Senza Far Rumore Festival

senza far rumore

A Cisano Bergamasco per il decimo anno si svolgerà dal 20 al 23 Maggio 2010 “Senza far rumore Festival”, una kermesse di musica italiana indipendente e rock, che negli anni sta riscuotendo sempre maggiore successo, anche per gli  scopi benefici che ha: una parte dei guadagni raccolti durante la manifestazione saranno devoluti, per volontà ed impegno del fondatore dell’associazione organizzatrice, Giacomo,  al Kenia e all’Africa in generale, realizzando progetti che aiutano quelle sfortunate popolazioni a sopravvivere.

Quest’anno sarà presente Mike Johnson, un’icona della musica rock , con la band da lui formata negli anni ’90, Dinosaur Jr., oltre a “Il Teatro degli orrori”, un gruppo rock che nel 2010 ha riscosso grandissimo successo con il disco “A Sangue Freddo”. I gruppi “Amour Fou” e “Pan del Diavolo” si esibiranno nella giornata di sabato, mentre  domenica saliranno sul palco gli “Statuto”.

Band partecipanti:

Giovedì 20 Maggio: Mike Johnson (ex bassista dei Dinosaur JR) con   Miura
Venerdì 21 Maggio:
Teatro degli Orrori  con gli AIM

Sabato 22 Maggio: Amour Fou

Domenica 23 Maggio: Statuto con  Green Bricks

Inizio concerti ORE 21:30
Ingresso gratuito per tutte le serate

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Un solista d’eccezione: Noel Gallagher

noel_gallagherQuando gli Oasis hanno deciso di sciogliersi, i milioni di fan che in tutto il mondo li seguivano pensavano che si fosse chiusa un’epoca e non immaginavano di rivedere alcuni componenti della band ritornare sul palco. Noel Gallagher, uno dei fondatori della band insieme a suo fratello Liam, si è esibito come solista alla Royal Albert Hall di Londra, accompagnato dal Crouch End Festival Choir, da Gem Archer, già componente del gruppo, e dai Wired Strings; hanno suonato solo brani del repertorio degli Oasis, deludendo un po’ il pubblico, che si aspettava nuovi brani.

Sembra così esclusa definitivamente ogni possibilità di riconciliazione del gruppo,  nato a Manchester nel 1991, che ha venduto quasi 70 milioni di dischi in tutto il mondo e che  era riuscito a dare una nuova impronta alla musica rock, mescolando i toni melodici della musica degli anni ’70 alla ruvida energia del rock.

I Genesis fanno parte della Rock’n Roll Hall of Fame

genesisI Genesis, band inglese che con i suoi 150 milioni di dischi venduti si colloca tra le più importanti e famose nel mondo, hanno finalmente avuto un grandissimo riconoscimento, quello di essere ammessi nella Rock’n Roll Hall of Fame, elenco che comprende i più famosi musicisti del settore della musica rock. Esponenti di un progressive rock molto innovativo, i Genesis, costituiti da Peter Gabriel, Phil Collins, Tony Banks, Mike Rutherford e Steve Hackett, hanno accolto la notizia con grande soddisfazione ed hanno annunciato a Cleveland (Ohio), sede del Rock and Roll Hall of Fame and Museum, che in giugno uscirà per il mercato americano il loro  album “Out of the Tunnel’s Mouth”, già pubblicato in Gran Bretagna.

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I Dokken ritorneranno ai concerti live nel 2011

dokkenGeorge Lynch, musicista  statunitense famoso per i suoi virtuosismi con la chitarra nell’ambito della musica rock, heavy metal e pop metal, ha annunciato che il gruppo del quale aveva fatto parte alla fine degli anni ’70, i  Dokken, saranno di nuovo sul palco in esibizioni live. La band già durante l’estate prevede di mettersi al lavoro per comporre i brani da presentare la pubblico durante i concerti, che riteniamo si terranno nel 2011.

Dopo la separazione  del 1989 ed alterne vicende di scioglimenti e ricostituzioni, con  abbandoni da parte di alcuni componenti, che si dedicarono a carriere da solisti, il gruppo si riformò già nel 1994, pubblicando in Giappone “ Dokken” e il live album acustico “One Live Night”, per festeggiare la riconciliazione.

L’ultimo brano dei Dokken, pubblicato il 13 maggio 2008, è stato “Lightning Strikes Again”, valutato positivamente dalla critica.

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“Le Vibrazioni” in tour nelle maggiori città italiane

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Per festeggiare i  dieci anni dalla loro formazione,  la band milanese di musica rock “le Vibrazioni” ha pubblicato in gennaio il suo ultimo album, “Le Strade del Tempo”, costituito tutto da nuovi brani, che segue la pubblicazione del precedente album “En Vito”, uscito nel 2008.

Inizierà in marzo il tour promozionale dell’album, dall’omonimo nome “Le Strade del Tempo Tour”, che sancisce il ritorno del gruppo ai concerti live.

I  fan  della band aspettano di udire le vibrazioni della  potente ed emozionante  musica rock, che scaturisce dalle chitarre di Francesco Sarcina e di Stefano Verderi,  dalla batteria di Alessandro Deidda e dal basso di Emanuele Gardossi,  per esaltarsi ed emozionarsi, come sempre, in quasi due ore di suoni, effetti luce e cambi di scena.

La prima tappa sarà a Torino , il 18 marzo all’Hiroshima Mon Amour, ma seguiranno tappe nelle maggiori città italiane.

Date dei concerti di Marzo/ Aprile  2010:

18 Marzo Torino  - Hiroshima mon amour

19 Marzo Trezzo sull’Adda (Mi) – Live Club

20 Marzo Cesena – Vidia Club

25 Marzo Firenze – Viper Theatre

26 Marzo Roncade (Tv)  – New Age Club

2   Aprile  Reggio Emilia – Tunnel

9 Aprile Ancona – Neon

10 Aprile  Perugia – Urban Club

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Il 14 gennaio 2010 all’Alcatraz di Milano

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Sponsorizzata da Jack Daniel’s e da Rock Tv,  giovedì 14 gennaio 2010 all’Alcatraz di Milano, si terrà un concerto live a ingresso libero, durante il quale si esibiranno alcune famose band italiane, il Teatro degli Orrori, che con il loro ultimo album si sono riconfermati uno dei migliori gruppi di rock alternativo in Italia, e i Linea 77, che, in occasione del decennale del loro primo album, ne riproporranno le canzoni, insieme ai più recenti successi. Sottolineerà l’energica atmosfera della serata la musica rock dei Velvet.

Ospite d’eccezione sarà  Pino Scotto, uno dei primi ad introdurre  trenta anni fa l’Hard Rock

sulla scena musicale italiana. Ingresso ore 20,30.

I Toto ed il neo-progressive

Toto (U.S.A. – 1978)

Un ottimo esempio di come far rock valido dal punto di vista qualitativo e commerciale. Musicalmente i Toto sono definibili in quella scena neo-progressive che vede come protagoniste assolute le tastiere, e spesso e volentieri strizza l’occhio al pop.

L’omonimo album di esordio è veramente eccezionale: il singolo “Hold the Line” diventerà presto una delle più famose canzoni della nuova era del rock: pur essendo commercialmente di facile ascolto, dal punto di vista della composizione è davvero valida, e lo stesso discorso lo si può fare per tutto l’album. Particolare attenzione la meritano i 2 leader della band: i fratelli Steve e Jeff Porcaro, rispettivamente tastierista e batterista della band.

Se l’esordio era stato col botto, il successivo “Hydra” non è assolutamente da meno. Il singolo di successo stavolta è “99”, ed anche in questo caso è bene sottolineare il lavoro dei fratelli Porcaro; a differenza della maggior parte dei gruppi che scelgono come riff la chitarra, in questo caso lo strumento che emerge di più è la tastiera.

Nel 1982, con il quarto “Toto IV”, il gruppo raggiunge il punto più alto della sua carriera: in questo disco c’è la maggior parte dei pezzi meglio riusciti del gruppo, in particolare i bellissimi singoli “Rosanna” e “Africa”. Questo fu l’album della definitiva consacrazione: sia che li si vedeva come neo-progressive, sia che li si vedeva come pop, i Toto erano diventati protagonisti assoluti del periodo che va tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80. Il disco, però, rappresentò anche il punto di partenza di una lenta discesa che li portò fino al 1992 a produrre altri quattro album decisamente poco interessanti. La colpa principale potrebbe essere data al fatto che la band dovette (o volle) cambiare cantanti in continuazione, fino ad arrivare a tenersi alla voce il chitarrista Steve Lukather. In realtà questa è una aggravante, più che altro il sound del gruppo negli ultimi anni si fece veramente stanco.

Nel 1992 accadde un fatto che peggiorò ulteriormente la situazione: Jeff Porcaro, tuttora ritenuto uno dei migliori batteristi della storia, morì a causa di un arresto cardiaco. Il gruppo decise di andare ugualmente avanti, ma i lavori da studio riscossero sempre meno interesse sia in Europa, sia negli Stati Uniti; come per molti altri gruppi pop / neo-progressive, il successo lo continuano ad avere in Giappone. Di questa seconda metà della loro carriera merita comunque una citazione “Through the looking Glass” del 2002: un divertentissimo e riuscitissimo album di cover. In realtà sembra il massimo che adesso oossono fare, ma il loro successo non è stato poi così indifferente.

I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

Un altro gruppo che ha fatto la storia del Rock: i Doors

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Doors (U.S.A. – 1967)

All’eterna domanda: “Chi è stato il miglior gruppo della storia del rock tra Beatles e Rolling Stones” c’è un gruppo, nemmeno troppo sparuto, di persone che risponde: i Doors. Io mi associo a questo terzo partito.

Autori di un rock maledetto, volto a scandalizzare, lasciare a bocca aperta, e soprattutto pieno di talento, i Doors esordiscono col loro omonimo “The Doors” nel 1967. Vedrete che il mio album preferito in assoluto nella storia del rock è “In the Court of the Crimson King” dei King Crimson, ma questo si aggiudica la seconda posizione. Già dalle prime note del super classico “Break on Thruough” si capisce che questo, più che un album musicale è un continuo viaggio dal Paradiso all’Inferno e viceversa, senza fermate intermedie. Le ritmiche proposte sono talvolta celestiali, talvolta esoteriche fino all’inverosimile, ma sempre e comunque piene di atmosfera. I protagonisti in tal senso sono il chitarrista Robert Krieger e, ancora di più, il tastierista Raymond Manzarek, sicuramente il più grande tastierista della storia del rock. A tutto questo bisogna aggiungere uno strumento musicale che solo i Doors possono vantare: la voce di Jim Morrison, narratore quanto mai perfetto per descrivere questo viaggio tra Inferno e Paradiso; anche in questo caso stiamo parlando di uno dei più grandi talenti musicali mai esistiti, e probabilmente del più grande leader carismatico della storia della musica. Nel disco ci sono altri due singoli destinati a rimanere nella storia: “Light My Fire” e “The End”, canzoni perfette a sintetizzare la genialità del gruppo, ma è ogni singola canzone del disco a rappresentare un tipo di rock che non ha mai avuto precedenti e probabilmente non avrà mai successori.

“Strange Days” è il secondo album, e anche qui non andiamo lontano dai primissimi posti della classifica dei migliori album della storia; fra i tre strumenti nei quali i Doors primeggiano (chitarra, tastiera, voce) qui è proprio quest’ultima a prendere il sopravvento; questo risulterà essere il lavoro più introspettivo della band.

Nel 1968 esce il terzo “Waiting for the Sun”risposta dei Doors all’intervento americano in Vietnam; loro, considerati come personaggi negativi, propongono l’amore come alternativa alla guerra; è forse il disco più impegnato per quanto riguarda i testi, e musicalmente le peculiarità del gruppo sono ancora espresse al massimo; inutile dire che anche questo è uno dei migliori album della storia.

Il quarto disco è “The Soft Parade”, e qui c’è un primo vero cambiamento: la voce di Jim Morrison mai è stata così tanto protagonista, ed unita alle nuove sonorità di Manzarek, più tendenti a nuove sperimentazioni come anche lo swing, fa sembrare il lavoro una specie di omaggio al talento di Jim Morrison. In questo album si vede anche un netto avvicinamento a quel blues che sarà grande protagonista nell’ultima parte della loro carriera.

“Morrison Hotel” è l’album successivo, e rappresenta, incredibile a dirsi, il primo passo indietro rispetto agli elevatissimi standard del gruppo: la canzone di apertura “Roadhouse Blues” è uno dei pezzi più famosi della storia, ma il resto del disco non soddisfa le aspettative: è un classico blues suonato più che discretamente, con solita protagonista la voce di Jim Morrison, ma è considerabile “solamente” come un ottimo album blues, non come una pietra miliare della musica; il capolavoro, comunque, non tarda a tornare: “L.A. Woman” è il sesto ed ultimo album da studio. Le sonoritò atmosferiche, a tratti celestiali, a tratti maledette del primo album sono state decisamente abbandonate a favore di quello che sembra essere il nuovo amore della band: il blues. La creatività del gruppo qui emerge molto di più che nel suo predecessore; l’unica eccezione musicale, che rappresenta un ritorno alle origini, è la canzone “Raiders on the Storm”, canzone atmosferica che rappresenta, neanche a farlo apposta, il sipario che si abbassa sul gruppo. Il 3 Luglio 1971 Jim Morrison viene trovato morto nella vasca da bagno del suo appartamento di Parigi; il cadavere, a dire il vero, è stato visto solo dalla sua compagna e dal medico, dando così il via ad una serie di leggende metropolitane su una presunta fuga chissà dove.

Non ho voluto parlare di quegli eccessi che hanno sempre accompagnato la vita dei componenti della band, perché li ritengo un dettaglio assolutamente di secondaria importanza rispetto al talento musicale, ma è arcinoto che anche il loro stile di vita sia stato un argomento di interesse per la storia del rock.

Jim Morrison era chiaramente impossibile da rimpiazzare, per cui il gruppo si è limitato a cercare di fare uscire qualche album postumo con la voce presa da registrazioni precedenti; preferirei non dire quello che penso a riguardo. Nel 1973, comunque, arrivò lo scioglimento definitivo, sebbene ci siano continue ristampe, greatest hits o quant’altro.

A mio modesto parere, i Doors hanno rappresentato la pagina più bella della storia del rock

I Rolling Stones: gruppo rock a 360 gradi

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Rolling Stones (U.K. – 1964)

Il gruppo rock alternativo per eccellenza. Nella prima metà degli anni ’60, quando il rock aveva iniziato a prendere piede, questo genere negli Stati Uniti seguiva una classica linea ispirata al folk, nel Regno Unito si prediligevano le linee guida tracciate dai Beatles, e la tematica principalmente trattata era l’amore.
Quando uscì l’omonimo esordio dei Rolling Stones, la reazione fu quella di un lampo che squarciò il cielo: per la prima volta il rock tirò fuori quell’immagine aggressiva, che da lì in poi diventò una delle caratteristiche principali del genere.
Musicalmente parlando si tratta di un lavoro molto graffiante, dove immediatamente emerge il talento dei due leader: il cantante Mick Jagger ed il chitarrista Keith Richards; la voce alta e quasi gridata del primo si sposa perfettamente con una distorsione della chitarra ce per i tempi aveva raggiunto livelli veramente estremi. Il lavoro, come molti dischi di esordio in quei tempi, è composto da 9 cover, e comprende una versione britannica ed una americana (fastidiosissima abitudine che il gruppo si porterà avanti diversi anni). Di per sé il lavoro non è male, ma nemmeno niente di particolarmente rilevante; la sua importanza, quello si, è data dal fatto che questo sarà il biglietto da visita di quella che poi sarà la loro carriera. La peculiarità che emerge è in un fatto particolarissimo: in quegli anni la scena musicale americana e quella britannica erano nettamente differenti: ci si mette pochissimi secondi a riconoscere la provenienza di una rock band di quei tempi; i Rolling Stones furono la prima band a fare una musica di tipo trasversale, aprendo gli orizzonti di quella scena British che ha sempre avuto il limite enorme di essere estremamente chiusa. Nonostante questa peculiarità, è curioso vedere come le versioni americane dei loro dischi siano così differenti da quelle britanniche.
Nei successivi dischi, il gruppo sforna dei singoli destinati a rimanere nella storia, come “Everybody Needs Somebody to Love”, divenuto un vero e proprio tormentone grazie ai Blues Brothers, e soprattutto “Satisfaction”. Gli album che li contengono, in verità, non sono granché; per arrivare alla consacrazione, anzi al vero e proprio capolavoro, bisogna passare ad “Aftermath”, che nella sua versione americana è un vero e proprio pezzo di storia del rock. Qui c’è il definitivo stacco dal cordone ombelicale che aveva tenuto il gruppo in un certo senso attaccati sia ai Beatles, sia a Bob Dylan. Il rock qui proposto è aggressivo, atmosferico, senza mezzi compromessi; la canzone “Paint it Black” rappresenta il punto più alto della carriera artistica del gruppo. L’anno di uscita è il 1966, per cui sappiamo quale è il contesto in cui la band si trova, ma questa volta veramente i Rolling Stones hanno iniziato a candidarsi seriamente come il miglior gruppo della storia; a rimettere le gerarchie come prima, i Beatles sono dovuti uscire con “Sgt. Peppers”.
Il successivo “Between the Buttons”smentisce quanto detto prima: il sound qui proposto si rifà molto a quello contemporaneamente proposto da Beatles e Beach Boys. Il disco di per sé non è male, ma sembra avere meno personalità dei precedenti, per questo lo ritengo un leggero passo indietro, così come il sequente “Their Satanic Majesties Request”, che si ispirava un po’troppo al periodo esoterico beatlesiano.
Il seguente “Beggars Banquet”rappresenta di fatto un ritorno alle origini, e anticipa un altro capolavoro assoluto: “Let it Bleed”, altra prova eccelsa del gruppo, che raggiunse così una seconda consacrazione.
Il seguente “Sticky Fingers” fu la conferma della seconda consacrazione, e dopo “Aftermath” è il lavoro meglio riuscito della band. Il disco diventò a tutti gli effetti il simbolo del gruppo, a cominciare dalla copertina, la celeberrima “Tongue & Lip” di Andy Wharol; questo lavoro rappresenta, inoltre, l’apice artistico di Keith Richards, che per tutto l’album sforna a getto continuo riff al vetriolo.
Arrivati al loro culmine, la band inizia lentamente, ma inesorabilmente, con la discesa: i dischi successivi si fanno notare solamente per qualche singolo, come per esempio “Angie” o “Start me up”; l’unico album veramente all’altezza del nome del gruppo è “Some Girls” del 1978.
Nel periodo sopra citato il genere proposto dal gruppo si sposta dapprima verso un rock classico di matrice americana, poi, verso un classico rock ‘n roll di matrice americana, poi, all’inizio degli anni ’80, lo spostamento verso il pop fu piuttosto netto, perdendo gran parte delle loro peculiarità artistiche. Negli anni ’90 la band produsse poco materiale, ma comunque piuttosto notevole: “Voodo Lounge” rappresenta un bel ritorno ai vecchi fasti: sicuramente non è un capolavoro, ma è comunque un manifesto di vitalità. Negli anni seguenti i due album prodotti da studio ottennero un relativo successo solo grazie al loro nome, ma in effetti non c’è niente di particolarmente notevole.
Tirando le somme, è difficile dare un giudizio secco sulla carriera dei Rolling Stones: tre pietre miliari e almeno due album eccellenti sono un risultato comunque invidiabile, ma se il tutto avviene in una carriera di oltre 40 anni, mi viene un attimo da ricredermi: non penso che siano un gruppo da podio nella storia del rock, ma sicuramente sono da collocare in una ipotetica top ten.