistica senza però, come troppo spesso accade, essere leziosi o troppi fini a loro stessi.
Evidentemente tre galli non possono stare in un solo pollaio per troppo tempo, per chi la band, dopo un altro disco con tracce da studio ed il resto dal vivo, decise di sciogliersi nel 1968, ed i componenti presero altre strade. Colui che sbarcò il lunario fu, ovviamente, Clapton, che si unì a Duane Allan, altro geniale chitarrista ex Allman Brothers, per formare i “Derek & The dominos” autori dell’album “Layla & Other Assorted Love Songs”, una splendida e originalissima espressione di quel rock blues tanto caro agli americani. Protagonista assoluta è, manco a dirlo, la chitarra. Il singolo di quest’album è quella “Layla” che in seguito Clapton riproporrà nella sua carriera da solista e che rappresenterà il suo più grande successo. La tragica morte di Allman nel 1970 bloccò quel progetto così ben avviato, e Clapton cominciò ad avere grossi problemi personali con la droga. Dopo altre sperimentazioni musicali, intraprese una carriera solista che gli regalerà molti successi, ma che strizza un po’troppo al commerciale. Il chitarrista virò decisamente verso il blues, con sonorità molto più riflessive e cadenzate.
Tornando ai , non succede molto spesso che un gruppo con soli tre album e mezzo riesca a dare un contributo così incisivo alla storia della musica; non ritengo una bestemmia considerare questa band tra le prime 15-20 della storia.