Al Piper il ricordo di Valentina Giovagnini, con la partecipazione dei Petramante

locandina_piperUn anno fa la brava cantante toscana Valentina Giovagnini perdeva la vita in un incidente d’auto. Per ricordarla, il Piper e Vincenzo Incenso il 28 gennaio hanno organizzato una serata, a cui parteciperanno molti artisti noti dello scenario musicale italiano.

Tra gli altri ( Piotta, Tala, Telefinken, Ironique, Daniele Magro, Tiziano Orecchio, Simone Patrizi & Zen, Massimo di Cataldo, Benedetta Giovagnini, sorella di Valentina, e altri) sullo storico palcoscenico del Piper di Roma ci saranno i Petramante, la formazione pop rock di Orvieto, che ha recentemente pubblicato per MArteLabel il suo primo album “E’ per mangiarti meglio” e che  con un nuovo brano, “L’attitudine e la distanza”, parteciperà a Sanremo  nella sezione Nuova Generazione.

UnpalcoperTutti al Contestaccio di Roma

Al Contestaccio di Roma, in via Monte Testaccio 65/b, il 20 gennaio 2010 si terrà nuovamente la rassegna musicale UnpalcoperTutti, che consentirà alle band emergenti più “in gamba” di farsi conoscere; le migliori verranno selezionate e parteciperanno alla fase finale di MArteLive 2010.

Per l’occasione si esibiranno vari gruppi:marte

No One’s Trail (Pop Rock)

Violapolvere (Pop Rock Elettronico)

Christian Muela (Sperimentale – Etnico)

Dubbiadubai (Pop Rock).

Per partecipare al concorso bisogna iscriversi alla Community, acquistare la MArteCard e compilare il form di iscrizione, reperibile sul sito www. martelive.it. Il materiale che ciascuna band invierà verrà visionato e, in seguito ad una valutazione positiva dello staff, consentirà di partecipare alle selezioni per MArteLive 2010.

Foto by google

Il rock in stile britannico degli americani The Killers

The Killers (U.S.A. – 2004)

Se devo scommettere su chi sarà il gruppo che riempirà gli stadi nel prossimo decennio, la mia puntata è sui The Killers.

Quando nella prima metà del 2000 il britpop cominciò a perdere di interesse, abbiamo già visto con i Coldplay che la scena musicale decise di creare un bivio: rallentare il tutto, oppure accelerarlo, con l’aggiunta di un po’di elettronica. In entrambi i casi, in questo periodo storico nascono tonnellate di gruppi, molti dei quali anche piuttosto validi, e coloro che hanno il “merito” di nascere nel Regno Unito vengono pompati fino all’inverosimile.

Questa introduzione può apparentemente stonare se relazionata ad un gruppo americano, ma il valore dei The Killers è talmente elevato che la stampa britannica decise quasi di attribuirgli la cittadinanza inglese honoris causa. A parte gli scherzi, il loro sound è incredibilmente british, tanto che ha senso considerarli come la logica continuazione del britpop.

“Hot Fuss” è il loro disco di esordio, e sicuramente è uno dei più begli album dell’ultimo decennio: il rock proposto, pur non essendo estremamente elaborato, è molto energico, ma allo stesso tempo melodico, e rispecchia tutte le caratteristiche dell’indie, inteso come britpop accelerato.

Visto che in questi anni va di moda l’album che rimane facilmente impresso nella mente, i The Killers centrarono perfettamente il bersaglio anche col secondo “Sam’s Town”, dedicato alla loro città, Las Vegas, per evidenziare il fatto che comunque loro non sono inglesi; si tratta di un eccellente seguito all’esordio. Musicalmente non si distacca moltissimo, ed il risultato è sempre qualcosa di molto gradevole.

Il gruppo è ancora in pienissima attività, e dopo la raccolta di inediti “Sawdust” considerabile poco più di uno spiacevole incidente di percorso, la band esce nel 2008 con “Day & Age”; il disco è piuttosto bello e gradevole all’ascolto, ma la band abbandona quel sound loro originale, in favore di un pop rock più di massa, sebbene stiamo parlando di un disco piuttosto ben riuscito. Per quanto riguarda il futuro, i presupposti per vincere la mia personalissima scommessa ci sono tutti, a tal punto che non so se si tratti propriamente di una scommessa o una battaglia già vinta; sta a loro l’abilità di rimanere su questi altissimi livelli.

40 anni di storia del rock: i Genesis

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Genesis (U.K. – 1969)

Dei geni assoluti che per raggiungere il successo planetario hanno dovuto rinunciare, almeno parzialmente, all’esprimere le loro formidabili qualità. Questa, in estrema sintesi, la carriera dei Genesis, band tra le più controverse e complesse del panorama progressive, che trovò una seconda vita modificando il tiro verso un pop rock decisamente più commerciale ed orecchiabile.

Artisticamente parlando, tuttavia, è necessario sottolineare che per tutta la carriera, col gruppo e da solisti, sono stati sempre tenuti in altissima considerazione i due leader della band: il cantante Peter Gabriel, ed il batterista Phil Collins.

Parlando della discografia, i primi due dischi, entrambi piuttosto buoni, sono però più legati ad un rock in stile beat generation, del progressive vero e proprio non c’è molto Il risultato è comunque interessante, e le doti vocali di Gabriel emergono subito come il marchio di fabbrica della band.

Nel 1971 Collins entra a far parte del gruppo, ed il risultato è un capolavoro assoluto: “Nursery Crime”. Questo è a tutti gli effetti il primo album progressive del gruppo, e viene ad essere uno dei lavori più esoterici e macabri dell’intera storia del rock, a cominciare dalla copertina: una bambina che gioca a golf con delle teste mozzate al posto delle palline. I testi, poi, rendono il tutto ancora più enigmatico: Gabriel parla di omicidi tra bambini con una naturalezza tale che sembra stia parlando di argomenti frivoli e scontati, e la capacità compositiva del gruppo rende il tutto davvero geniale. Nonostante ciò, il gruppo nella madre patria Inghilterra fu snobbato, ed il successo commerciale arrivò dapprima in Italia e, soprattutto, in Olanda.

Sulla stessa linea musicale del precedente, ma un po’meno elaborato è il seguente, ottimo, “Foxtrot”, che è l’antipasto di quello che sarà il lavoro che li consacra definitivamente nell’olimpo della musica: “Selling England By the Pound”. Meno macabro e più fiabesco dei precedenti, è un disco molto elaborato e di difficilissimo impatto. La genialità dei singoli musicisti e soprattutto la versatilità di Gabriel sfornano in continuazione qualcosa di nuovo ed elaborato. Siamo davanti ad uno dei migliori album della storia del rock.

Il lavoro seguente sarà anche l’ultimo di Gabriel, messo da parte dal resto della band perché accusato (sarà anche vero) di rubare la scena musicale agli altri componenti.

Della carriera solista di Peter Gabriel è un po’difficile parlare: esattamente come i Genesis decide anche lui di mettere da parte l’esoterismo e le complessità dei primi lavori, abbracciando quel genere pop che gli regalerà tanti successi commerciali, ma anche gli toglierà gran parte del suo estro.

Tornando ai Genesis, il gruppo impiegò due anni per capire che il naturale sostituto di Gabriel ce lo avevano già in casa: Phil Collins, sia come talento vocale, sia (soprattutto) per le sue abilità di frontman sembrava fatto apposta per quel ruolo.

Gli album del secondo periodo lasciano un po’perplessi: la personalità di Collins non è ben definita, migliorerà sensibilmente col tempo; in quel periodo più che ispirarsi a Gabriel lo imitava pedissequamente; una citazione di merito, comunque, la merita l’album “Duke” del 1980: l’idea era quella di un concept album su un duca, il risultato è una serie di canzoni per niente legate tra di loro, ma comunque piuttosto buone; è il preludio alla loro virata pop. In questo, come nel precedente album, poi, il gruppo si era ulteriormente assottigliato: anche il chitarrista Steve Hackett mollò il colpo.

Eccoci così arrivati al 1981, anno di uscita di “Abacab”: questo disco rappresenta il declino artistico e (buon per loro) l’impennata commerciale dei Genesis. Il legame col progressive è pressoché abbandonato, a favore di un pop dall’impatto immediato. Sinceramente non riesco a trovare molto di buono in questo disco, come nei tre futuri del gruppo, tutti prodotti su questa linea musicale. E’ necessario dire che, tranne che in “Abacab”, nei lavori successivi c’è sempre qualche sporadico richiamo a quanto di buono avevano fatto in precedenza; i singoli di successo funzionano come presentazioni dei loro prodotti al grande pubblico, ma all’interno dei dischi ci sono alcune canzoni più che interessanti (mi riferisco in particolare al disco “We Can’t Dance” del 1991).

Nel 1997 i Genesis, dopo uno scioglimento, provarono a usciere senza Collins, ma su quello che ne è venuto fuori è decisamente meglio sorvolare…

Parlando, invece, della carriera solista di Phil Collins, è necessario aprire una parentesi: innanzitutto, bisogna dire che il batterista si occupava di diversi progetti paralleli, tra cui spiccano i “Brand X”, gruppo molto originale orientato a sonorità di tipo jazz. Per quanto riguarda la sua carriera solista vera e propria, egli produsse sette album; anche in questo caso non uscì dal vortice del pop, ma i risultati, di tipo commerciale, ma anche artistico, furono decisamente più convincenti che quelli ottenuti con i Genesis: della prima parte della sua carriera vale la pena sottolineare che ha lanciato molte hits di successo, dall’impatto immediato, ma sicuramente molto carini all’ascolto; tra questi una citazione la merita “Easy Lover”, scritta con Philip Bailey degli Earth, Wind And Fire.

Nel 1989 arrivò quello che meno ci si può aspettare: “,,,But Seriously” è un vero e proprio capolavoro. Non mi vergogno a considerarlo uno degli album meglio riusciti degli anni ’80. Il genere è un pop rock di straordinaria semplicità ed efficacia; i riff e le metriche, pur non essendo elaborate o raffinate, hanno un impatto estremamente coinvolgente.

Per quanto riguarda il gruppo, i Genesis stanno continuando a sciogliersi e rifondarsi, con due costanti: non producono niente di nuovo da studio, e Peter Gabriel prende sempre più le distanze dagli altri.

Ritengo che comunque si meritino di vivere di rendita per tutto ciò che di buono sono riusciti a fare.