I Blood Red Shoes in Italia per tre concerti

BloodRedShoes01_JH12Laura –Mary Carter e Steven Ansell, i componenti della indie rock band inglese (originaria di Brighton) Blood Red Shoes, divenuti famosi in soli tre anni e con soli due album , saranno in Italia, per presentare il loro ultimo album “Fire Like This”, pubblicato l’1 Marzo 2010, nel quale riescono a creare un bel mix di melodia e di musica rock.

Numerose e distanziate tra loro le date dei concerti italiani: il 13 luglio saranno a Pescara, al Canarie Beach Club (Lungomare Cristoforo Colombo), il 14 luglio a Bologna al Julive c/o il Botanique, con ingresso libero; il 22 novembre, invece, saranno a Milano alla Casa 139  in via Ripamonti 139.

I biglietti sono già in vendita a 13 euro+ prevendita  sul circuito Ticketone.

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Gli Eels in settembre a Milano

eels_1Mark Oliver Everett, conosciuto come  Mr. E, leader degli Eels, sarà con la sua rock band, formata da numerosi musicisti,  all’Alcatraz di Milano, per un’unica data italiana, il 15 settembre 2010, nell’ambito di un tour che lo porterà in giro per il mondo. In poco più di un anno il gruppo americano ha pubblicato tre album: “”Hombre Lobo” del giugno 2009, “End Times” del gennaio 2010 e l’atteso “Tomorrow Morning”, che uscirà il 23 agosto di quest’anno. Attendiamo con ansia di ascoltare il loro rock fresco , basato prevalentemente sulla storia della vita di Mark!

Ancora non comunicati i prezzi dei biglietti e  i circuiti delle prevendite.

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Nuovo album per i Danko Jones

danko-jonesI Danko Jones, rock band di Toronto, avevano pubblicato i loro  ultimi due lavori del 2009: uno  riuniva tutti i brani meno noti, dal titolo “B-sides”, l’altro , intitolato “This is Danko Jones-2009”, presentava una raccolta dei migliori brani del gruppo canadese. A partire dal gennaio di quest’anno i Danko Jones hanno effettuato un tour in Canada, con numerose date, affiancati dai Guns N’Roses e dai Sebastian Bach. Molto atteso il loro quinto album, che è in lavorazione e che si intitolerà “Below The Belt”, previsto in uscita l’11 maggio in Canada, il 18 maggio negli Stati Uniti, il 14 maggio in Europa.

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Showcase acustici di “La Fame di Camilla” in tutta Italia

camilLa presenza al festival di Sanremo nella sezione “Nuova generazione” ha impreso un’accelerata alla notorietà della rock band pugliese “La Fame di Camilla”, che ha pubblicato il 19 febbraio un album che ha lo stesso  titolo del singolo cantato al festival, “Buio e Luce”. Trasmesso dalle maggiori emittenti nazionali, come Virgin Radio, Radio 105, Radio Deejay e reperibile in tutti gli stores musicali, l’album contiene sia brani inediti che brani che già facevano parte del primo disco del gruppo, dal titolo “La fame di Camilla”.

Il gruppo, nato a Bari  nel 2007, si distingue nel panorama musicale indie-rock per i testi delle sue canzoni, che si rivelano profondi ed introspettivi e vogliono spesso essere un invito all’ottimismo: nella lotta tra il buio e la luce trionferà sempre la luce!

Ermal Meta (voce, chitarra, piano), Giovanni Colatorti (chitarre), Dino Rubini (Basso),

e Lele Diana (batteria)  faranno degli  showcase acustici in giro per l’Italia:

8 Marzo -  Napoli (Fnac)    ore 18.00

10 Marzo – Verona (Fnac)   ore 18,00

11 Marzo – Milano (Fnac)   ore 18,00

12 Marzo – Genova (Fnac)   ore 18,00

13 Marzo – Torino (Fnac )    ore 18,00

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La rock band Eccebombo parteciperà a Sanremo 2010?

Eccebombo_bassa(2)La  rock band Eccebombo si è iscritta per partecipare a Sanremo 2010,  nel settore “Nuova Generazione” con la canzone “Fondamentalmente non ho voglia di far niente”, un singolo che denuncia l’impossibilità di reagire ad un sistema sociale che non lascia liberi di pensare e di scegliere.

Lullo, Dado, Stefano e Alessandro, i componenti del gruppo, tutti provenienti da altre band ,si ispirano alla musica underground inglese ed hanno formato l’attuale gruppo musicale nel 2007, ottenendo un grande successo, soprattutto a Torino e nel Nord Italia.

La loro musica ha un forte impatto sia vocale che strumentale e risente delle origini da “banlieu”di alcuni dei musicisti del gruppo, realizzando sonorità che non possono non colpire le orecchie e il cuore.

Foto by Eccebombo

L’hard rock unico degli AC/DC

AC/DC (Australia – 1975)

Sicuramente uno dei gruppi dalla personalità più forte nella storia della musica. Il meccanismo apparentemente sembra semplice: si prende l’hard rock di inizio anni ’70, lo si mischia con il blues, si accelera il tutto, ed ecco gli AC/DC.

Questa combinazione perfettamente dosata dal quartetto portò un sound particolarissimo che ha marcato negli anni tutti i lavori del gruppo, quasi come fosse una specie di marchio registrato: non si riescono, infatti, a trovare band ai quali il gruppo si sia particolarmente ispirato, e sicuramente non c’è stato nessuno in grado di seguire le loro orme, tralasciando le numerose tribute band.

Le canzoni si sviluppano tutte sui taglienti riff di chitarra di Angus Young, personalità di spicco degli AC/DC sia a livello musicale, sia per quanto riguarda l’immagine: negli show dal vivo si presenta sempre con un look tutto suo composto da giacca, cravatta, cappellino con la visiera e bermuda (quest’ultimo un tributo alla loro Australia); l’immagine che traspare della band è quella dei ragazzini cattivi. A completamento dello stile musicale, l’aggiunta delle parti ritmiche del chitarrista Malcom, fratello di Angus, a dare una struttura alla versatilità del primo.

Il loro disco di esordio è il fantastico “High Voltage”, album che spazza come un tornado il canonico hard rock precedentemente sentito: l’album è di un’incisività davvero incredibile.

Quello che ritengo il loro miglior lavoro, è comunque il terzo “Let There Be Rock”, album leggermente più blues dei precedenti, ma nel quale Angus Young si sbizzarrisce più che mai con i suoi riff ed assoli, consacrando gli AC/DC al grande pubblico. La loro abilità sta nel fatto di tirar fuori sempre qualcosa di originale all’interno di un sound ben consolidato, e a tal proposito calza a pennello un altro grandissimo lavoro, il quinto “Highway to Hell”, nel quale viene fuori il loro lato oscuro e propriamente hard rock.

All’apice del successo, però, gli AC/DC dovettero fare fronte al momento più difficile della loro carriera: la morte del cantante Bon Scott, avvenuta in circostanze ancora poco chiare, sebbene il motivo principale sembri essere l’abuso di alcol.

Una volta assorbito il colpo, la band tornò con un altro grandissimo lavoro: “Back in Black”, album culto che segna l’immediata rinascita del gruppo. La voce aggressiva ma pulita di Bon Scott viene sostituita da un elemento che diventerà un’altra peculiarità della band: la voce secchissima di Brian Johnson. Il risultato è semplicemente spettacolare.

Negli anni successivi gli AC/DC andarono avanti con altri buoni lavori, ma per un’altra pietra miliare bisogna aspettare 10 anni: nel 1990 esce “The Razors Edge”: per l’occasione Angus Young forse come non mai sforna riff che lasciano a bocca aperte, le ritmiche sono ancora più incisive e si fanno più pulite, grazie a sonorità più moderne. Il successo mondiale è assoluto, e consacra gli AC/DC probabilmente come la band australiana più popolare nella storia. Andando avanti con gli anni, come normale che sia, anche loro iniziarono a sentire il peso degli anni, e gli altri tre lavori da studio, pur non negativi non raggiungono i livelli eccelsi degli altri.

Gli AC/DC rimarranno sempre e comunque una delle band di assoluto riferimento nel panorama dell’hard rock, e sicuramente un gruppo di culto al quale rimane pressoché impossibile provare ad ispirarsi senza essere assorbiti dal loro enorme carisma.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.

I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

Un altro gruppo che ha fatto la storia del Rock: i Doors

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Doors (U.S.A. – 1967)

All’eterna domanda: “Chi è stato il miglior gruppo della storia del rock tra Beatles e Rolling Stones” c’è un gruppo, nemmeno troppo sparuto, di persone che risponde: i Doors. Io mi associo a questo terzo partito.

Autori di un rock maledetto, volto a scandalizzare, lasciare a bocca aperta, e soprattutto pieno di talento, i Doors esordiscono col loro omonimo “The Doors” nel 1967. Vedrete che il mio album preferito in assoluto nella storia del rock è “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson, ma questo si aggiudica la seconda posizione. Già dalle prime note del super classico “Break on Thruough” si capisce che questo, più che un album musicale è un continuo viaggio dal Paradiso all’Inferno e viceversa, senza fermate intermedie. Le ritmiche proposte sono talvolta celestiali, talvolta esoteriche fino all’inverosimile, ma sempre e comunque piene di atmosfera. I protagonisti in tal senso sono il chitarrista Robert Krieger e, ancora di più, il tastierista Raymond Manzarek, sicuramente il più grande tastierista della storia del rock. A tutto questo bisogna aggiungere uno strumento musicale che solo i Doors possono vantare: la voce di Jim Morrison, narratore quanto mai perfetto per descrivere questo viaggio tra Inferno e Paradiso; anche in questo caso stiamo parlando di uno dei più grandi talenti musicali mai esistiti, e probabilmente del più grande leader carismatico della storia della musica. Nel disco ci sono altri due singoli destinati a rimanere nella storia: “Light My Fire” e “The End”, canzoni perfette a sintetizzare la genialità del gruppo, ma è ogni singola canzone del disco a rappresentare un tipo di rock che non ha mai avuto precedenti e probabilmente non avrà mai successori.

“Strange Days” è il secondo album, e anche qui non andiamo lontano dai primissimi posti della classifica dei migliori album della storia; fra i tre strumenti nei quali i Doors primeggiano (chitarra, tastiera, voce) qui è proprio quest’ultima a prendere il sopravvento; questo risulterà essere il lavoro più introspettivo della band.

Nel 1968 esce il terzo “Waiting for the Sun”risposta dei Doors all’intervento americano in Vietnam; loro, considerati come personaggi negativi, propongono l’amore come alternativa alla guerra; è forse il disco più impegnato per quanto riguarda i testi, e musicalmente le peculiarità del gruppo sono ancora espresse al massimo; inutile dire che anche questo è uno dei migliori album della storia.

Il quarto disco è “The Soft Parade”, e qui c’è un primo vero cambiamento: la voce di Jim Morrison mai è stata così tanto protagonista, ed unita alle nuove sonorità di Manzarek, più tendenti a nuove sperimentazioni come anche lo swing, fa sembrare il lavoro una specie di omaggio al talento di Jim Morrison. In questo album si vede anche un netto avvicinamento a quel blues che sarà grande protagonista nell’ultima parte della loro carriera.

“Morrison Hotel” è l’album successivo, e rappresenta, incredibile a dirsi, il primo passo indietro rispetto agli elevatissimi standard del gruppo: la canzone di apertura “Roadhouse Blues” è uno dei pezzi più famosi della storia, ma il resto del disco non soddisfa le aspettative: è un classico blues suonato più che discretamente, con solita protagonista la voce di Jim Morrison, ma è considerabile “solamente” come un ottimo album blues, non come una pietra miliare della musica; il capolavoro, comunque, non tarda a tornare: “L.A. Woman” è il sesto ed ultimo album da studio. Le sonoritò atmosferiche, a tratti celestiali, a tratti maledette del primo album sono state decisamente abbandonate a favore di quello che sembra essere il nuovo amore della band: il blues. La creatività del gruppo qui emerge molto di più che nel suo predecessore; l’unica eccezione musicale, che rappresenta un ritorno alle origini, è la canzone “Raiders on the Storm”, canzone atmosferica che rappresenta, neanche a farlo apposta, il sipario che si abbassa sul gruppo. Il 3 Luglio 1971 Jim Morrison viene trovato morto nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi; il cadavere, a dire il vero, è stato visto solo dalla sua compagna e dal medico, dando così il via ad una serie di leggende metropolitane su una presunta fuga chissà dove.

Non ho voluto parlare di quegli eccessi che hanno sempre accompagnato la vita dei componenti della band, perché li ritengo un dettaglio assolutamente di secondaria importanza rispetto al talento musicale, ma è arcinoto che anche il loro stile di vita sia stato un argomento di interesse per la storia del rock.

Jim Morrison era chiaramente impossibile da rimpiazzare, per cui il gruppo si è limitato a cercare di fare uscire qualche album postumo con la voce presa da registrazioni precedenti; preferirei non dire quello che penso a riguardo. Nel 1973, comunque, arrivò lo scioglimento definitivo, sebbene ci siano continue ristampe, greatest hits o quant’altro.

A mio modesto parere, i Doors hanno rappresentato la pagina più bella della storia del rock

La storia del rock: i Beatles

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Beatles (U.K. – 1963)

Tra tutti i 100, questo è il gruppo sul quale sono più tranquillo nel fare la recensione: qualsiasi cosa scriva, ci sarà sempre qualcuno che troverà qualcosa da criticarmi, tanto vale che quindi non mi sforzi ed esprima senza problemi le mie opinioni.
Il gruppo è inglese di Liverpool, luogo ormai diventato meta di pellegrinaggi di migliaia di fans e, cosa più unica che rara nel rock, è sempre riuscito a tenere la stessa line-up: McCartney, Lennon, Harrison, Starr, attorno ai quali gravitarono altri personaggi comunque sempre da considerare esterni.
Sin dai primi album si è sempre percepito che ci si trovava davanti ad un gruppo che avrebbe cambiato la storia universale della musica. Da qui prendeva forma definitiva quello che poi sarebbe propriamente diventato il rock: la loro musica rappresentava alla perfezione quello sfogo ribelle che faceva tanto divertire i ragazzi e scandalizzare i genitori. Il primo album in cui personalmente vedo qualcosa di veramente valido, fatta eccezione per qualche singolo carino e spensierato dei primi due dischi, è però il terzo “Hard Day’s Night” del 1964: non è uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma da questo momento si inizia a capire che il genere composto dal quartetto è qualcosa che va oltre l’essere un fenomeno passeggero.
E’ però col quinto album, “Help”, che arriva il salto di qualità (ed arriva veramente alla grande): la canzone “Yeserday” rimarrà come una delle più famose nella storia della musica, ma andando oltre, bisogna sottolineare che è tutto l’album che inizia ad avere una struttura ben definita, una certa elaborazione e complessità. A questo punto anche i detrattori del rock iniziano a ricredersi, ma c’è bisogno di un’altra prova di maturità; la risposta del gruppo fu “Rubber Soul”: un album parecchio più complesso e riflessivo dei precedenti; dalla critica fu accolto come quel lavoro che convinse tutti sulla loro genialità, le tematiche controverse qui trattate, come l’alcol e la droga, fecero rimanere la critica a bocca aperta. Personalmente non lo considero tra i miei album preferiti, probabilmente perché il gruppo, a forza di essere sicuro di poter dimostrare che ciò che fanno lo sanno fare e bene, fa diventare il disco un po’troppo presuntuoso, con canzoni spezzate che sembrano voler essere un subliminale saggio di bravura piuttosto che pezzi musicali veri e propri, ma a questo lavoro va dato il merito indiscutibile di aver fatto da apripista a quella che a mio parere è la miglior espressione del genio dei Beatles: “Revolver” del 1966. Il genere della band oramai non ha più quella patina di melenso, quello che il gruppo esprime ora è una versione acidissima dei loro esordi. La versatilità dei quattro musicisti si sente a turno in ogni singola canzone dell’album, facendogli iniziare il culmine della loro carriera; quest’album, infatti, fece a sua volta da apripista a quello che è considerato quasi unanimemente dalla critica il miglior lavoro mai prodotto nella storia della musica rock: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967. Come già detto a questo preferisco “Revolver”, ma qui è solo questione di gusti personali; quello che riconosco è che questo lavoro merita un capitolo a parte.
In quegli anni per essere presi davvero sul serio da una critica forse eccessivamente sofisticata, l’unico modo era quello di fare un “concept album”: un filo conduttore lega tutte le canzoni del disco e la musica funge da colonna sonora della storia. Nel caso di quest’album, i Beatles si misero da parte, lasciando il compito di narratore al Sergente Pepper, accompagnato dalla sua Band.
Detto che si tratta di un “concept album” un altro argomento su cui bisogna parlare è, mai nella storia della musica come in questo caso, la copertina dell’album: l’idea è semplice e geniale, una specie di foto-collage dove i quattro sono ritratti assieme ad altre persone o personaggi, tra cui spiccano i volti, per esempio di Albert Einstein, o di Marlon Brando; la leggenda vuole, inoltre, che nel “casting” fossero stati presi in considerazione e poi scartati, altri personaggi quali Gesù o Adolf Hitler. Tale copertina fu comunque ripresa, riadattata e personalizzata in infinite occasioni, diventando a buon diritto una delle più grandi espressioni artistiche dell’intero ‘900.
Fate queste premesse, veniamo all’album il rock della band si fa a tratti più psichedelico e comunque molto più contorto, l’esasperata ricerca della melodia viene messa in secondo piano, a favore di una ricerca per la sperimentazione; il risultato, soprattutto considerati i precedenti della band, lascia semplicemente sbigottiti. In questo lavoro, a differenza che in tutti gli altri passati e futuri, non c’è la canzone destinata a diventare tormentone, o il singolo che continua a girare nelle radio; in verità la canzone “Lucy in the Skies With Diamonds” diventò soggetta ad un numero di interpretazioni tutte differenti tra di loro, che solo questa meriterebbe un altro capitol a parte, ma musicalmente non è stata assolutamente concepita come singolo prettamente commerciale; tutto l’album è un unico singolo, l’errore più grosso sarebbe estrapolare un pezzo da quello che è il suo unico habitat naturale, per questo è rarissimo sentire per radio un pezzo di questo disco, nonostante sia convenzionalmente considerato il miglior album rock di sempre. Nella sua compattezza il risultato è oggettivamente eccezionale, ma quasi incredibilmente, mi spiazza il fatto che non ci sia il super singolo.
Raggiunto il punto più alto della loro carriera, i Beatles riuscirono ancora a tenere livelli qualitativi eccellenti col seguente “Magical Mistery Tour”, che riprende le sonorità di “Help!”. Da questo momento in poi, però, si iniziò a percepire che le personalità dei singoli componenti erano diventate troppo forti per poter essere ingabbiate tutte in un’unica band, ed i progetti personali, soprattutto di Lennon, ebbero la priorità rispetto alle esigenze del gruppo; i lavori che seguono ne risentirono, nonostante gli album in sé siano piuttosto discreti, manca tuttavia la genialità dei singoli membri. Tra questi, il disco che emerge è comunque “Abbey Road” del 1969, che a sua volta presenta un’altra copertina capolavoro, nella quale i quattro Beatles attraversano le strisce pedonali, in un’altra immagine destinata a diventare anch’essa simbolo del ‘900.
L’ultimo lavoro fu quel “Let it Be”, che con la sua title track funziona da perfetto pezzo di chiusura di una carriera sempre sulla cresta dell’onda.
La discografia comprende anche una serie di riedizioni, inedite, collane, che raggiunge una quantità prossima all’infinito, ma per rispetto della credibilità del gruppo penso sia meglio non soffermarsi.
Dieci anni dopo l’ultimo disco, il mito dei Beatles subì un colpo che diventò a tutti gli effetti la mazzata finale: nel 1980, a New York, John Lennon fu ucciso da un accanito (e a quanto pare invasato) fan della band, quasi a voler mettere la pietra tombale su questo pezzo di storia.