BRMC in Italia

black-rebel-motorcycle-clubSaranno in Italia dal 7 al 9 Maggio 2010 i Black Rebel Motorcycle Club (BRMC), una delle band più importanti del rock americano. Le tre tappe italiane fanno parte di un tour che vedrà il gruppo americano esibirsi in varie parti del mondo. Saranno ai Magazzini Generali di  Milano, all’Estragon di  Bologna e al Piper di Roma per promuovere il loro ultimo album, il quinto, uscito in marzo, dal titolo “Beat The Devil’s Tattoo” alla cui registrazione ha partecipato per la prima volta la batterista Leah Shapiro, che ora fa parte stabilmente del gruppo. I biglietti possono essere acquistati sul circuito Ticketworld.

Date italiane:

- 7 Maggio 2010, Milano, Magazzini Generali

- 8 Maggio 2010, Bologna, Estragon

- 9 Maggio 2010, Roma, Piper

Il Rock operaio del Boss: Bruce Springsteen

Bruce Springsteen (U.S.A. – 1973)

Uno dei simboli degli Stati Uniti d’America. Più di lui solo Bob Dylan è riuscito a proiettare nella sua musica un’intera nazione. Il genere proposto da “The Boss” Bruce Sprinsteen è rock, puro e semplice rock, di quello che dà energia ed infiamma gli animi così come piace agli americani.

Venendo alla discografia, nei primi due album il cantautore inizia a mettere le basi per quella che sarà la sua carriera: si tratta di due dischi carini, che narrano della vita quotidiana dei cittadini medi americani. Se per l’idea di fondo si era già guadagnato le simpatie del pubblico, la consacrazione arriva col terzo, fantastico, “Born to Run” del 1975: un vero e proprio capolavoro. La title-track diventa il suo primo grande successo; i pezzi di chitarra sono più elaborati e molto più energici. Le influenze sono quelle classiche americane: il tipico rock mischiato con folk e un po’di country; i testi sono sulla stessa linea degli esordi.

Dopo il successo commerciale ottenuto, il cantante impiega tre anni per il seguente “Darkness on the Edge of Town”, meno energico del precedente, ma che contiene comunque dei pezzi più che validi.

Per quanto riguarda i due album che seguono, c’è da notare che il sesto “Nebaska” è il primo lavoro acustico di Springsteen, che in questa occasione non collabora con la E Street Band; questo, come tutti gli altri album acustici che vedremo sarà a mio parere uno dei momenti meno esaltanti della sua carriera, in quanto privo di quell’energia diventata un suo marchio di fabbrica.

Nel 1984, però, avrà modo di rifarsi “Born in the U.S.A.”, una vera pietra miliare del rock, ed il punto più alto della sua carriera, sia artistica, sia commerciale. Il disco sforna un singolo dietro l’altro, tutti sprizzanti di orgoglio, rabbia e voglia di emergere; la title-track diventa un successo mondiale destinato a rimanere nelle generazioni, ma sono tanti i brani da ricordare, come l’altro super successo “Glory Days”. Paradossalmente l’unico difetto che si potrebbe trovare in questo album è il fatto che tutte le canzoni sono ottime e molto diverse tra di loro, facendo così sembrare “Born in the U.S.A.” più che un lavoro da studio, un Greatest Hits: il difetto, appunto, sta nel fatto che il disco non risulta compatto, ma composto da canzoni splendide separate tra di loro; è chiaramente un problema che vorrebbe avere ogni artista.

Negli anni successivi, Springsteen farà uscire diversi altri dischi, ma nessuno di questi non solo non raggiunge i due capolavori sopra citati, anzi ci vanno piuttosto lontani, in particolar modo per quanto riguarda gli album acustici, che sembrano essere un tributo non molto riuscito a Bob Dylan.

Per rivedere parzialmente la luce, bisogna arrivare al 2007, con “Magic”: sicuramente il disco più graffiante e rabbioso della seconda metà della sua carriera, che tra l’altro ebbe un degno seguito con “Working on a Dream” del 2009.

Con i successi ottenuti ed il suo carisma il “Boss” ha, ed avrà per molti anni, un posto d’onore nel cuore dell’americano medio. Se in futuro riuscirà a mettere un’altra pietra miliare alla sua collezione sarà tanto di guadagnato, altrimenti già così va più che bene.

Blue Cheer: eternamente fuori dalle mode

BlueCheerVincebusEruptum

Blue Cheer (U.S.A. – 1968)

Uno dei gruppi più anti commerciali del rock. Nati alla fine degli anni ’60, in un momento in cui il rock, soprattutto negli Stati Uniti, si erige ad emblema del pacifismo, i Blue Cheer mostrarono una completa indifferenza a tali avvenimenti, pensando esclusivamente alla loro musica, così che finirono con l’inimicarsi gli addetti ai lavori.

“Vincebus Eruptum” è il loro disco di esordio: musicalmente è un hard rock non molto facile da digerire, con forti influenze blues, con chitarre potenti, pesanti, man non veloci; il risultato finale non è dissimile dai lavori più rappresentativi degli Who: anche i Blue Cheer sono indatti accostabili al movimento MOD.

Nonostante l’ostracismo, la band dimostra di valere, ed anche il successivo “Outsideinside”, pur meno ricercato del precedente, risulta essere un lavoro più che valido.

Col passare del tempo, e l’abbandono del cantante/bassista Dickie Peterson, il gruppo non riuscì più ad esprimersi sui buonissimi livelli dei due lavori precedenti, ed una critica già prevenuta in partenza contribuì ad affossarli. Il gruppo continuò a produrre fino al 1971, e la seconda parte della loro carriera è molto più orientata verso un tipico rock blues meno pesante che nei lavori passati. Di questo periodo l’unico album meritevole di citazione è “The Original Human Being”, un blues eccessivamente snobbato dalla critica, che presenta ottimi riff di chitarra e che ricorda da vicino una di quelle band che è sempre stata tra i loro principali detrattori: i Cream.

Dopo quasi 20 anni di distanza, infine, i Blue Cheer decisero di entrare anche loro in quel vortice chiamato reunion, e come nella maggior parte dei casi, anche qui i risultati furono piuttosto trascurabili. Dispiace, perché i Blue Cheer sono stati un gruppo che piuttosto che piegarsi alle leggi del mercato ha preferito pagare personalmente, e da un gruppo coerente come loro mi sarei aspettato che se fossero rientrati in gioco lo avrebbero fatto con qualche argomento un po’più convincente che le loro ultime pubblicazioni.

I grandi cantautori di folk rock americano: Simon and Garfunkel

Simon & Garfunkel (U.S.A. – 1964)

Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e Art Garfunkel. In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era inevitabilmente influenzato dalla musica folk; i due non furono da meno, anzi, per moltissimi aspetti si potrebbero addirittura definire come i fratelli minori di Bob Dylan.
Il vero grosso successo per il duo arriva col secondo album, “Sounds of Silence”; il disco, come detto, è pervaso dal folk classico, riadattato in maniera ancor più pacifica e rilassante. La title-track è uno dei pezzi più famosi del gruppo e, più in generale, della storia della musica, anche perché colonna sonora del film “Il Laureato”. L’album di per sé non è male, ma è un po’troppo incentrato sul singolo e su poche altre canzoni: alcuni pezzi sembrano essere fatti volontariamente per contorno.
Le cose migliorano sensibilmente con il quarto album: “Bookends” del 1968. In questo disco si trova l’altro super classico del gruppo: “Mrs. Robinson”, anch’essa nella colonna sonora de “Il Laureato”. In questo caso, il disco è molto più completo, e al suo interno si possono trovare molti spunti interessanti e vari.
Nel 1970 esce “Bridge over Troubeled Water”, che segna un certo cambiamento rispetto ai lavori precedenti: il sound inizia ad avvicinarsi al rock di stile inglese, le canzoni diventano complesse ed articolate come mai precedentemente. Tra i pezzi dell’album non c’è il singolo davvero immortale, ma ci sono molte canzoni estremamente varie e tutte valide, infatti i singoli estratti hanno comunque avuto grandissimo successo. Tale versatilità fa si che quest’ultimo è sicuramente il lavoro meglio riuscito del duo.
Arrivati al loro apice artistico, i due, mai molto in sintonia a livello personale, iniziano a scontrarsi in maniera più decisa del solito, e lo scioglimento spesse volte paventato, questa volta accadde veramente. Entrambi continueranno con lunghissime carriere soliste di interesse secondario (soprattutto quella di Garfunkel) e comunque incentrate sui loro vecchi successi; le numerose richieste da parte dei fans di una reunion non riuscirono, né probabilmente riusciranno mai, a farli produrre un nuovo disco da studio.
Una carriera di 5 album è relativamente breve, il paragone con Bob Dylan vede, chiaramente, vincere quest’ultimo, ma già il fatto che fare un paragone tra loro non sia così scandaloso, è segno che qualcosa (neanche poco) di buono lo hanno fatto.

Il folk rock si espande a macchia d’olio: The Byrds

The Byrds (U.S.A. – 1965)

Una band che sembrava destinata ad occupare un posto d’onore nella storia del rock, ma ha poi finito col perdersi. Sappiamo benissimo che negli anni ’60 negli Stati Uniti andava come il pane il folk, meglio se con l’aggiunta di un po’di country, dove spesso venivano riprese canzoni popolari e riadattate dal menestrello di turno. Già detto e stradetto che in quel periodo non era possibile fare assolutamente niente senza la benedizione di Bob Dylan, ma è anche vero che gli artisti di successo in quel periodo non furono pochi, né poco meritevoli, anzi.
L’idea dei Byrds era semplicissima, ma geniale: i pezzi popolari che intendevano reinterpretare erano prevalentemente quelli di Bob Dylan, loro quasi contemporaneo, ma già mito; bastava riuscire a dimostrare un po’di personalità, ed il gioco era fatto. Guarda a caso, l’esordio discografico del terzetto è l’album “Mr. Tambourine Man”; appena uscita, la canzone di Dylan era già diventata leggenda; i Byrds ne rifecero una loro versione, nella quale apparvero subito le peculiarità del gruppo: cantato in falsetto da tutti e tre i componenti, chitarra classica come elemento principale e tamburino invece che la batteria a tenere la ritmica. Come si può capire l’album è incentrato sulla title-track, ma sarebbe ingiusto non dire che è un bell’album nella sua interezza, infatti c’è dell’altro: da altre reinterpretazioni di Bob Dylan, a quelle di interpretazioni di altre canzoni popolari, più qualche brano loro originale dal contenuto piuttosto valido.
Il seguente “Turn! Turn! Turn!” ha come pezzo trainante la title-track, forse il loro pezzo più famoso. Lo stile musicale non cambia di una virgola, ed anche in questo caso sono presenti valide rielaborazioni di pezzi di Bob Dylan, e alcune canzoni loro che meritano, se non altro, un’ascoltata.
“Fifth Dimension” è il terzo album: squadra che vince non si tocca, per questo la linea guida seguita rimane quella dei due predecessori; questo disco si segnala per una serie di reinterpretazioni più storiche (“Wild Mountain Trupe” piuttosto che “Hey Joe”) e per una maggior influenza country.
I lavori che seguiranno abbracciano le nuove tendenze più rockeggianti e blueseggianti, ma non c’è molto da segnalare, se non l’album “Ballad of Easy Rider” del 1969, dedicato al mito dei motociclisti americani sempre “on the road”. La discografia del gruppo va avanti fino al 1972, ma le cose rilevanti proposte nell’ultimo periodo sono gli spunti che i lavori propongono per quelli che poi saranno i progetti futuri dei singoli componenti: in particolare, David Crosby andò a formare quel supergruppo chiamato “Crosby, Stills, Nash & Young”, che nonostante i grandissimi successi di pubblico, li vedo (e qui mi prenderò le maledizioni di molti) come un gruppo bravo solo a rielaborare, e in maniera nemmeno molto originale, un genere di culto (grazie anche al loro precedente apporto), m che musicalmente aveva poco di nuovo da esprimere.