I Soft Machine e l’enigmatica scena di Canterbury

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(U.K. – 1968)

Gruppo di nicchia che più di nicchia non si può.

Per riuscire a catalogarli precisamente in un genere musicale bisogna citare innanzitutto il genere , per poi entrare in una sua sottospecie chiamata “scena di Canterbury”, in omaggio al luogo dove nacque.

Trovare una formazione del gruppo è praticamente impossibile, basti sapere che tra i tantissimi che hanno gravitato nel pianeta c’è stato, ad esempio, quel Deavid Allen che poi vedremo diventare leader dei Gong e, soprattutto, l’elemento principale della band: .

L’omonimo album di esordio fo subito capire che la band non ha molta simpatia per i canoni musicali tipici di un genere, né tanto meno per la commercializzazione del loro prodotto La loro musica è un proto di avanguardia che sfocia spesso nella umoristica e nell’esplorazione di territori musicali fino a quel tempo molto poco battuti, Quel minimo di melodia presente nel disco riesce, però, a fare da amalgama al lavoro e forma qualcosa che, sebbene sia di difficilissimo ascolto, è comunque molto interessante e fa sempre tenere alta l’attenzione all’ascoltatore. Questo disco, a mio parere, rimarrà il migliore della band.

Il secondo album, chiamato “Second”, musicalmente si discosta poco dal primo, risultando sempre interessante e ancora amalgamato da una minima melodia di fondo.

Nel 1970 arriva la svolta: il gruppo produce il terzo album, chiamato in maniera molto originale “Third”: composto da quattro lunghissimi brani che in realtà danno molto più spazio alla sperimentazione e alla cacofonia che alla musica, il disco si distingue dai precedenti per la completa mancanza di quella linea melodica che aveva tenuto uniti i lavori. Sotto certi aspetti questo disco è un elogio alla follia. Personalmente preferisco gli altri album, e su questo mi limito a dire che le continue sperimentazioni e le atmosfere enigmatiche prodotte da dei suoni quanto meno “insoliti” hanno fatto del disco un lavoro molto interessante, ma forse troppo all’avanguardia. E’comunque l’album più acclamato dalla critica.

Con i farà soltanto un altro disco, per poi dedicarsi ad una carriera che conferma e evidenzia ulteriormente l’enigmaticità del personaggio; la sua produzione è molto (troppo…) difficile da comprendere, per cui le sue sperimentazioni diventano spesso troppo fini a se stesse.

In quanto al gruppo, i continuarono a produrre album che però si distinsero dai primi lavori: le linee metriche seguirono i canoni del jazz, ma sempre molto sperimentalizzato, in uno stile che potrebbe essere simile a quello di John Zorn. Di questo secondo periodo merita una particolare attenzione il settimo album chiamato, tanto per cambiare, “Seven”.

Più avanti con gli anni la band cercherà di tornare ai vecchi suoni degli esordi, ed a tal proposito merita una citazione il divertente “Blindness”. Per il resto, l’ultimo lavoro è datato 1981, e la band finirà con lo sciogliersi definitivamente.

Se qualcuno, quindi, cerva della musica di facile comprensione è meglio che stia lontano dai . Per chi, invece, è disposto ad ascoltare qualcosa di più complesso, sarà sicuramente soddisfatto da questo gruppo. Personalmente non penso che nella loro discografia ci sia qualcosa di immortale, piuttosto tante cose fuori dalle righe fatte molto bene.

Blue Cheer: eternamente fuori dalle mode

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Blue Cheer (U.S.A. – 1968)

Uno dei gruppi più anti commerciali del rock. Nati alla fine degli anni ’60, in un momento in cui il rock, soprattutto negli Stati Uniti, si erige ad emblema del pacifismo, i Blue Cheer mostrarono una completa indifferenza a tali avvenimenti, pensando esclusivamente alla loro musica, così che finirono con l’inimicarsi gli addetti ai lavori.

” è il loro disco di esordio: musicalmente è un hard rock non molto facile da digerire, con forti influenze blues, con chitarre potenti, pesanti, man non veloci; il risultato finale non è dissimile dai lavori più rappresentativi degli Who: anche i Blue Cheer sono indatti accostabili al movimento .

Nonostante l’ostracismo, la band dimostra di valere, ed anche il successivo “Outsideinside”, pur meno ricercato del precedente, risulta essere un lavoro più che valido.

Col passare del tempo, e l’abbandono del cantante/bassista Dickie Peterson, il gruppo non riuscì più ad esprimersi sui buonissimi livelli dei due lavori precedenti, ed una critica già prevenuta in partenza contribuì ad affossarli. Il gruppo continuò a produrre fino al 1971, e la seconda parte della loro carriera è molto più orientata verso un tipico rock blues meno pesante che nei lavori passati. Di questo periodo l’unico album meritevole di citazione è “The Original Human Being”, un blues eccessivamente snobbato dalla critica, che presenta ottimi riff di chitarra e che ricorda da vicino una di quelle band che è sempre stata tra i loro principali detrattori: i Cream.

Dopo quasi 20 anni di distanza, infine, i Blue Cheer decisero di entrare anche loro in quel vortice chiamato reunion, e come nella maggior parte dei casi, anche qui i risultati furono piuttosto trascurabili. Dispiace, perché i Blue Cheer sono stati un gruppo che piuttosto che piegarsi alle leggi del mercato ha preferito pagare personalmente, e da un gruppo coerente come loro mi sarei aspettato che se fossero rientrati in gioco lo avrebbero fatto con qualche argomento un po’più convincente che le loro ultime pubblicazioni.

La sperimentazione psichedelica dei Velvet Underground

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Velvet Underground (U.S.A. – 1967)

Non considerarli tra gli immortali della storia del rock sarebbe un delitto; i Velvet Underground sono infatti autori di alcuni dei momenti più geniali del genere.

L’esordio discografico è quel capolavoro chiamato “The Velvet Underground & ”, dove in certe canzoni figura la voce dell’enigmatica cantante . Il disco si distingue dalla musica del momento per la sua audacia ed avanguardia: suona come un lavoro estremamente acido, composto da canzoni che al loro interno contengono migliaia di sfaccettature; nonostante l’indifferenza iniziale, questo disco divenne a buon diritto uno dei capisaldi del rock in assoluto.

Quando un gruppo esordisce con un capolavoro come il loro, è praticamente impossibile riuscire a ripetersi; a mio parere i Velvet Underground riescono addirittura a superarsi: “White Light, White Heat” è generalmente considerato un lavoro inferiore rispetto al precedente, io lo considero il migliore della loro discografia. La critica che viene fatta al disco è principalmente dovuta alla cattiva registrazione, che non permette di distinguere nitidamente i suoni. Personalmente penso che questo handicap abbia aumentato il fascino del disco, che risulta essere una confusa festa della psichedelica; in questo caso alla voce non c’è , ma si alternano i due leader del gruppo: il chitarrista e colui che al momento era ancora più leader all’interno della band: il bassista .

Il terzo album, chiamato semplicemente “The Velvet Underground” vide un significativo cambiamento: abbandonò il gruppo, lasciando un buco gigantesco; il risultato è un disco decisamente buono, ma molto meno psichedelico e avanguardistico, lasciando spazio ad un rock più classico ed umano.

Tempo per un altro album, poi anche decise di abbandonare il gruppo, e qui è necessario aprire una parentesi: il chitarrista intraprese una carriera da solista, che musicalmente si rifà molto al rock classico americano, per poi andare avanti con gli anni e adattarsi alle sonorità new wave degli anni ’80; sicuramente quanto fatto con i Velvet Underground era irraggiungibile e tale rimase; va comunque assolutamente citato il suo secondo disco: “Transformer” del 1972, contenente il grandissimo successo “Walk on the Wild Side”. Un altro lavoro meritevole di citazione è “Sally Can’t Dance” del 1974, musicalmente meno introspettivo e malinconico di “Transformer”, ma più lineare e quasi più rappresentativo della carriera solista dell’artista.

Tornando al gruppo, nel 1973 esce il quinto e ultimo album: senza i due capisaldi Cale e Reed la band non riuscì a fare un lavoro particolarmente notevole, e la sua esistenza non ebbe più senso.

Negli anni ’80 e ’90 ci furono alcuni tentativi di reunion, accompagnati da uscite di inediti e raccolte, che personalmente non trovo molto interessanti.

I primi due album del gruppo, però, sono due vere e proprie pietre miliari del rock, e sono più che sufficienti per collocare la band nell’olimpo del rock.

I Pink Floyd: rock psichedelico, progressive e tanto altro

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Pink Floyd (U.K. – 1967)

Sicuramente uno dei migliori gruppi della storia. In attività dalla fine degli anni ’60, i Pink Floyd vantano una carriera talmente variegata da poter essere considerati tranquillamente leader assoluti del movimento del rock psichedelico (agli inizi della loro carriera), del (metà) e del rock classico (fine).

L’album di esordio è “The Piper at the Gates of Dawn”; come già detto sopra, il genere proposto è un acidissimo rock psichedelico non lontano da quello di Jimi Hendrix. Raramente una continua come quella che si trova in questo disco ha prodotto dei risultati così convincenti, tanto che il lavoro in questione è da considerarsi assolutamente un capolavoro.

Il seguente “A Saucerful of Secrets” fa subito notare un cambiamento: Syd Barret, chitarrista e fino a quel momento leader indiscusso della band esce prima del completamento del disco, ed al suo posto entra David Gilmour. Barret proseguirà una carriera solista nella quale non si riesce a trovare qualche spunto particolarmente notevole, e si dedicherà a quello che sembra il suo passatempo preferito: la droga. Nel 2006 la sua scomparsa fu comunque vissuta all’interno del gruppo come un evento particolarmente tragico. Venendo al disco, è sicuramente un lavoro estremamente buono, sullo stesso stile del precedente, ma leggermente inferiore; era comunque quasi impossibile fare meglio.

Passando al quarto disco del gruppo, “Ummagumma”, iniziamo a notare un nettissimo cambio di stile: l’album è composto da una parte live e una da studio; soffermandoci su quest’ultima, è chiaro il passaggio dalle sonorità tipicamente psichedeliche dei primi lavori a quelle più sinfoniche, quasi in stile Moody Blues. I richiami alla musica classica barocca sono continui, ed il lavoro risulta essere sicuramente il più oscuro, enigmatico, e di difficile ascolto tra quelli della discografia dei Pink Floyd; il disco è sicuramente notevole, ma dopo un progetto così difficile da digerire, la band decise di aggiustare il tiro, iniziando ad abbracciare tematiche musicali un attimino più commerciali e tipiche del classico: il seguente “Atom Heart Mother” è il primo tentativo, piuttosto riuscito, di intraprendere questa strada; il disco è famoso anche per la sua stranissima copertina, raffigurante semplicemente una mucca, che lasciò a bocca aperta i fans del e del rock psichedelico, abituati a copertine più complesse ed arzigogolate.

Le linee guida di “Atom Heart Mother” vennero riprese e migliorate alla grandissima dal successivo “Meddle”: altro capolavoro assoluto, uno dei migliori album , ma anche del rock in generale. La strumentale “One of These Days” e la fenomenale “Echoes” sono le locomotive che trainano questo disco, e rappresentano l’inizio del picco artistico del gruppo. All’interno del disco è degna di una citazione anche “Fearless”, ripresa dai tifosi del Liverpool nel loro celeberrimo inno “You’ll Never Walk Alone”.

Il seguente “Obscured by Clouds”, nonostante rappresenti comunque un passo indietro rispetto ai precedenti, lo ritengo eccessivamente sottovalutato dalla critica: il lavoro è comunque ascoltabile, ed il suo vero difetto è quello di sfigurare rispetto ai capolavori precedenti. Gli si deve poi attribuire un ulteriore merito: questo album ha un po’la funzione di preparare il terreno per l’apice assoluto della loro carriera, sia dal punto di vista artistico, sia da quello commerciale: “The Dark Side of the Moon” del 1973 è spesso considerato il miglior album di sempre; lasciando da parte queste classifiche, la cosa sicura è che questo è ancora una volta uno dei punti più alti della : le complesse tematiche musicali proposte appaiono comunque orecchiabili e di ascolto relativamente facile; è probabilmente qui che il cantante / bassista inizia a prendere quella leadership che poi si trasformò in egemonia; la sua prestazione è comunque innegabilmente eccellente.

Forti del successo di critica e di pubblico, i Pink Floyd riuscirono a ripetersi, e in certi aspetti anche a superarsi: “Wish You Were Here” è un album più semplice del precedente, in cui le parti melodiche stemperano ulteriormente i numerosissimi virtuosissimo; a forza di essere ripetitivo, considero anche questo disco un capolavoro; le canzoni “Shine on Your Crazy Diamond” e la title-track sono le canzoni cardine del disco, che rimarranno due pezzi storici della band.

Arrivati all’apice assoluto, dopo tanto tempo, i Pink Floyd non potevano fare altro che iniziare una normalissima discesa: “Animals”comunque dimostra che la band è ancora più che viva: si tratta di un originale concept album, basato su “La Fattoria degli Animali” di George Orwell.

Quando però sembrava che la discesa dovesse essere costante, la band tirò fuori il lavoro che più di tutti ha diviso: “The Wall”. Parecchi fans non lo riconoscono nella discografia, incolpando il gruppo di essere passato ad un rock più orecchiabile, e di aver messo da parte quei virtuosismi e quelle atmosfere che tanto avevano caratterizzato i dischi precedenti; la presenza di , inoltre, sembrava essere passata da leadership a tirannia. Un’altra schiera di persone, tra cui ci metto me stesso, pensano invece che il gruppo sia riuscito a tirar fuori un altro capolavoro: meno elaborato e più vicino ai dettami del rock classico, è comunque un disco di qualità eccelsa, nel quale spicca un altro super classico: quella “Another Brick in the Wall”, che dieci anni dopo diventerà uno dei simboli della caduta del muro di Berlino.

Arrivati gli anni ’80, iniziò per il gruppo una fase di stanca (era quasi ora…): Waters durò un altro album, e poi optò per una carriera solista piena di successi, ma senza quella qualità che lo aveva contraddistinto all’interno della band. Per il resto, ci fu il tempo per altri due album da studio, e poi lo spazio fu dedicato alle attesissime reunion.

Arrivati ai giorni nostri, chiaramente, nessuno si aspetta che i Pink Floyd siano ancora in grado di tirar fuori un album che sappia tener testa alla loro storia, ma è giusto che il gruppo si goda il meritatissimo successo per tutto quello che è riuscito a fare nella sua lunghissima carriera.

Con Jimi Hendrix la chitarra prende vita

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(U.S.A. – 1967)

Se il rock può essere considerato una forma d’arte duratura nel tempo, questo lo si deve soprattutto a personaggi abili a dare espressività allo strumento più caratteristico del genere: la chitarra elettrica; è stato, con ogni probabilità, il più grande genio della chitarra elettrica. Uno dei tantissimi manifesti della sua unicità è stata la sua esibizione a , dove si cimentò in una interpretazione tutta sua dell’inno americano. Più in generale, nella sua brevissima discografia (4 album), si trovano migliaia e migliaia di espressioni del suo talento. Nonostante il chitarrista fosse americano di Seattle, convenzionalmente è considerabile inglese di adozione, dal momento che la sua band, la Experience era composta da strumentisti inglesi.

L’esordio discografico è “Are You Experienced”: qualcosa di veramente mai sentito prima per la capacità di proporre riff sempre originali e vari, oltre che la fenomenale abilità negli assoli di chitarra. Tecnicamente il suo genere si può definire a cavallo tra il rock classico e quello psichedelico, condito con una buona dose di funky. Emotivamente è un album che lascia a bocca aperta per la sua versatilità, punto e basta. Dopo il primo dei King Crimson e il primo dei Doors, lo considero il miglior album della .

“Axis: Bold as Love” è il suo degno successore; anche qui ogni singola canzone presenta un riff mai banale e le sperimentazioni sono continue, e sempre con risultati fenomenali.

“Eletric Ladyland” è il terzo lavoro da studio: anche qui un altro capolavoro. In questo caso è dedicato molto meno spazio alla melodia e alle ritmiche classiche, a favore di una continua sperimentazione; è sicuramente il lavoro più difficile all’ascolto prodotto da Hendrix, ma è l’ennesima prova della sua indiscutibile genialità.

Nel 1970, però, qualcosa inizia a scricchiolare: il bassista Noel Redding ed il batterista Mitch Mitchell lasciano il progetto, ed Hendrix si trovò costretto a cambiare i componenti, fondando la “Band of Gipsies”, che è anche il nome del suo quarto album. Qui di nota un netto cambio di stile rispetto ai lavori precedenti: la psichedelica lascia posto ad un rock blues di matrice più classica, le canzoni sono nettamente più lunghe; il risultato, comunque buono, è tuttavia un passo indietro rispetto ai lavori precedenti.

Il 18 Settembre del 1970 fu costretto a mettere la parola fine alla sua breve, ma intensissima carriera: fu trovato morto nel suo appartamento di Londra, probabilmente per overdose. Se ne andò così, dopo soli tre anni di carriera, il più grande chitarrista della storia.

I Love: fenomenale rock psichedelico

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Love (U.S.A. – 1966)

Iniziamo con le band finite nel dimenticatoio e che io difendo a spada tratta; più avanti si vedranno altri gruppi semisconosciuti o dimenticati, tra tutti questi i Love sono quelli che difendo più alacremente.
Nel mondo del , se si escludono i Pink Floyd che di psichedelico hanno solo gli esordi, e Jimi Hendrix, che però è catalogabile più come un artista sui generis, le band più famose sono i Grateful Dead, i Jefferson Airplane e, un po’distaccati, i Quicksilver Messenger Service. I miei personalissimi gusti musicali mi fanno mettere i Love su un piano superiore a tutti questi; prima di darmi del pazzo vi chiedo soltanto di ascoltare gli album che analizzerò.
Il primo disco di cui vale la pena parlare è il loro secondo lavoro, “Da Capo”: il genere proposto da questo gruppo capitanato dal chitarrista Arthur Lee è il tipico americano della seconda metà degli anni ’60, sicuramente con meno rispetto ai Grateful Dead, ma con molta più attenzione per le parti melodiche ed acustiche. L’album è molto molto buono, ma il suo merito maggiore è quello di fare da apripista al successivo “”, sicuramente il punto più alto della loro discografia, un capolavoro assoluto dell’intera storia del rock. Le peculiarità del lavoro precedente vengono ulteriormente raffinate, e la di Arthur Lee è, come nella miglior tradizione del genere, un perfetto mezzo di trasporto per un viaggio verso un’altra dimensione.
Raggiunto l’apice compositivo, Arthur Lee si trova costretto a dover affrontare un completo cambio di formazione, ma il seguente “Four Sail”non sembra risentirne, rimanendo di altissimo livello. L’instabilità, però, inizia ad avere la meglio sul talento nei seguenti tre album, che non offrono spunti particolarmente rilevanti; l’unica citazione la merita “False Start” del 1970, nel quale si sente la forte presenza di un ospite di eccezione: Jimi Hendrix. Nel 1974 il gruppo si sciolse definitivamente.
Il perché la storia non si ricordi di questo gruppo, lo si deve probabilmente all’altissima instabilità della formazione e, ancora di più, al non aver dato seguito al loro progetto una volta finita l’epoca del ; i Jefferson Airplane con le loro mutazioni, insegnano che una band per poter sopravvivere deve offrire sempre qualcosa di cui parlare, positiva o negativa che sia. E’ triste, ma evidentemente è così.

Il Rock psichedelico dei Jefferson Airplane

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Jefferson Airplane (U.S.A. – 1966)

Assieme ai Grateful Dead il gruppo per eccellenza del ; nessuno come questi due gruppi è riuscito a rappresentare una parte sensibilmente grossa degli Stati Uniti di fine anni ’60, volta alla continua ricerca della pace ed allo stesso tempo alla cultura dell’eccesso. Se è vero che i Grateful Dead nel modo di approcciarsi alla musica possano definire la band in effetti più rappresentativa di questo movimento (vedremo come saranno le loro attività live), bisogna però dire che le canzoni simbolo dell’epoca appartengono di Jeffeson Airplane.
L’album che contiene questi brani simbolo, e che sintetizza alla perfezione le peculiarità del gruppo, è il loro secondo “Surrealistic Pillow”, che a buon diritto si può considerare uno degli album simbolo del rock in generale. Il loro genere rispecchia perfettamente i canoni del , quindi ritmi generalmente rilassati, e libero sfogo alla chitarra, ma quello che colpisce di più sono sicuramente le tematiche trattate, rivolte a dare un messaggio che si potrebbe interpretare più o meno come: “Fate l’amore, non fate la guerra, e già che ci siete… drogatevi”; altro elemento di risalto è la voce di . Le canzoni che abbiamo detto essere simbolo del e del movimento ad esso legato sono “Somebody to ” e “White Rabbit”, che rimarranno sicuramente i loro singoli di maggior successo ed il loro apice artistico.
Dopo aver creato un polverone ed essersi fatti notare dal mondo intero, il gruppo produsse altri quattro album da studio, tutti sullo stesso loro stile e tutti piuttosto gradevoli all’ascolto; tra questi merita una citazione l’ultimo “Long John Silver” del 1972, che riprende più fortunatamente che i precedenti anche le tematiche musicali tipiche del folk blues. Negli anni a seguire, sotto il nome di Jefferson Airplane il gruppo produsse soltanto un altro album da studio nel 1989, per giunta piuttosto bruttino.
Quello che accadde è che il gruppo decise di darsi una rinnovata generale, e per questo cambiò pure nome, chiamandosi Jefferson Starship; tale rinnovamento musicale è stato probabilmente dovuto dal fatto che il aveva smesso di suscitare interesse e scalpore, per cui le nuove tematiche musicali della band furono più varie e complesse, spaziando dal jazz al folk; il risultato è il loro interessante album di esordio “Blows Against Empire” e l’apice fu toccato col loro terzo, eccezionale, “Octopus”, sicuramente a livello compositivo il punto più alto della carriera dei Jefferson. Da qui iniziò una netta involuzione, che portò il gruppo ad una netta e scadente svolta verso il pop.
Col passare degli anni cambiarono ancora nome, oltre che formazione, ma questa è sempre stata una loro costante; questa volta si chiamarono semplicemente Starship, per poi ritornare Jefferson Starship, ma i legami con “Surrealistic Pillow” sono assolutamente nulli. Purtroppo sono stati anche loro risucchiati da quello show business che sempre avevano cercato di evitare.