Il punto più alto della New Wave: gli Smiths

The Smiths (U,K. – 1984)

Visto i commenti fatti riguardo a gruppi più o meno simili è difficile da credersi, ma gli Smiths sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. In effetti non c’è un motivo particolare, semplicemente quello che hanno prodotto lo hanno fatto alla grande.

Musicalmente parlando fanno parte di quel movimento che gravita attorno al punk, meglio conosciuto come New Wave; in verità questa definizione si addice più ad un movimento artistico che ad un genere musicale, in quanto era etichettabile a personaggi che cercavano di sperimentare nuove sonorità, moderne per l’epoca, ma senza eccedere negli estremismi del punk, ma anche senza piegarsi alle leggi del mercato dettate dal pop. Chiaramente una definizione così racchiude molti gruppi diversi tra loro, per qui ritengo giusto entrare un po’più nello specifico e considerare gli Smiths come un gruppo proto-indie, in quanto anticipa di parecchi anni quello che poi verrà ripreso, per esempio, dai The Killers.

Il loro fantastico album di esordio, “The Smiths”, è un perfetto esempio di quel genere musicale che si è cercato di spiegare in precedenza: più raffinato del punk, meno oscuro del dark, finisce con l’accontentare tutti; quello che risalta è la particolarissima voce di Morrisey, leader del gruppo assieme al chitarrista Johnny Marr.

Dopo un esordio da fuochi d’artificio, il gruppo fece parlare di sé dal punto di vista sociale con il seguente “Meat is Murder”, che evidenzia alcuni eccessi della società capitalista. Musicalmente è un netto passo indietro rispetto al precedente, con tematiche musicali forse più orecchiabili, ma sicuramente più scontate; poco male: nel 1986 la band ebbe modo di rifarsi, e con gli interessi: “The Queen is Dead” è il loro capolavoro; torna lo stile indie-new wave, ma le ritmiche riescono ad essere ancora più azzeccate che nell’album di esordio. Normalmente non parlo dei singoli prodotti dalla band, ma in questo caso è quanto mai necessario fare una eccezione: l’ascolto del disco va assolutamente integrato con i singoli non presenti nell’album “Panic” e “Ask”, probabilmente i pezzi meglio riusciti del gruppo.

All’apice della loro carriera gli Smiths si limitarono a fare un quarto album simile nelle sonorità al secondo, ma più riuscito nel risultato finale, e poi si sciolsero; i due leader intrapresero le carriere soliste, ma solamente quella di Morrisey è meritevole di una certa rilevanza, che comunque a confronto con quanto aveva fatto col gruppo è piuttosto trascurabile.

Nonostante molte richieste di reunion, gli Smiths si limitarono solamente a questi quattro album; tra questi ne sono bastati due per inserirli tra i grandissimi della musica; certo che la curiosità di vedere se il gruppo sarebbe riuscito a produrre qualcos’altro di così buono c’è, ma se la luce si era spenta, forse è stato meglio finire così. Chissà.

Il Post Punk – New Wave dei Depeche Mode

Depeche Mode (U.K – 1981)

Effettivamente ammetto che per considerare rock i Depeche Mode bisogna avere una interpretazione quanto meno elastica, la stessa che non ho avuto in altri casi (ad esempio per David Bowie); dal punto di vista soggettivo mi viene da dire che in molte occasioni assocerei diverse canzoni dei Depeche Mode ad alcuni filoni del rock, specialmente il dark anni ’80, ma niente di più; lo stesso discorso lo potrei fare con altri artisti, ma a questo punto emerge un’altra componente: la mia percezione personale, che me li fa associare al pop, ma allo stesso tempo mi fa dire che sono stati uno dei più influenti gruppi per le generazioni future, lasciando ancora adesso tracce sensibili nel mondo del rock, per questo ho deciso di fare una mezza eccezione.

Nei loro primi lavori, va detto, di rock non c’è praticamente niente, ma viene rappresentato a meraviglia il sound tipico del tempo: canzoni non eccessivamente impegnate nella loro sostanza, ma contornate di suoni elettronici e pervase dal sintetizzatore; il prodotto finale è dichiaratamente rivolto al grande pubblico, al boom commerciale, e le vendite finiscono col premiarli.

Per vedere emergere parzialmente la componente rock bisogna arrivare addirittura al settimo album: “Violator” del 1990: uno di quei dischi da considerarsi universalmente un capolavoro, indipendentemente da ciò che si è abituati ad ascoltare; effettivamente la vera forza del gruppo è proprio questa: mentre il pop degli anni ’80 tendeva a farsi molti nemici, la musica dei Depeche Mode viene ad avere mire universali, ed è francamente impossibile trovare una critica a questo album. Anche qui la parte pop elettronica è la grande protagonista, ma le canzoni sono strutturate in maniera più complessa rispetto ai canoni pop, con una attenzione spasmodica alle parti atmosferiche, e a tal proposito si può trovare qualche legame col rock, soprattutto con quanto proposto dai Cure.

Il successo universale di “Violator” non fu ripetuto, almeno commercialmente, dal successivo “Songs of Faith & Devotion”, ma qui ancora più che col precedente si denota la piena maturazione del gruppo: le canzoni sono più riflessive, forse meno orecchiabili (è questo il vero difetto del disco), ma sicuramente più incisive.

I lavori seguenti, invece, segnarono un ritorno agli anni ’80 o, per dirla meglio, un ritorno alle loro origini ed alle loro forti peculiarità musicali.

Il gruppo è ancora in attività, il tempo per un altro capolavoro lo hanno ancora, e nel 2009 non ci sono andati lontani con “Sounds of the Universe”, dove si conferma la predilezione per la classica New Wave, riadattata, ma neanche troppo, in chiave moderna. Nel disco spicca il singolo “Wrong”, a mio parere a livello di quelli di “Violator”, ma è tutto l’album ad essere più che valido.

Se nel futuro riusciranno a tenere ancora così alti i livelli non lo so, ma essere arrivati ai giorni nostri in queste condizioni è davvero sbalorditivo.

La New Wave e gli U2: uno dei migliori gruppi del Rock moderno

U2 (Irlanda – 1980)

Cerchiobottisti. Per vari motivi gli U2 sono probabilmente il gruppo che nella storia è riuscito ad accontentare il maggior numero di persone, anche coloro che sono ultra-fedeli ad altre correnti musicali. Merito principale va sicuramente attribuito alla loro musica: un rock leggero, ma allo stesso tempo incisivo, che vede protagonisti gli ottimi strumentisti della band, in particolare il chitarrista The Edge, ma soprattutto per la voce di Bono. In aggiunta a questo aspetto tecnico, va sicuramente a vantaggio del gruppo il carisma e l’impegno extra-musicale del cantante.

Incredibilmente, però, non tutta la loro carriera fu sulla cresta dell’onda: l’esordio “Boy” fa vedere che la band ha una sua personalità molto ben definita; questo tuttavia non bastò per il successo planetario, il disco venne più che altro visto come un lavoro che necessitava di una ulteriore conferma; personalmente, comunque, lo ritengo uno dei migliori lavori della band.

La consacrazione definitiva, però, arrivò nel 1983, col terzo album “War”: “Sunday Bloody Sunday” e “New Years Day” sono i primi successi di livello mondiale della band, che aveva definitivamente acquisito una sua personalità; il disco è più leggero e di facile ascolto dei precedenti, e gli strumentisti iniziarono a ritagliarsi i loro meritati spazi.

Il successivo “The Unforgettable Fire” conferma il grande successo di pubblico del precedente, ma qualitativamente è sicuramente inferiore; tuttavia è il successo di questo disco che conferma che la band è entrata in maniera definitiva nella storia del rock.

Il passaggio dalla storia all’olimpo del rock il gruppo lo fece nel 1987: “The Joshua Tree” è il disco che mette a tacere tutti, una vera e propria pietra miliare della musica e sicuramente il punto più alto della loro carriera. Questo è il disco in cui The Edge riuscì a dare il meglio di sé: “Where the Streets Have No Name” e “With or Without You” rappresentano sicuramente l’apice del disco, ma gli spunti degni di interesse sono comunque davvero tanti.

Dopo che Bono e compagni raggiunsero la consapevolezza di essere i migliori del loro tempo, nel 1991 fu il momento del settimo album: “Achtung Baby”, altra pietra miliare della musica. Raggiungere “The Joshua Tree” era francamente impossibile, ma riuscire a tenere degli standard così elevati è veramente un ottimo segno. Questo è da considerarsi come l’album con più sperimentazioni sonore del gruppo, e l’inizio di una seconda parte di carriera. I dischi successivi, infatti, presentano anche parti più “elettro-pop”, ma la maggior mescolanza di generi musicali è comunque presente in questo album.

Gli anni ’90 ed il nuovo millennio regalarono al gruppo dei successi commerciali che ebbero pochissimi precedenti nella storia, anche grazie all’impegno di Bono nel sociale; i lavori, però, sono meno interessanti, volti ad avere un impatto decisamente più immediato col grande pubblico, ma qualitativamente un po’scarsini, mentre nel 2009 “No Line on the Horizon” fa decisamente riacquistare la credibilità della band: si tratta di un ottimo album, con singoli probabilmente non destinati a raggiungere i livelli, per esempio, di “One”, ma nella sua interezza si tratta decisamente di uno dei lavori meglio riusciti.

Se siano stati definitivamente risucchiati dal vortice del music business non lo so, se torneranno a raggiungere i picchi qualitativi di 20 anni fa lo trovo difficile (“The Joshua Tree” fa parte di quella categoria di album irraggiungibili), ma il gruppo è vivo e vegeto, e si vede; dopo tutti questi anni, complimenti.

Ad ogni modo, di cose buone ne hanno già fatte tante.

I Television e l’inizio della New Wave

Television (U.S.A. – 1977)

Potevano essere gli U2. Se c’era un gruppo che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva fatto vedere già dalle prime battute che aveva tutte le carte in regola per diventare la band del futuro questi erano sicuramente i Television. Musicalmente li si può inserire in quel contesto della New Wave di non facile descrizione, nel quale vedremo come protagonisti gli Smiths. In effetti sembrano una via di mezzo tra gli Smith sessi e quei gruppi più pop sempre racchiudibili nel calderone della New Wave, come per esempio i Talking Heads.

Se ci avete fato caso sto parlando di un fenomeno quasi esclusivamente britannico: il sound del gruppo è, infatti, molto più tendente al british che a quello del loro paese di origine; non a caso, infatti, sono stati molto più apprezzati nel nostro continente.

L’esordio “Marquee Moon” è qualcosa di semplicemente fenomenale: è la perfetta sintesi del rock proposto alla fine degli anni ’70, risposta molto più intelligente a quel punk che proprio in quell’anno regnava sovrano. Il merito della riuscita del disco va principalmente attribuito al leader della band: il cantante e chitarrista Tom Verlaine, abilissimo ad esaltare all’ennesima potenza quanto proposto dal gruppo, grazie alle sue perfette linee melodiche. Verlaine si sbizzarrisce per tutto l’album a tirar fuori riff orecchiabili ma assolutamente scontati; questo genere di rock, leggero nell’ascolto ma non nel contenuto fu quello che fece la fortuna, appunto, degli U2.

Il seguente “Adventure”, pur non raggiungendo le genialità del precedente, rimane comunque un bell’album rock di ascolto dacile e divertente. La critica però, evidentemente abituata troppo bene da Verlaine e soci, aveva stroncato il disco oltre le sue colpe. Il secondo capitolo fu anche l’ultimo della saga dei Television; Tom Verlaine continuò con una carriera solista che, nonostante i riscontri abbastanza positivi, non mi sembra paragonabile a quello che potenzialmente avrebbe potuto fare col gruppo. A dire il vero la band si rifondò per l’omonimo album nel 1993: quello che è triste è che tale disco passò quasi completamente inosservato e anch’esso fu considerato negativo oltre i propri demeriti.

In conclusione, quello dei Television è e forse rimane il più clamoroso caso di gruppo meteora: esordio discografico folgorante e sparizione quasi immediata. Continuo a pensare che sarebbero potuti essere gli U2.