I Genesis fanno parte della Rock’n Roll Hall of Fame

genesisI Genesis, band inglese che con i suoi 150 milioni di dischi venduti si colloca tra le più importanti e famose nel mondo, hanno finalmente avuto un grandissimo riconoscimento, quello di essere ammessi nella Rock’n Roll Hall of Fame, elenco che comprende i più famosi musicisti del settore della musica rock. Esponenti di un progressive rock molto innovativo, i Genesis, costituiti da Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford e Steve Hackett, hanno accolto la notizia con grande soddisfazione ed hanno annunciato a Cleveland (Ohio), sede del Rock and Roll Hall of Fame and Museum, che in giugno uscirà per il mercato americano il loro  album “Out of the Tunnel’s Mouth”, già pubblicato in Gran Bretagna.

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Spock’s Beard (Articolo scritto da Ernano Marcello)

E’ strano per una band chiamarsi Spock’s Beard che vuol dire la brba di Spock, leggendario personaggio di Star Trek serie che io amo.
Ma poi penso e dico che sia normale chiamarsi Spock Beard specie se sono una band di musica progressive rock Americana, nati negli anni 90
con un sound che si eè prog e ricorda riminescenza dei Genesis, Yes, Gentle Giant ecc ma anche con un occhio sia al rock duro e un po al pop.
La band è formata da: Neil Morse voce tastiera e chitarra acustica
Nick Di Virgilio, voce e batteria
Alan Morse , chitarra e voce addizzionale
Ryo Okumoto, tastiere e voce add
Dave Meros . basso e voce add.
Il loro primo è the Light del 1995 album che si apre con una lunga suite come di solito si usa nelle tradizioni prog, ma anche il secondo album Beware Of Darkness dove in alcuni brani si può sentire un intro di piano che ricorda fifth of fith dei Genesis e in alcuni, altri brani cori I Gentle Giant.
L’addio di Neil Morse nel 2002 dopo il doppio album Snow, Neil lascia gli Spock per intraprensre una carriera solista e formare a lo stesso tempo un altra band sullo stile Spock’s Beard la band in questione sono i Transatlantick.
A sostituire Neil Morse sarà il batterista nonchè voce Nick Di Virgilio e nel 2003 esce l’album Feel Euphoria più verso un prog metal.
Comunque gli Spock’s sono stati e sono un nuovo ciclo nel campo prog rock che che io consiglio l’ascolto di tutti i loro lavori e se riuscite di vederli dal vivo meglio ancora.
Un SALUTO A TUTTI E CHE IL ROCK SIA CON VOI
Marcello per antologiadel rock

Articolo sui Saga, scritto da Marcello Ernano

Questo disco esce in doppio cd e doppio dvd, oltre ad un cofanetto che contiene entrambe le versioni, e celebra i venticinque anni dell’uscita del disco che ha lanciato la carriera di questi musicisti canadesi in Europa, ed è anche l’album col quale io li ho incontrati per la prima volta. Una celebrazione che assume un sapore amaro, l’ultimo lavoro in studio Trust è stato per me il disco migliore del gruppo da quando sono rinati con Full Circle, ma ecco che a sorpresa Michael Sadler, il carismatico cantante del gruppo, ha annunciato sul suo sito internet che a fine anno lascierà la band.

Un sapore amaro dicevo, ma in questo album il gruppo si presenta in piena forma e sfodera una grinta piena di orgoglio e determinazione. In altre parole avrete capito che questo disco propone un nuovo live, il quarto, e che dimostra come la dimensione on stage sia importante per questi musicisti. Effettivamente anch’io che li conosco piuttosto bene sono rimasto sorpreso dalla vitalità che hanno saputo imprimere ai classici contenuti in questo doppio cd. Worlds Apart ovviamaente è stato riproposto per intero, compresi i brani meno noti e poi ci sono tutti i classici, in particolare quelli dei primissimi album della band, con poche concessioni ai lavori successivi e qualche sorpresa come “We’ve Been Here Before” ripresa dallo sfortunato Wildest Dream.

I canadesi ultimamente hanno indurito il loro sound album dopo album, dando sempre più spazio al chitarrista Ian Chricton, una vera forza della natura, che ha sempre dato un tocco molto originale ai suoi assoli. Quindi i Saga di oggi sono molto più hard rock rispetto al tempo in cui Worlds Apart era uscito, scelta forse dettata dai tempi, ma che a mio parere ha finalmente valorizzato giustamente il già citato axeman. Sadler è splendido come sempre, anche se mi sembra meno potente rispetto ai suoi standard, ma è proprio una sfumatura.
Quante emozioni mi ha suscitato l’ascolto di questo live e pensare che il prossimo tour, che a quanto pare anche stavolta non toccherà l’Italia, porta il sottotitolo di Farewell Tour, ma io spero vivamente che l’avventura dei Saga non sia ancora finita, certo è che sostituire una voce particolare come quella di Michael Sadler non sarà facile. Comunque solo il futuro potrà darci una risposta. Intanto a voi che leggete consiglio caldamente questo doppio cd, è splendido e dà la possibilità di ascoltare alcuni fra i brani più belli di sempre dei canadesi. GB

Il progressive scientificamente affascinante degli Yes

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Yes (U.K. – 1969)

Talmente rappresentativi della scena progressive, da essere il gruppo più odiato dal movimento punk inglese, gli Yes sono diventati famosi per le loro composizioni lunghe e cervellotiche, al punto che alcuni album comprendono sono due o tre pezzi. Esaminando la discografia, però, avremo modo di vedere che questo rappresenta solo una parte della loro carriera.

L’omonimo esordio è, infatti, l’esempio di un progressive che si deve ancora sviluppare. Le canzoni sono brevi e lineari, e fanno solo intravedere il talento del chitarrista Steve Howe e del tastierista Rick Wakeman; il disco, per la sua facilità di ascolto, risulta comunque essere molto gradevole.

Il salto di qualità, però, il gruppo lo fece col terzo “The Yes Album” del 1971, che ritengo la vera prova di maturità della band; i pezzi sono molto più elaborati e ben studiati, ma viene comunque lasciato spazio per la melodia, e le canzoni, pur di durata maggiore, non finiscono col diventare invasive all’ascolto.

Il successivo “Fragile” non solo si conferma sulla stessa linea del precedente, ma addirittura si supera, diventando, oltre che uno dei dischi più caratteristici e fondamentali della scena progressive, una vera pietra miliare del rock in generale; in questo caso, più che negli altri album, emerge la voce altissima, quasi in stile Bee Gees, di John Anderson. Personalmente non prediligo questi timbri di voce, ma per gli amanti del genere, è comunque qualcosa di particolarmente talentuoso, e non intacca minimamente la bellezza dell’album.

Da questo momento la band cambia ulteriormente forma e si trasforma in un mostro capace di sfornare giganti discografici come “Close to the Edge”, “Tales from Topographic Oceans” e “Relayer”, composti da canzoni che vanno da una durata minima di 10 minuti, fino ad oltre 20. I casi sono due: o ci si prende un po’di tempo un giorno che si è a casa e si ascolta con calma una singola canzone una volta, poi un’altra in un altro momento, e così via, o si finisce col voler buttare questi dischi dalla finestra. Se avete la pazienza e la passione per farlo, questi tre album sapranno distinguersi per il coinvolgimento musicale che sanno dare, ed il risultato è qualcosa di estremamente valido, soprattutto per il primo dei tre.

Arrivati al loro apice artistico, gli Yes decisero di praticare con continuità il walzer del cambio dei componenti. In questo modo il gruppo perse quella continuità assolutamente necessaria per dei lavori così ambiziosi e complessi, e si diede a qualcosa di differente.

Della seconda parte della loro carriera vale citare solo qualche curiosità: nel 1980 John Anderson abbandona temporaneamente la band, ed il disco “Drama” vede in formazione Trevor Horn e Goeffrey Downes, autori del super tormentone pop “Video Killed the Radio Stars”. L’incontro tra pop e progressive produsse, tra l’altro, un disco abbastanza bello, in stile New Wave, chiaramente totalmente diverso dagli standard del gruppo.

Il successivo “90125” del 1983 sancì un quasi definitivo passaggio ad un pop dai ritmi veramente gelidi; il singolo “Owner of a Lonely Heart” rimarrà forse il pezzo più famoso del gruppo, ma è quanto mai lontano da ciò per cui gli Yes sono diventati famosi.

Per il resto il gruppo continuò a fare e non fare, cambiare di formazione, cercare di tornare agli esordi, e quanto altro per sopravvivere.

Il loro ultimo album da studio è datato 2001; probabilmente non ce ne sarà un altro, ma nel loro periodo d’oro hanno fatto più che abbastanza per farsi apprezzare.

La continua ricerca della sperimentazione: i Gong

Gong (U.K. – 1969)

Parlare della discografia dei Gong è come entrare in un labirinto: di qualsiasi argomento parli c’è una faccia ed il suo contrario, a cominciare dalla nazionalità: il leader è l’australiano Daevid Allen, già membro dei Soft Machine; il luogo di fondazione del gruppo è la Francia, e diversi componenti che hanno fatto parte della band sono francesi, ma lo sviluppo del gruppo è avvenuto in Inghilterra, facendo diventare i Gong una band culto della scena di Canterbury, di cui i padri putativi erano i loro fratelli maggiori Soft Machine.

Il numero di musicisti che ha fluttuato attorno al progetto Gong è impressionante, al punto che per estrema sintesi li si è racchiusi in quella che generalmente è chiamata la “Gong Global Family”.

La discografia è ancora più complicata: tutto ruota attorno a quello che è chiamato Radio Gnome, di cui l’album di esordio, chiamato “Magick Brother, Magick Sister” verrà definito, a posteriori, il suo preludio. La musica proposta rispecchia alla perfezione le peculiarità della scena di Canterbury: rock psichedelico con moltissimi richiami al progressive, e soprattutto libero spazio all’improvvisazione e alla umoristica, tanto da raggiungere delle parti di completa anarchia musicale. Per cercare di far capire meglio, è come se Frank Zappa reinterpretasse i primi dischi dei Pink Floyd. Detto ciò, nonostante il disco risulti a tratti un po’troppo discontinuo, è comunque perlomeno interessante.

Per arrivare alla consacrazione definitiva, però, bisogna attendere il quarto album: “Flying Teapot” del 1973, che dà il via a quella che sarà conosciuta come la Radio Gnome Trilogy. I concetti espressi nell’album di esordio sono rielaborati in una maniera molto più fluida e meno con meno cacofonie fini a se stesse. Il lavoro fa trasparire la completa follia della band, ma è assolutamente geniale.

Ora, non so se è dovuto al subconscio, oppure è perché è davvero così, ma il seguente “Angel’s Egg” sembra proprio essere la naturale continuazione del precedente: è un attimino più pesante, ma le tematiche sono le stesse, ed è un altro ottimo lavoro. Le cose migliorano con la terza parte della trilogia “You” del 1974, altro proseguimento dei primi due. Questi tre dischi potrebbero essere identificati perfettamente in uno solo (in effetti accade così)

Fatto il meglio, la band si trova davanti al solito bivio: cercare di seguire una via un po’più commerciale, oppure essere completamente anarchici. Allen, probabilmente infastidito dal solo sospetto di una svolta commerciale, decise di abbandonare il gruppo, ed il leader diventò quell’ottimo batterista che risponde al nome di Pierre Moerlen. I nuovi lavori presentarono dei suoni più psichedelici, e la produzione andò avanti fino al 2004, ma senza niente di particolarmente notevole, se non i continui cambi di formazione che fecero sì che l’ultimo disco avesse come legame storico il solo fatto che alla batteria c’era il figlio di Moerlen. Questa fu la fine (probabile) di uno dei gruppi più controversi della storia del rock.

40 anni di storia del rock: i Genesis

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Genesis (U.K. – 1969)

Dei geni assoluti che per raggiungere il successo planetario hanno dovuto rinunciare, almeno parzialmente, all’esprimere le loro formidabili qualità. Questa, in estrema sintesi, la carriera dei Genesis, band tra le più controverse e complesse del panorama progressive, che trovò una seconda vita modificando il tiro verso un pop rock decisamente più commerciale ed orecchiabile.

Artisticamente parlando, tuttavia, è necessario sottolineare che per tutta la carriera, col gruppo e da solisti, sono stati sempre tenuti in altissima considerazione i due leader della band: il cantante Peter Gabriel, ed il batterista Phil Collins.

Parlando della discografia, i primi due dischi, entrambi piuttosto buoni, sono però più legati ad un rock in stile beat generation, del progressive vero e proprio non c’è molto Il risultato è comunque interessante, e le doti vocali di Gabriel emergono subito come il marchio di fabbrica della band.

Nel 1971 Collins entra a far parte del gruppo, ed il risultato è un capolavoro assoluto: “Nursery Crime”. Questo è a tutti gli effetti il primo album progressive del gruppo, e viene ad essere uno dei lavori più esoterici e macabri dell’intera storia del rock, a cominciare dalla copertina: una bambina che gioca a golf con delle teste mozzate al posto delle palline. I testi, poi, rendono il tutto ancora più enigmatico: Gabriel parla di omicidi tra bambini con una naturalezza tale che sembra stia parlando di argomenti frivoli e scontati, e la capacità compositiva del gruppo rende il tutto davvero geniale. Nonostante ciò, il gruppo nella madre patria Inghilterra fu snobbato, ed il successo commerciale arrivò dapprima in Italia e, soprattutto, in Olanda.

Sulla stessa linea musicale del precedente, ma un po’meno elaborato è il seguente, ottimo, “Foxtrot”, che è l’antipasto di quello che sarà il lavoro che li consacra definitivamente nell’olimpo della musica: “Selling England By the Pound”. Meno macabro e più fiabesco dei precedenti, è un disco molto elaborato e di difficilissimo impatto. La genialità dei singoli musicisti e soprattutto la versatilità di Gabriel sfornano in continuazione qualcosa di nuovo ed elaborato. Siamo davanti ad uno dei migliori album della storia del rock.

Il lavoro seguente sarà anche l’ultimo di Gabriel, messo da parte dal resto della band perché accusato (sarà anche vero) di rubare la scena musicale agli altri componenti.

Della carriera solista di Peter Gabriel è un po’difficile parlare: esattamente come i Genesis decide anche lui di mettere da parte l’esoterismo e le complessità dei primi lavori, abbracciando quel genere pop che gli regalerà tanti successi commerciali, ma anche gli toglierà gran parte del suo estro.

Tornando ai Genesis, il gruppo impiegò due anni per capire che il naturale sostituto di Gabriel ce lo avevano già in casa: Phil Collins, sia come talento vocale, sia (soprattutto) per le sue abilità di frontman sembrava fatto apposta per quel ruolo.

Gli album del secondo periodo lasciano un po’perplessi: la personalità di Collins non è ben definita, migliorerà sensibilmente col tempo; in quel periodo più che ispirarsi a Gabriel lo imitava pedissequamente; una citazione di merito, comunque, la merita l’album “Duke” del 1980: l’idea era quella di un concept album su un duca, il risultato è una serie di canzoni per niente legate tra di loro, ma comunque piuttosto buone; è il preludio alla loro virata pop. In questo, come nel precedente album, poi, il gruppo si era ulteriormente assottigliato: anche il chitarrista Steve Hackett mollò il colpo.

Eccoci così arrivati al 1981, anno di uscita di “Abacab”: questo disco rappresenta il declino artistico e (buon per loro) l’impennata commerciale dei Genesis. Il legame col progressive è pressoché abbandonato, a favore di un pop dall’impatto immediato. Sinceramente non riesco a trovare molto di buono in questo disco, come nei tre futuri del gruppo, tutti prodotti su questa linea musicale. E’ necessario dire che, tranne che in “Abacab”, nei lavori successivi c’è sempre qualche sporadico richiamo a quanto di buono avevano fatto in precedenza; i singoli di successo funzionano come presentazioni dei loro prodotti al grande pubblico, ma all’interno dei dischi ci sono alcune canzoni più che interessanti (mi riferisco in particolare al disco “We Can’t Dance” del 1991).

Nel 1997 i Genesis, dopo uno scioglimento, provarono a usciere senza Collins, ma su quello che ne è venuto fuori è decisamente meglio sorvolare…

Parlando, invece, della carriera solista di Phil Collins, è necessario aprire una parentesi: innanzitutto, bisogna dire che il batterista si occupava di diversi progetti paralleli, tra cui spiccano i “Brand X”, gruppo molto originale orientato a sonorità di tipo jazz. Per quanto riguarda la sua carriera solista vera e propria, egli produsse sette album; anche in questo caso non uscì dal vortice del pop, ma i risultati, di tipo commerciale, ma anche artistico, furono decisamente più convincenti che quelli ottenuti con i Genesis: della prima parte della sua carriera vale la pena sottolineare che ha lanciato molte hits di successo, dall’impatto immediato, ma sicuramente molto carini all’ascolto; tra questi una citazione la merita “Easy Lover”, scritta con Philip Bailey degli Earth, Wind And Fire.

Nel 1989 arrivò quello che meno ci si può aspettare: “,,,But Seriously” è un vero e proprio capolavoro. Non mi vergogno a considerarlo uno degli album meglio riusciti degli anni ’80. Il genere è un pop rock di straordinaria semplicità ed efficacia; i riff e le metriche, pur non essendo elaborate o raffinate, hanno un impatto estremamente coinvolgente.

Per quanto riguarda il gruppo, i Genesis stanno continuando a sciogliersi e rifondarsi, con due costanti: non producono niente di nuovo da studio, e Peter Gabriel prende sempre più le distanze dagli altri.

Ritengo che comunque si meritino di vivere di rendita per tutto ciò che di buono sono riusciti a fare.

I Soft Machine e l’enigmatica scena di Canterbury

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Soft Machine (U.K. – 1968)

Gruppo di nicchia che più di nicchia non si può.

Per riuscire a catalogarli precisamente in un genere musicale bisogna citare innanzitutto il genere progressive, per poi entrare in una sua sottospecie chiamata “scena di Canterbury”, in omaggio al luogo dove nacque.

Trovare una formazione del gruppo è praticamente impossibile, basti sapere che tra i tantissimi che hanno gravitato nel pianeta Soft Machine c’è stato, ad esempio, quel Deavid Allen che poi vedremo diventare leader dei Gong e, soprattutto, l’elemento principale della band: Robert Wyatt.

L’omonimo album di esordio fo subito capire che la band non ha molta simpatia per i canoni musicali tipici di un genere, né tanto meno per la commercializzazione del loro prodotto La loro musica è un proto progressive di avanguardia che sfocia spesso nella umoristica e nell’esplorazione di territori musicali fino a quel tempo molto poco battuti, Quel minimo di melodia presente nel disco riesce, però, a fare da amalgama al lavoro e forma qualcosa che, sebbene sia di difficilissimo ascolto, è comunque molto interessante e fa sempre tenere alta l’attenzione all’ascoltatore. Questo disco, a mio parere, rimarrà il migliore della band.

Il secondo album, chiamato “Second”, musicalmente si discosta poco dal primo, risultando sempre interessante e ancora amalgamato da una minima melodia di fondo.

Nel 1970 arriva la svolta: il gruppo produce il terzo album, chiamato in maniera molto originale “Third”: composto da quattro lunghissimi brani che in realtà danno molto più spazio alla sperimentazione e alla cacofonia che alla musica, il disco si distingue dai precedenti per la completa mancanza di quella linea melodica che aveva tenuto uniti i lavori. Sotto certi aspetti questo disco è un elogio alla follia. Personalmente preferisco gli altri album, e su questo mi limito a dire che le continue sperimentazioni e le atmosfere enigmatiche prodotte da dei suoni quanto meno “insoliti” hanno fatto del disco un lavoro molto interessante, ma forse troppo all’avanguardia. E’comunque l’album più acclamato dalla critica.

Con i Soft Machine Robert Wyatt farà soltanto un altro disco, per poi dedicarsi ad una carriera che conferma e evidenzia ulteriormente l’enigmaticità del personaggio; la sua produzione è molto (troppo…) difficile da comprendere, per cui le sue sperimentazioni diventano spesso troppo fini a se stesse.

In quanto al gruppo, i Soft Machine continuarono a produrre album che però si distinsero dai primi lavori: le linee metriche seguirono i canoni del jazz, ma sempre molto sperimentalizzato, in uno stile che potrebbe essere simile a quello di John Zorn. Di questo secondo periodo merita una particolare attenzione il settimo album chiamato, tanto per cambiare, “Seven”.

Più avanti con gli anni la band cercherà di tornare ai vecchi suoni degli esordi, ed a tal proposito merita una citazione il divertente “Blindness”. Per il resto, l’ultimo lavoro è datato 1981, e la band finirà con lo sciogliersi definitivamente.

Se qualcuno, quindi, cerva della musica di facile comprensione è meglio che stia lontano dai Soft Machine. Per chi, invece, è disposto ad ascoltare qualcosa di più complesso, sarà sicuramente soddisfatto da questo gruppo. Personalmente non penso che nella loro discografia ci sia qualcosa di immortale, piuttosto tante cose fuori dalle righe fatte molto bene.

I malinconici Procol Harum

Procol Harum (U.K. 1967)

Un altro di quei gruppi che non è riuscito a dire basta quando era il momento, riuscendo sì a sopravvivere nel mondo del business musicale, ma perdendo di credibilità tanto che si rischia di mettere in secondo piano tutto quello che di eccelso hanno fatto nel periodo migliore della loro carriera.

Il loro omonimo esordio sarebbe già sufficiente per consacrare i Procol Harum come un grandissimo gruppo; il genere proposto va tra l’orchestrale ed il progressive, più o meno in stile Moody Blues, con la differenza enorme che qui le canzoni sono molto più semplici e di facile impatto. Il singolo “A Whiter Shade of Pale” è la protagonista assoluta del disco, e rimarrà il loro maggior successo.

Il secondo “Shine on Brightly” conferma quanto di buono il gruppo sa proporre, ed è un ottimo crocevia tra il precedente ed il successivo “A Salty Dog”, altro grandissimo disco che contiene quella title-track anch’essa destinata ad essere un successo planetario. Questo disco è meno orchestrale dei precedenti, e si avvicina di più ad una specie di rock blues molto elaborato.

Queste tematiche musicali vengono riprese e sviluppate nei lavori successivi: “Broken Barricades” è il quinto album, che segna un certo indurimento dei suoni, oramai privi della musica orchestrale, tanto da essere quasi accostabile all’hard rock, Questo rimarrà sicuramente il momento più duro della loro carriera, ma anche più sottovalutato, perché pur essendo un buonissimo album non ha avuto quel successo, soprattutto di critica, che a mio parere avrebbe meritato.

I numerosi lavori successivi, purtroppo, non raggiungono né si avvicinano ai picchi di creatività raggiunti durante gli esordi; gli album che vanno dal 1973 al 1977 non sono molto interessanti, se si fa eccezione per “Exotic Byrds & Fruit”, che rappresenta un parziale ritorno agli esordi.

Dopo che per tutti gli anni ’80 il gruppo fu considerato sciolto, la motivazione per tornare in studio il gruppo la trovò nel 1991, con un album dedicato allo storico batterista Barrie James Wilson, tragicamente scomparso. Per la cronaca il disco si chiama “The Prodigal Stranger” ma purtroppo non è niente di che. Negli anni seguenti il nome della band continuò ad uscire grazie a continue riedizioni, ristampe, inediti e altro; di album da studio solo uno nel 2003 e pure piuttosto trascurabile.

Come per i Moody Blues, anche in questo caso non si possono cancellare le ottime cose fatte dalla band durante il periodo di massima creatività, ma anche in questo caso l’eccesso di produzioni discografiche fa correre il grossissimo rischio di togliere la credibilità ad una band che comunque, se non è tra i grandissimi della storia del rock, non ci è poi neanche tanto distante.