Uno degli ultimi esempi di progressive classico: i Camel

Camel (U.K. – 1973)

Gruppo progressive guidato da Andrew Latimer, i Camel, causa anche i loro continui cambi di formazione, non riuscirono ad entrare nell’olimpo assoluto del progressive rock, relegati sempre un po’dietro alle band di spicco I loro album, invece, li ho sempre visti come una delle massime espressioni del genere, ed il fatto che non abbiano avuto pienamente i consensi che meritavano è forse dovuto in parte anche al fatto che il loro sound era più orientato ad interpretare canoni già scritti, piuttosto che a proporne di nuovi. Questo, comunque, è limitativo per una band che è riuscita a tirar fuori dei lavori di livello qualitativo altissimo; il loro sound, almeno per gli album più rappresentativi, è composto in maniera quasi scientifica: si prendono le basi dei King Crimson, si alternano le sonorità del periodo progressive dei Pink Floyd con quelle dei Jethro Tull, ed ecco che vengono fuori i Camel.

Il secondo lavoro della band, “Mirage”, è effettivamente il primo a presentare tutte queste caratteristiche; “The Snow Goose”, invece, è un concept album basato su un libro di Paul Gallico, e appunto perché tale esula, anche se non di molto, dalle caratteristiche composizioni dei Camel; il lavoro è il più apprezzato dalla critica, ma personalmente penso che ne abbiano fatti altri leggermente migliori. Una peculiarità del gruppo, poi, è lo scarsissimo utilizzo delle parti vocali, usate prevalentemente per stemperare canzoni che altrimenti risulterebbero troppo pesanti; in questo album la voce è praticamente totalmente assente.

Chiusa la parentesi concept, i Camel tornano con quello che questa volta il considero il loro capolavoro, ed uno dei massimi momenti della storia del rock: “Moonmadness”. Le sonorità tipiche del gruppo sono espresse nella maniera migliore, e l’opera proietta l’ascoltatore direttamente in un mondo onirico.“Rain Dances” è l’album che segue, e conferma positivamente le attese.

Arrivati al 1978, i Camel pubblicarono un live che, come spesso accade nel rock, funzionò da spartiacque tra passato e futuro. La seconda parte della carriera del gruppo è fu più orientata verso sonorità non dissimili dal dark, ed il gruppo iniziò a seguire quel filone, che prevedeva un utilizzo smodato delle tastiere, canzoni più corte, ed un utilizzo più assiduo della voce. Quello che venne fuori potrebbe essere paragonabile in un certo senso ai primi Asia, senza però quei toni trionfalistici, peculiarità del gruppo. In questo secondo periodo i lavori non sono negativi, ma da chi ha già dato tante dimostrazioni di talento era lecito aspettarsi di più. L’album più meritevole di ascolto, comunque, è “Stationary Traveller”del 1984, al quale seguirono diversi anni di silenzio, intervallati da sporadiche uscite.

Nel 1996 la sorpresa: “Harbour of Tears” riprende il discorso finito con “Rain Dances”: è un ottimo concept album su una carestia che colpì l’Irlanda nel 1845; i suoni sono molto psichedelici, ed il risultato finale è molto ben riuscito.

Ancor più incredibilmente, le cose migliorarono ancora con “Rajaz” del 1999, che segna un definitivo ritorno agli esordi. Paradossalmente, i suoni più moderni sembrano togliere un po’di quell’atmosfera magica che funzionava da valore aggiunto per il progressive, ma metterei la firma perché anche solo la metà dei gruppi che hanno fatto la storia del rock riuscissero ancora ad ottenere risultati così convincenti.