The Gossip a Bologna il 31 Maggio 2010

gossipIl 31 Maggio i fan di Bologna vedranno esibirsi sul palco dell’Estragon la band americana “The Gossip”, per presentare il loro album “Music for Men”, con la voce della cantante Beth Bitto, dalla taglia extralarge sia nel fisico che nella voce, accompagnata da Brace Paine alla chitarra e al basso e da Hannah Billie alla batteria. Sonorità dance, punk, funk e soul si mescoleranno tra loro, per una serata veramente divertente e coinvolgente! The Gossip sono una band statunitense, nata nel 1999 a Searcy, in Arkansas, che riuscì ad affermarsi ed ad avere successo solo nel 2006, con la pubblicazione dell’album “Standing in the Way of Control” e che nel 2009 ebbe un vero e proprio  exploit, con l’album “Music for Men”, che si piazzò al terzo posto in Italia nella Hit List Italia.Mercoledì 7 Luglio parteciperanno anche alla manifestazione Rock in Roma, attesissimi dai loro fan.

Costo del biglietto : 25,00 Euro + prevendita

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I Voivod al Rock Planet di Pinarella di Cervia (Ra)

voivodComunicazione per i fan dei Voivod: il gruppo canadese sarà in Italia il 07.08.2010 al Rock Planet di Pinarella di Cervia (Ra), per un’unica data italiana del loro tour di quest’anno. La band, nata nel Quebec nel 1982, ha attraversato alterne vicende e ha visto molti abbandoni e anche, nel 2005, la morte di uno dei suoi più significativi componenti, Denis d’Amour , sempre cavalcando l’onda del successo con la sua musica heavy-metal, con frequenti incursioni nella musica rock, contaminata con elementi dark-punk molto forti e impattanti. Un evento da non perdere!

Disponibili fin da subito i biglietti per il concerto sul circuito www.ticketone.it e rivendite collegate.

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I Buzzcocks al Tunnel di Milano il 28 gennaio

BuzzcocksArrivano in Italia i Buzzcocks, famoso gruppo inglese, che terranno un concerto al Tunnel di Milano il 28 gennaio 2010.

Divenuti famosi in Inghilterra negli anni ’70, insieme ai Sex Pistols, ai Clash, ai Ramones, dettero una svolta alla musica punk, fondando il Pop-Punk e  trattando temi tabù per l’epoca, come il sesso e la droga.

Nel 2006 hanno pubblicato il loro ultimo lavoro discografico, ottavo della serie,  Flat-Pack Philosophy. I primi tre storici album della band, raccolti in un  doppio cd, sono usciti nel 2008.

Ingresso 15 euro + prevendita

The Casualties


“Punk is a way of life, we look it, we live it, we love it. Ad that’s our thing” – Kolatis -
16 GENNAIO @ VIDIA, CESENA
17 GENNAIO @ INIT, ROMA
19 GENNAIO @ CIRCOLO MAGNOLIA, SEGRATE

Ci sono tanti modi di essere punk: nell’aspetto, nella musica ascoltata, nell’atteggiamento, nello stile di vita. The Casualties sono una delle poche band che, imperterriti, continuano sulla loro strada abbracciando la sottocultura punk in tutti i suoi aspetti – negativi e positivi che si voglia – da quasi vent’anni.
Alla faccia di chi pensa che tutto questo è solo una moda!

The Casualties si formano nei primi anni ’90 per fare street punk, ed è esattamente quello che fanno ancora oggi, senza curarsi dei nuovi filoni musicali che mescolano tutte le influenze possibili e immaginabili. Street punk crudo, veloce, aggressivo, sempre al limite, dal primo all’ultimo album.

Dal 1997 ad oggi hanno registrato ben otto full length, partecipato a innumerevoli compilations e realizzato tre album live. Niente male per una band che è famosa più che altro per i loro set live in cui The Casualties non risparmiano niente a nessuno!
Dopo il successo di Under Attack (Side One Dummy, 2006), la band si prende una breve pausa per tornare il 25 agosto 2009 con We Are All We Have, registrato alla Blasting Room di Bill Stevenson e licenziato sempre dalla Side One Dummy.
Rispetto al lavoro precedente, un concentrato di tiratissime chitarre, canzoni urlate nel microfono e martellanti batterie – insomma, una mezz’ora da far venire i brividi – questo nuovo lavoro è molto diverso, probabilmente più maturo: non più solo selvaggio street punk ma anche accenni reggae e tante chitrarre thrash metal che si uniscono alla graffiante e incazzatissima voce di Jorge.
Tutto questo senza perdere la sincerità e la devozione per lo street punk e i tantissimi fans che li ha resi famosi e che li mantiene sulla cresta dell’onda da quasi vent’anni.

THE CASUALTIES
16/01/2010 Vidia, Cesena
17/01/2010 Init, Roma
19/01/2010 Circolo Magnolia, Segrate

Per info: info@hard-staff.com

The Vibrators in tour

14 ottobre @ United Club, Torino
15 ottobre @ Init, Roma
16 ottobre @ Cox 18, Milano
17 ottobre @ Sabotage Bar, Vicenza
18 ottobre @ Lazzaretto, Bologna

Hanno diviso il palco con Sex Pistols, Heartbreackers, Iggy Pop e David Bowie, il famigerato 100 Club di Londra era la loro seconda casa e negli ultimi trent’anni hanno sfornato oltre dieci album di inediti, oltre ad aver partecipato in innumerevoli compilation dedicate al punk. Ma non solo, grazie a pezzi come Automatic Lover e Baby Baby The Vibrators sono riusciti a conquistare il pubblico più pop e gruppi come i REM, che hanno fatto alcune cover dei loro famosissimi pezzi.
Forse è proprio questo il punto forte di The Vibrators, non si sono limitati a fare rumore e casino come dei veri punk, ma hanno colto al volo l’enorme potenziale che c’era dietro questo stile, e oggi, dopo diverse decadi, sono ancora qui a dimostrarcelo.

The Vibrators nascono a Londra nel 1976, il loro debutto ha dell’eclatante: il primo concerto è in supporto a The Stranglers, partecipano al famosissimo Punk Festival al 100 Club, nel novembre dello stesso anno esce il primo singolo We Vibrate (RAK Records) e nei primi mesi del 1977 accompagnano in tour Iggy Pop, e lo speical guest alle tastiere non è niente meno che David Bowie.
Grazie all’enorme successo si accasano alla Epic Records, con cui prima escono col singolo Baby Baby, e in seguito col primo album Pure Mania, che per cinque settimane rimane fisso in tutte le charts inglesi.
Nel marzo del 1978 arriva il singolo Automatic Lover, che fa esplodere la band: raggiunge la 35 posizione delle charts e viene addirittura trasmesso in Top Of The Pops, una cosa impensabile fino ad allora per un gruppo punk.
Nonostante i continui cambi di line up The Vibrators resteranno una delle colonne portanti del punk e del New Wave: produttivi come pochi, gli album e i singoli sono tutti lì a dimostrarcelo, ma hanno soprattutto puntato sulla qualità, riuscendo in quello che molti hanno fallito, rimanere ancora oggi una delle migliori punk band della storia!

THE VIBRATORS
14/10/2009 UNITED CLUB – TORINO
15/10/2009 INIT – ROMA
16/10/2009 COX 18 – MILANO
17/10/2009 SABOTAGE BAR – VICENZA
18/10/2009 LAZZARETTO – BOLOGNA

Per info: www.hard-staff.com

I Sex Pistols e la rivoluzione punk

Sex Pistols (U.K. 1977)

E’ assolutamente necessario mettere anche loro. Mi rendo conto che in mezzo a nomi quali per esempio Pink Floyd, King Crimson o Doors i Sex Pistols risultino assolutamente fuori luogo: è esattamente così; rimane, però, che loro come forse nessuno sono riusciti a stravolgere (con molte conseguenze negative) il modo di fare musica, e soprattutto hanno avuto un impatto sociale senza precedenti. Nella premessa avevo specificato che tutti i gruppi presi in considerazione in questa biografia hanno fatto almeno un album da studio valido e prodotto qualcos’altro di interessante; qui ho dovuto fare un’eccezione: i Sex Pistols nella loro carriera hanno fatto un solo album, pure bruttino, ma ci hanno marciato e ci marciano ancora adesso in maniera impressionante.

L’analisi del loro “Nevermind the Bollocks” deve essere distinta in due parti: quella poco rilevante, relativa alla musica, e quella molto più interessante che riguarda l’impatto sociale. Musicalmente, quindi, possiamo dire che hanno creato quel genere chiamato punk, e più nello specifico hanno dato vita a quel movimento chiamato punk ’77; i pezzi presenti nell’album sono suonati malino, registrati male e cantati peggio da Johnny Rotten; le canzoni sono brevi, veloci e piuttosto sempliciotte: musicalmente si sono sentite cose molto più aggressive. In definitiva, l’album di per sé è più che trascurabile. Per quanto riguarda l’impatto sociale, questo disco ebbe l’effetto sul Regno Unito di una bomba atomica. Il punk americano dei Ramones aveva iniziato a manifestare in maniera comunque sarcastica un certo disagio sociale della gioventù americana; i Sex Pistols hanno ripreso il desiderio di esprimere questo disagio, ma cambia la modalità di espressione: questa volta è violenta e distruttiva; di costruttivo non c’era assolutamente niente: se qualcosa della società non andava bene non doveva essere modificata, doveva essere distrutta. Il singolo “Anarchy in the U.K.” a tal proposito, ne fu la massima espressione. La reazione del pubblico fu esplosiva e fragorosa, la cultura ed il look punk si espansero in tutto il Regno Unito in maniera impressionante; per la prima volta la formale Inghilterra sferrò un attacco alle loro istruzioni, la Regina su tutte.

Come era chiaramente prevedibile, il ciclone fu violento ma breve: il 2 Febbraio del 1979 il bassista Sid Vicious morì per un’overdose suicida. Il movimento lasciò strascichi di rilevanza pressoché nulla.

In definitiva, quello che è derivato dall’ispirazione dei Sex Pistols come musica è per lo meno trascurabile (a dire il vero è proprio meglio che non ne parli); ciò che è rimasto mai come in questo caso è la prova provata che una band può aver successo anche senza saper suonare; questo principio, purtroppo, fu seguito da molte band. Quindi, se un gruppo riesce con un solo album a creare un polverone tale come quello che hanno fatto loro, ritengo necessario averli in discografia.

Il punk sofisticato dei Clash

Clash (U.K. – 1977)

Se ci si limita a considerare questa come una punk band, possiamo dire che probabilmente i Clash sono stati l’espressione migliore, o per lo meno quella commercialmente più presentabile, del genere in questione. In verità mi sembra alquanto limitativo definirli solo punk. Per chiarire meglio è necessario dire che gli esordi rispecchiano esattamente i canoni del genere, ma il gruppo si distingue rispetto ad altri, se non altro per le tematiche un po’più riflessive e per i suoni più ricercati rispetto alla media del punk.

Facendo poi un salto temporale, arriviamo al 1979: il boom commerciale che aveva portato “Nevermind the Bollocks” dei Sex Pistols a farli diventare i nuovi dei della musica aveva fatto posto ad un’analisi più lucida che portò alla conclusione che se questa è la musica proposta al momento, allora forse è meglio abbassare la saracinesca e chiudere tutto. In particolare tutto ciò che veniva prodotto nel Regno Unito veniva visto con diffidenza, e soprattutto la stampa musicale britannica aveva iniziato a perdere di credibilità; quando, infine, la morte di Sid Vicious sembrava aver messo la pietra tombale sulla musica del Regno Unito, i Clash escono con “London Calling”, che ebbe l’effetto, almeno per la stampa musicale britannica, della manna scesa dal cielo: anche il punk rock poteva fare qualcosa di proponibile e duraturo. L’album fu iper pompato, ritenuto originale, istrionico, raffinato, elaborato, ribelle, e chi più ne ha più ne metta; viene considerato uno dei migliori lavori del rock e riuscì a ridare credibilità alla musica e ancora di più alla stampa britannica. In realtà lo considero un album piuttosto bello, sicuramente non uno dei migliori della storia, ma gli aggettivi precedentemente detti non sono poi così sbagliati. Mi permetto, però, di fare un’osservazione: questo non mi sembra un album punk. Qui ci troviamo davanti ad uno strano miscuglio di sonorità, dallo ska al rock classico all’hard rock al reggae e tanto altro; più che un’alternativa ai Sex Pistols i Clash mi sembrano un’alternativa ai Police, ma la priorità del tempo era quella di salvare un minimo di credibilità del movimento punk, per cui convenzionalmente questo si può considerare un grande lavoro punk.

La mescolanza di suoni precedentemente detti e (questa volta sì) una maggior presenza di canoni tipici del punk si ritrovano in quello che invece è considerato dal pubblico il miglior lavoro dei Clash: “Combat Rock”. Personalmente mi schiero con il pubblico: il disco è meno elaborato del precedente, ma l’impatto è più diretto ed efficace.

Col passare del tempo, come quasi sempre accade, i litigi interni ebbero la meglio sulla musica, ed il gruppo si limitò a produrre un altro disco nel 1985, poi ognuno per la propria strada. Tra le band nate in conseguenza a questo scioglimento, ci sono sicuramente da citare i “Pogues” del cantante Joe Strummer, autori di un divertente rock in stile celtico-irlandese.

E’paradossale che una volta sciolti i Clash, che continuo a non considerare strettamente punk, il movimento accusò pesantissimamente il colpo e di punk non se ne parlò praticamente più, fino a quando si arrivò alla fine degli anni ’80 e soprattutto alla prima metà degli anni ’90, quando per etichettare un genere prevalentemente californiano che ebbe come leader i Green Day si riutilizzò questa espressione. In realtà quello che viene fuori è accostabile ai Clash ed ai Sex Pistols solo in piccola parte, le ispirazioni, ed i gusti commerciali, hanno spostato la maggior parte di queste band a seguire i canoni dei Kinks o anche dei Beach Boys.

Il punk americano dei Ramones

Ramones (U.S.A. – 1976)

Se dopo aver parlato dei Kiss mi sarò beccato qualche insulto, penso che per i Ramones me ne posso prendere ancora di più.

A loro va dato il merito di aver stravolto il modo di fare musica e l’impatto socio-culturale che hanno dato è stato semplicemente devastante; rimane che quello che hanno proposto mi sembra a dir poco trascurabile.

Il genere in questione è il punk, la provenienza (estremamente importante) gli Stati Uniti.

Il loro omonimo esordio è stato forse il primo manifesto di questo genere musicale e soprattutto di quel movimento che verrà poi riadattato in maniera molto più estrema nel Regno Unito dai Sex Pistols; la band manifesta come mai nessuno prima un disagio sociale ed un desiderio di protesta delle classi povere. La rabbia ce si percepisce nel disco era già stata proposta qualche anno prima dagli Stooges, ma la ribellione ai canoni formali della società borghese viene estremizzata come non mai. Musicalmente parlando l’album, soprattutto se ascoltato nella versione originale è davvero brutto: probabilmente è quello che volevano, ma rimane comunque un lavoro scadente, semplice, schematico, basato su un riff elementare che emergerà per tutta la durata del disco, e soprattutto registrato in una maniera davvero inascoltabile. Generalmente questo disco viene considerato un capolavoro; io credo di essere stato abbastanza chiaro su come la penso personalmente.

Il successo ottenuto fece sì che i Ramones continuassero su questo stesso genere, producendo una quantità di album industriale, tra i quali emergono “Rocket to Russia” del 1977 e “Pleasant Dreams” del 1981, se non altro sono i due episodi più divertenti ed ironici della carriera della band.

Negli anni ’80 e per la prima metà degli anni ’90 i dischi prodotti si fanno notare solo per qualche singolo proposto; i suoni sono molto più orecchiabili e (diciamo la verità…) commerciali. Sono album ascoltabili, ma a livello artistico non c’è niente di speciale.

Dal 1995 in poi, la morte iniziò ad avere il sopravvento sui progetti del gruppo: Joy, John e Dee Dee Ramone (tutti i componenti che hanno fatto parte del gruppo assumevano questo cognome) morirono a poco tempo di distanza l’uno dall’altro. La morte non fece altro che accrescere quell’alone di mitico che ha avuto la band; come già detto, penso che fuori dal loro contesto sociale, di musicalmente valido abbiano fatto veramente poco.