I Genesis fanno parte della Rock’n Roll Hall of Fame

genesisI , band inglese che con i suoi 150 milioni di dischi venduti si colloca tra le più importanti e famose nel mondo, hanno finalmente avuto un grandissimo riconoscimento, quello di essere ammessi nella Rock’n Roll Hall of Fame, elenco che comprende i più famosi musicisti del settore della musica rock. Esponenti di un progressive rock molto innovativo, i , costituiti da Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford e Steve Hackett, hanno accolto la notizia con grande soddisfazione ed hanno annunciato a Cleveland (Ohio), sede del Rock and Roll Hall of Fame and Museum, che in giugno uscirà per il mercato americano il loro  album “Out of the Tunnel’s Mouth”, già pubblicato in Gran Bretagna.

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Uno degli ultimi esempi di progressive classico: i Camel

(U.K. – 1973)

Gruppo progressive guidato da Andrew Latimer, i , causa anche i loro continui cambi di formazione, non riuscirono ad entrare nell’olimpo assoluto del , relegati sempre un po’dietro alle band di spicco I loro album, invece, li ho sempre visti come una delle massime espressioni del genere, ed il fatto che non abbiano avuto pienamente i consensi che meritavano è forse dovuto in parte anche al fatto che il loro sound era più orientato ad interpretare canoni già scritti, piuttosto che a proporne di nuovi. Questo, comunque, è limitativo per una band che è riuscita a tirar fuori dei lavori di livello qualitativo altissimo; il loro sound, almeno per gli album più rappresentativi, è composto in maniera quasi scientifica: si prendono le basi dei King Crimson, si alternano le sonorità del periodo progressive dei Pink Floyd con quelle dei Jethro Tull, ed ecco che vengono fuori i .

Il secondo lavoro della band, “Mirage”, è effettivamente il primo a presentare tutte queste caratteristiche; “The Snow Goose”, invece, è un concept album basato su un libro di Paul Gallico, e appunto perché tale esula, anche se non di molto, dalle caratteristiche composizioni dei ; il lavoro è il più apprezzato dalla critica, ma personalmente penso che ne abbiano fatti altri leggermente migliori. Una peculiarità del gruppo, poi, è lo scarsissimo utilizzo delle parti vocali, usate prevalentemente per stemperare canzoni che altrimenti risulterebbero troppo pesanti; in questo album la voce è praticamente totalmente assente.

Chiusa la parentesi concept, i tornano con quello che questa volta il considero il loro capolavoro, ed uno dei massimi momenti della storia del rock: “Moonmadness”. Le sonorità tipiche del gruppo sono espresse nella maniera migliore, e l’opera proietta l’ascoltatore direttamente in un mondo onirico.“Rain Dances” è l’album che segue, e conferma positivamente le attese.

Arrivati al 1978, i pubblicarono un live che, come spesso accade nel rock, funzionò da spartiacque tra passato e futuro. La seconda parte della carriera del gruppo è fu più orientata verso sonorità non dissimili dal dark, ed il gruppo iniziò a seguire quel filone, che prevedeva un utilizzo smodato delle tastiere, canzoni più corte, ed un utilizzo più assiduo della voce. Quello che venne fuori potrebbe essere paragonabile in un certo senso ai primi Asia, senza però quei toni trionfalistici, peculiarità del gruppo. In questo secondo periodo i lavori non sono negativi, ma da chi ha già dato tante dimostrazioni di talento era lecito aspettarsi di più. L’album più meritevole di ascolto, comunque, è “Stationary Traveller”del 1984, al quale seguirono diversi anni di silenzio, intervallati da sporadiche uscite.

Nel 1996 la sorpresa: “Harbour of Tears” riprende il discorso finito con “Rain Dances”: è un ottimo concept album su una carestia che colpì l’Irlanda nel 1845; i suoni sono molto psichedelici, ed il risultato finale è molto ben riuscito.

Ancor più incredibilmente, le cose migliorarono ancora con “Rajaz” del 1999, che segna un definitivo ritorno agli esordi. Paradossalmente, i suoni più moderni sembrano togliere un po’di quell’atmosfera magica che funzionava da valore aggiunto per il progressive, ma metterei la firma perché anche solo la metà dei gruppi che hanno fatto la storia del rock riuscissero ancora ad ottenere risultati così convincenti.

Il progressive chiaro e netto dei Gentle Giant

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Gentle Giant (U.K. – 1970)

Anche in un discorso di rock in generale, non soltanto relativo al , ritengo giusto prendere in considerazione anche loro.

Anch’essi facenti parte di quel calderone che era il britannico che va tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, i risultati ottenuti dal gruppo furono secondo me minori rispetto a quanto avrebbero meritato.

Il loro secondo disco, “Acquiring Taste” è il primo nel quale la band mostra le proprie potenzialità. Anche in questo caso il tipo di proposto è quello secondo i canoni dei Jethro Tull, con ritmi fiabeschi e medievali. Il protagonista della band è Ray Shulman, bassista e soprattutto violinista; nonostante il gruppo non brilli per originalità, l’interpretazione è comunque molto positiva.

Col passare del tempo il gruppo, parecchio snobbato in madrepatria ed apprezzato, per esempio, in Italia, continuò sulla stessa lunghezza d’onda, ed i dischi prodotti furono piuttosto gradevoli; “In a Glass House” del 1973 è il loro quinto ed è anche una loro parziale consacrazione, o per lo meno è quello che più di tutti ha convinto critica e pubblico. Il settimo “Free Hand”, invece, è l’ultimo che riesce a proporre qualcosa di vario e divertente; i rimanenti, pur non avendo niente di particolarmente negativo, suonano un po’come ripetitivi.

Nel 1980 il gruppo, forse per mancanza di riscontri commerciali, decise di mollare il colpo.

Detto ciò, penso che certe volte per essere ritenuti un buon gruppo non è necessario a tutti i costi fare qualcosa di originale ed innovativo, sebbene in un genere come il qualcosa di tuo ce lo devi mettere per forza. I Gentle Giant si sono limitati a riproporre, in maniera comunque piuttosto personalizzata, delle cose che erano già state fatte da altre. A chi le fa bene, come in questo caso, penso che bisogna renderne comunque merito.

I gregari del progressive: i Focus

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Focus (Olanda – 1970)

Gli appassionati del , vedendo questo nome, potrebbero commentare: “in questa biografia ci sono già i Jethro Tull, perché mettere anche questi?”; i non appassionati di potrebbero dire, più semplicemente: “chi sono?”. Io li difendo a spada tratta, sebbene è necessario premettere che nonostante i miei apprezzamenti non stiamo parlando di un gruppo della serie A della scena (occupata da , Genesis, e compagnia bella); a dire il vero è difficile metterli anche nella schiera di gruppi che si trova immediatamente dietro (vedi i , piuttosto che i Gentle Giant). I Focus, penalizzati forse anche dal fatto che siano olandesi, sono praticamente sconosciuti ai non appassionati e in tutta verità non hanno creato un granchè. Hanno solo reinterpretato alla grandissima quanto era già stato fatto.

Il primo album meritevole di citazione è il secondo “Moving Waves”. I suoni fanno riferimento chiaro ai Jethro Tull, di cui il leader Thijs Van Leer dimostra essere un grande fan. Il risultato è chiaramente un album “baroccheggiante”dai ritmi fatati, dove vengono ad avere grande importanza, chiaramente, le parti di .

Un’ulteriore dimostrazione di abilità e, in questo caso, anche di originalità, la band la da con il quarto “Hamburger Concerto” del 1974. Qui emerge anche una passione per le parti orchestrali, ed il suono risulta essere non distante da quello degli Emerson Lake & Palmer; notevole è anche la chitarra, suonata da un personaggio spesso rimasto dietro le quinte del rock: Jan Akkermann.

Gli album che seguono sono molto più diretti alla ricerca, purtroppo fallimentare, di sonorità più commerciali che cercano di attrarre un maggior numero di ascoltatori. Tra questi lavori “Ship Memories” del 1977 è l’unico che propone qualcosa di ben riuscito, nonostante fosse il primo disco senza Akkermann, che si dedicò ad una carriera piuttosto intensa di session man.

Nel 1978 lo scioglimento; 25 anni dopo arrivò una reunion con risultati trascurabili e trascurati.

Sono d’accordo nel dire che questi non siano uno dei gruppi immortali del rock, probabilmente nemmeno del , ma è giusto rendergli merito per almeno due album veramente eccellenti, ed altre cose comunque meritevoli di nota (nel periodo della loro miglior produzione considero positivo anche il terzo “Focus III”). Per me questo può bastare per renderli meritevoli di una piccola attenzione.

Il Supergruppo per eccellenza: Emerson Lake & Palmer

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Emerson Lake & Palmer (U.K. – 1970)

Forse il supergruppo più famoso della storia. Come dice il nome stesso, gli Emerson Lake & Palmer (ELP) altro non sono che Keith Emerson, tastierista ex Nice (gruppo proto-progressive piuttosto interessante), Greg Lake, chitarrista ex King Crimson, e Carl Palmer, batterista ex Crazy World of Arthur Brown ed Atomic Rooster.

Per supergruppo si intende una band i cui componenti sono musicisti già piuttosto affermati; spesso in questi casi succede che il nuovo progetto risulta essere oltre che poco convincente, poco duraturo, ma qui ci troviamo davanti ad una bellissima eccezione.

L’omonimo esordio del gruppo mette subito in chiaro quali sono le peculiarità: un progressive molto complicato, che prende parecchio spunto dalla musica classica, in particolare da quella organistica, e che lascia ampio spazio alle qualità dei singoli componenti.

Il Secondo album, “Tarkus”, è l’ulteriore sviluppo di tali tematiche; a mio avviso sarà questo il miglior lavoro della band. Le qualità dei tre componenti vengono messe quanto mai in risalto, ma il protagonista assoluto ed io narratore del disco è la fantastica tastiera di Keith Emerson, che si sviluppa su basi propriamente classiche.

Nel 1973 esce il quarto album, “Brain Salad Surgery”; nonostante sia il miglior successo commerciale dei tre, lo ritengo un attimino sotto ai precedenti: i suoni e le canzoni sono molto più accessibili a tutti, e l’impatto è decisamente più immediato; sembra, però, che venga messa in secondo piano la genialità dei singoli componenti, che aveva reso il suono degli ELP come qualcosa di unico, tanto da essere considerati fonte di ispirazione nell’ambito progressive, particolarmente in Italia, dove si sviluppò una scena progressive locale tra le migliori al mondo.

Dopo il successo commerciale, per un nuovo lavoro da studio bisogna attendere quattro anni: “Works” è un album diviso in due volumi. Il primo, più epico, è legato alle tipiche sonorità della band, mentre il secondo è molto più semplice ed orecchiabile. L’album sembra essere il crocevia tra il passato ed il presente del gruppo. Il volume uno è nettamente superiore, mentre del volume due l’unica citazione degna di nota va a quelle canzoncine contenute nell’album che poi diventeranno le colonne sonore per le scenette comiche.

Il seguente “Love Beach” sarà anche l’ultimo disco prima di una pausa di nove anni. La critica ed il pubblico lo stroncarono senza pietà; personalmente non lo considero così disastroso, se non che questo disco ha a che fare più che con il progressive, con una ben fatta disco music.

I tre album da studio che seguirono negli anni non mi sembrano particolarmente meritevoli; in quello del 1987 la band aveva cambiato batterista, Carl Palmer era passato agli Asia, dei quali avremo modo di parlare; al suo posto arrivò Cozy Powell, ed il gruppo produsse il molto poco convincente “Emerson Lake & Powell”.

I componenti della band ora vivono, meritatamente, di rendita per quanto di buono hanno fatto negli anni ’70; in questo periodo sono stati protagonisti assoluti della scena progressive.

Il progressive esoterico dei Van Der Graaf Generator

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Van Der Graaf Generator (U.K – 1969)

Per gli amanti delle cose complesse eccovi qui un gruppo progressive di quanto mai difficile ascolto.

I Van Der Graaf Generator non fanno parte dell’olimpo del progressive, in quanto hanno sempre prediletto suoni esoterici ed a tratti cacofonici, lasciando molte volte perdere la linearità delle loro composizioni; questo è stato il loro difetto, ma allo stesso tempo anche la loro migliore peculiarità.

L’esordio “The Aerosol Grey Machine”, a dire il vero, nega decisamente quanto detto da me: il genere proposto è un progressive linearissimo, con canzoni piuttosto brevi e soprattutto dall’ascolto piuttosto immediato. L’ è molto buono, ma generalmente è considerato il meno rappresentativo della band, sia per le differenze che presenta rispetto a quelli che saranno i lavori futuri, sia perché lo si può benissimo considerare come un solista di quello che è il leader assoluto della band: quel grandissimo cantante/chitarrista che risponde al nome di Peter Hammill, sicuramente uno degli artisti più sottovalutati del rock.

“The Least We Can do Is Wave to Each Other” è il secondo lavoro del grupo, e rappresenta il primo vero cambiamento: già dal titolo si capisce che si tratta di un lavoro di difficilissimo ascolto, con pezzi molto elaborati e spesso disarmonici; il risultato finale è sicuramente molto interessante, ma l’ascolto richiede comunque pazienza.

Nel 1971 la band produsse il suo quarto : “”, giudicato sia dalla critica sia dal pubblico il punto più alto della band. Il disco è sicuramente ottimo, vuole essere la risposta ad “Ummagumma” dei (infatti era stato originariamente progettato come doppio); qui i richiami alla musica da camera ed al jazz sono continui, e la versatilità di Hammill raggiunge livelli elevatissimi, ma come si può capire anche questo è un lavoro dall’impatto iniziale veramente difficile.

Negli anni successivi il gruppo continua sulla sua stessa personalissima direzione, facendo uscire “Godbluff”, dai ritmi leggermente più intimisti, e “Still Life”, leggermente più energico.

L’ottavo del gruppo è “The Quiet Zone, The Pleasure Done” del 1977: a mio parere è questo il loro miglior lavoro; i richiami alla musica classica sono più forti che mai e c’è più attenzione alla melodia, la qualità è chiaramente di livello altissimo. Questo fu anche l’ultimo disco da studio della band, che si prese una pausa di 28 (!) anni.

Tornati di recente con “Present”, i Van Der Graaf Generator dimostrano di essere più che vivi: ero molto prevenuto su questa uscita, per cui la sorpresa di trovarmi davanti ad un gran bel disco è stata doppia, ed aumenta ulteriormente con “Trisector” del 2008. Il difetto gigantesco di questi due lavori è quello di essere usciti in un momento storico (i nostri anni) in cui il progressive non ha veramente più senso di esistere, ma i lavori in sé sono parecchio validi, ed è ingiusto che siano passati inosservati.

Vedere un gruppo così vivo dopo quasi 40 anni è davvero un fatto più unico che raro.

I King Crimson ed i capolavori del progressive

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(U.K. – 1969)

.

Spesso per definire il genere musicale di un gruppo bisogna ricorrere a centinaia di etichette, col risultato che non li si riesce a collocare in nessun ambito; in questo caso la definizione di coincide alla perfezione con la musica dei : rock con forte richiamo a tematiche della musica classica, con particolare attenzione per le capacità tecniche dei singoli componenti.

La discussione sul fatto se i siano stati il primo gruppo della storia, oppure abbiano semplicemente ripreso dai non mi può interessare di meno: qui siamo davanti ad una delle migliori di sempre, punto e basta.

L’esordio “” è la quint’essenza del , anzi, a mio parere è il miglior della . In questo disco delle parti assimilabili all’hard rock si combinano alla perfezione con ritmi più cadenzati e classici, tenendo sempre un occhio di riguardo al jazz ed alla psichedelica. La chitarra del leader Robert Fripp è la protagonista, ma anche Greg Lake (che poi andrà a fare parte degli Emerson Lake & Palmer) si fa notare per le sue favolosi parti di basso e, ancora di più, per la voce. Ciliegina sulla torta, la fantastica e inquietante copertina, rappresentante il volto di un uomo delirante.

Gli seguenti continuano sulla stessa riga, sempre con ottimi risultati, ma per arrivare ad un altro capolavoro assoluto bisogna arrivare al quarto disco: “Islands”: alcuni componenti sono cambiati, ma la musica proposta rimane di livello eccelso: ancora un altro degli migliori della storia.

I risultati rimangono formidabili col seguente “Lark’s Tongues in Aspic”: quello che c’è da notare è il primo, leggero, cambiamento di stile: le parti hard rock degli esordi si sono ammorbidite, fino a diventare jazz; le parti della musica classica sono sempre più presenti, e le improvvisazioni si fanno più lunghe, ma senza mai diventare fastidiose.

Nel 1974 il gruppo arrivò a produrre “Red”, il settimo da studio; quello che poi sarà l’ultimo disco prima di un lungo periodo di riposo rappresenta il primo significativo cambiamento: i brani sono molto più orecchiabili e di facile ascolto; la musica classica, e soprattutto le sperimentazioni danno posto a ritmi più melodici. Si tratta comunque di un altro capolavoro, ed è la prova che i sanno fare anche cose facili.

Sette anni dopo “Red”, il gruppo si rifondò; i cambiamenti dei gusti musicali si fecero sentire anche all’interno della , e quello che ne viene fuori è “Discipline”: sebbene contestato dai fans, penso che a chiunque piacciano gruppi come i Police non possa non essere entusiasta di questo disco, perfetto adattamento alla musica del momento. Sinceramente non penso avrebbe avuto molto senso continuare con un genere quale il , che ormai aveva fatto la sua storia e dato quello che aveva da dare. Il primo scivolone, semmai, arrivò col successivo “Beat”, questo si un privo di qualsiasi interesse.

La ebbe, però, modo di rifarsi alla grandissima con un altro disco, che nonostante anche questo sia stato molto criticato, lo considero un altro lavoro assolutamente fondamentale: “Three of a Perfect Pair”. Qui emerge, ancora più che negli altri dischi, il bassista Tony Lewin, che si occupa anche dei campionatori: sicuramente un grandissimo talento del rock. E’ lui a trainare l’ in maniera sempre varia e mai scontata.

A questo punto il gruppo si sciolse un’altra volta, per poi rifondarsi ancora undici anni dopo. “Thrax” è il primo della terza epoca: così come il negli anni ’80, ora è il rock degli anni ’80 a non interessare a nessuno, e anche in questo caso la riesce ad adattarsi alle mode del momento, senza però apparire come dei finti giovani: il sound proposto richiama fortissimamente all’hard rock classico in stile Deep Purple; il disco è più che buono, ma un gruppo che si scioglie per due volte per così tanto tempo, evidentemente, perde di interesse: l’ fu pressoché completamente snobbato, così come i lavori seguenti; questi ultimi, in effetti, non riescono a ripercorre le ottime cose fatte in precedenza, ma ad una capace di creare qualcosa di fenomenale, rinnovarsi, e riproporsi una terza volta, è francamente impossibile chiedere di più.

Il Progressive barocco dei Jethro Tull

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Jethro Tull (U.K. – 1968)

Eccoci arrivati agli albori del progressive; più nello specifico, i Jethro Tull sono autori di un sottogenere del progressive del tutto particolare, che ispirò moltissimi gruppi agli inizi degli anni ’70. La loro musica è abbastanza lontana dalla complessità e dall’esoterismo, per esempio, dei , si avvicina invece ad uno stile più barocco e medievaleggiante. Il leader assoluto della band è lo scozzese Ian Anderson, cantante, chitarrista, ma soprattutto flautista.

L’esordio “This Was” è più che discreto, ma è ancora accostabile al ; è col successivo “Stand Up” che si iniziarono a delineare i canoni della band: il rock progressivo qui proposto toglie le parti di musica classica tipiche del genere, lasciando posto, come già detto, ad atmosfere più fiabesche e fatate; tra gli strumenti utilizzati appaiono pure il mandolino e la , ma è necessario sottolineare che qui, come per la maggior parte dei lavori del gruppo, il protagonista assoluto ed io narrante di tutta la musica è e sarà sempre il flauto.

Passando al 1971, i Jethro Tull raggiungono il loro apice col loro quarto disco: “Aqualung”: meno sperimentale e più orientato verso un rock di tipo classico, comprende comunque tutte le peculiarità precedentemente elencate, col vantaggio che è un disco accessibile a tutti. Una citazione particolare la merita la copertina, raffigurante un barbone molto somigliante ad Anderson.

Dopo aver avuto un contatto più umano col pubblico grazie ad “Aqualung”, i Jethro Tull decisero di complicare (non in senso negativo) il tutto, per arrivare ad un progressive molto più complicato e sperimentale, che portò a “Thick as a Brick” e “A Passion Play”, entrambi composti da un’unica canzone (a dire il vero nella riedizione di “A Passion Play” i brani appaiono come separati). Sono due concept album riguardanti, rispettivamente, un bambino prodigio, ed un morto che ha visto il Paradiso. Come ogni disco composto da una sola canzone è necessario mettere le mani avanti, dicendo che la comprensione è tutt’altro che facile, ma in entrambi i casi i risultati sono parecchio apprezzabili.

Continuando con la discografia, la band continuò a produrre parecchi album; la fine degli anni’70 segnò la fine del progressive anche per loro, che si spostarono verso un folk che portò a produzioni abbastanza notevoli, in particolare “Heavy Horses” e “Stormwatch”.

Passando agli anni ’80 c’è da notare un calo nella qualità della produzione, con un’unica, enorme, eccezione: “Crest of a Knave” del 1987: dopo “Aqualung” lo ritengo il miglior lavoro della band. Del vecchio progressive di stile barocco è rimasto poco niente; c’è invece una certa somiglianza con i Dire Straits. L’album, decisamente sullo stile classico del rock anni ’80 è parecchio apprezzabile infatti soprattutto per le parti di chitarra.

Negli ultimi due decenni il gruppo produsse ancora molti altri dischi, ma di rilevante non c’è molto. L’ultimo lavoro è targato 2003 e probabilmente sarà definitivamente l’ultimo album da studio,

Di loro rimarrà sempre e comunque l’immagine di un gruppo capace come pochi altri di personalizzare la musica proposta, e di essere stata una indiscutibile fonte di ispirazione per molte altre band.

I Pink Floyd: rock psichedelico, progressive e tanto altro

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Pink Floyd (U.K. – 1967)

Sicuramente uno dei migliori gruppi della storia. In attività dalla fine degli anni ’60, i Pink Floyd vantano una carriera talmente variegata da poter essere considerati tranquillamente leader assoluti del movimento del rock psichedelico (agli inizi della loro carriera), del progressive (metà) e del rock classico (fine).

L’album di esordio è “The Piper at the Gates of Dawn”; come già detto sopra, il genere proposto è un acidissimo rock psichedelico non lontano da quello di Jimi Hendrix. Raramente una sperimentazione continua come quella che si trova in questo disco ha prodotto dei risultati così convincenti, tanto che il lavoro in questione è da considerarsi assolutamente un capolavoro.

Il seguente “A Saucerful of Secrets” fa subito notare un cambiamento: Syd Barret, chitarrista e fino a quel momento leader indiscusso della band esce prima del completamento del disco, ed al suo posto entra David Gilmour. Barret proseguirà una carriera solista nella quale non si riesce a trovare qualche spunto particolarmente notevole, e si dedicherà a quello che sembra il suo passatempo preferito: la droga. Nel 2006 la sua scomparsa fu comunque vissuta all’interno del gruppo come un evento particolarmente tragico. Venendo al disco, è sicuramente un lavoro estremamente buono, sullo stesso stile del precedente, ma leggermente inferiore; era comunque quasi impossibile fare meglio.

Passando al quarto disco del gruppo, “Ummagumma”, iniziamo a notare un nettissimo cambio di stile: l’album è composto da una parte live e una da studio; soffermandoci su quest’ultima, è chiaro il passaggio dalle sonorità tipicamente psichedeliche dei primi lavori a quelle più sinfoniche, quasi in stile Moody Blues. I richiami alla musica classica barocca sono continui, ed il lavoro risulta essere sicuramente il più oscuro, enigmatico, e di difficile ascolto tra quelli della discografia dei Pink Floyd; il disco è sicuramente notevole, ma dopo un progetto così difficile da digerire, la band decise di aggiustare il tiro, iniziando ad abbracciare tematiche musicali un attimino più commerciali e tipiche del progressive classico: il seguente “Atom Heart Mother” è il primo tentativo, piuttosto riuscito, di intraprendere questa strada; il disco è famoso anche per la sua stranissima copertina, raffigurante semplicemente una mucca, che lasciò a bocca aperta i fans del progressive e del rock psichedelico, abituati a copertine più complesse ed arzigogolate.

Le linee guida di “Atom Heart Mother” vennero riprese e migliorate alla grandissima dal successivo “Meddle”: altro capolavoro assoluto, uno dei migliori album progressive, ma anche del rock in generale. La strumentale “One of These Days” e la fenomenale “Echoes” sono le locomotive che trainano questo disco, e rappresentano l’inizio del picco artistico del gruppo. All’interno del disco è degna di una citazione anche “Fearless”, ripresa dai tifosi del Liverpool nel loro celeberrimo inno “You’ll Never Walk Alone”.

Il seguente “Obscured by Clouds”, nonostante rappresenti comunque un passo indietro rispetto ai precedenti, lo ritengo eccessivamente sottovalutato dalla critica: il lavoro è comunque ascoltabile, ed il suo vero difetto è quello di sfigurare rispetto ai capolavori precedenti. Gli si deve poi attribuire un ulteriore merito: questo album ha un po’la funzione di preparare il terreno per l’apice assoluto della loro carriera, sia dal punto di vista artistico, sia da quello commerciale: “The Dark Side of the Moon” del 1973 è spesso considerato il miglior album progressive di sempre; lasciando da parte queste classifiche, la cosa sicura è che questo è ancora una volta uno dei punti più alti della storia del rock: le complesse tematiche musicali proposte appaiono comunque orecchiabili e di ascolto relativamente facile; è probabilmente qui che il cantante / bassista inizia a prendere quella leadership che poi si trasformò in egemonia; la sua prestazione è comunque innegabilmente eccellente.

Forti del successo di critica e di pubblico, i Pink Floyd riuscirono a ripetersi, e in certi aspetti anche a superarsi: “Wish You Were Here” è un album più semplice del precedente, in cui le parti melodiche stemperano ulteriormente i numerosissimi virtuosissimo; a forza di essere ripetitivo, considero anche questo disco un capolavoro; le canzoni “Shine on Your Crazy Diamond” e la title-track sono le canzoni cardine del disco, che rimarranno due pezzi storici della band.

Arrivati all’apice assoluto, dopo tanto tempo, i Pink Floyd non potevano fare altro che iniziare una normalissima discesa: “Animals”comunque dimostra che la band è ancora più che viva: si tratta di un originale concept album, basato su “La Fattoria degli Animali” di George Orwell.

Quando però sembrava che la discesa dovesse essere costante, la band tirò fuori il lavoro che più di tutti ha diviso: “The Wall”. Parecchi fans non lo riconoscono nella discografia, incolpando il gruppo di essere passato ad un rock più orecchiabile, e di aver messo da parte quei virtuosismi e quelle atmosfere che tanto avevano caratterizzato i dischi precedenti; la presenza di , inoltre, sembrava essere passata da leadership a tirannia. Un’altra schiera di persone, tra cui ci metto me stesso, pensano invece che il gruppo sia riuscito a tirar fuori un altro capolavoro: meno elaborato e più vicino ai dettami del rock classico, è comunque un disco di qualità eccelsa, nel quale spicca un altro super classico: quella “Another Brick in the Wall”, che dieci anni dopo diventerà uno dei simboli della caduta del muro di Berlino.

Arrivati gli anni ’80, iniziò per il gruppo una fase di stanca (era quasi ora…): Waters durò un altro album, e poi optò per una carriera solista piena di successi, ma senza quella qualità che lo aveva contraddistinto all’interno della band. Per il resto, ci fu il tempo per altri due album da studio, e poi lo spazio fu dedicato alle attesissime reunion.

Arrivati ai giorni nostri, chiaramente, nessuno si aspetta che i Pink Floyd siano ancora in grado di tirar fuori un album che sappia tener testa alla loro storia, ma è giusto che il gruppo si goda il meritatissimo successo per tutto quello che è riuscito a fare nella sua lunghissima carriera.

I Moody Blues e il rock sinfonico: gli albori del progressive

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Moody Blues (U.K. – 1965)

“Fonte di ispirazione” per le band che hanno fatto la storia del rock è una definizione che non mi sentirei di attribuire ai Moody Blues: loro SONO uno dei migliori gruppi della storia del rock.
Parlando della loro discografia, dopo un discreto esordio in puro stile beatlesiano, il gruppo si presenta con quel “Days of the Future Passed” che non può non essere considerato uno dei più begli album della storia del rock: negli anni futuri sono veramente pochissime le opere considero migliori di questa. Il genere qui proposto è quel rock orchestrale che ha dato poi il via al genere progressive: la differenza tra un termine e l’altro la considero più teorica che altro, ma volendo cercare di definire i due campi, possiamo dire che nel rock orchestrale il rock si fonde con la musica classica, che appare in maniera preponderante, nel progressive, invece, è la musica classica a stemperare le basi rok; fatta queste definizioni, voglio ancora sottolineare che rimangono fini a loro stesse, e di interesse pratico sono praticamente nulle, quello che conta è che questo album con prevalenza di musica classica orchestrale rispetto al rock è un capolavoro assoluto. “Nights in White Satin” è il pezzo meglio riuscito, e rimarrà anche il loro pezzo più famoso, ma è tutto il disco, una spece di “concept album” su una giornata qualsiasi, a lasciare a bocca aperta.
Il gruppo dimostra di essere un vulcano di idee anche col seguente “In Search of Lost Chord”, altro album eccezionale, giusto equilibrio tra i primi due. Qui manca la canzone destinata a rimanere nella scoria, ma il livello del disco è ancora elevatissimo.
Arrivati a questo punto inizia, purtroppo, un ritorno alla normalità: “To our Children’s Children’s Children” è il quarto album e segna un cambiamento, dal momento in cui la musica sinfonica, prima protagonista assoluta, viene un po’abbandonata a favore di sonorità più progressive, in particolare relazionabili ai Genesis; il risultato è un disco ancora più che buono, ma non un capolavoro come i due precedenti.
Col passare degli anni il gruppo seguì quello che vedremo poi essere il cammino tipico delle band progressive: “Seventh Sojourn” del 1972 è un disco molto ben riuscito, ma molto più orecchiabile e di facile ascolto dei precedenti, e tendente ad un rock più classico; “Long Distance Voyager” del 1981 è il decimo lavoro da studio, e anche in questo caso il livello qualitativo è ancora piuttosto elevato; il gruppo si adatta alle sonorità dell’epoca, per cui l’album potrebbe essere catalogabile come neo-progressive.
Se fino a quel momento, nonostante il gruppo avesse diminuito la sua vena artistica, i risultati erano stati comunque piuttosto buoni, dopo “Long Distance Voyager” iniziò una caduta veramente fragorosa, a cominciare col successivo, orribile, “Present”, per poi andare avanti fino a “The Other Side of Life” del 1986, che nonostante un successo di pubblico relativamente buono, è la dimostrazione che il gruppo quello che doveva dare lo ha già dato.
I restanti lavori (l’ultimo da studio è del 2003) sono stati completamente trascurati sia dal pubblico sia dalla critica, ed effettivamente il motivo è piuttosto chiaro.
Fortunatamente, quanto di buono è stato fatto in passato, non potrà mai essere cancellato.