L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.