Moody Bluse – Nights in White Satin

Una delle mie canzoni preferite di sempre di uno dei miei album preferiti di sempre (“Days of the Future Passed”). Meraviglioso esempio di rock progressive di tipo sinfonico, punto fondamentale della storia del rock.

I Moody Blues e il rock sinfonico: gli albori del progressive

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Moody Blues (U.K. – 1965)

“Fonte di ispirazione” per le band che hanno fatto la storia del rock è una definizione che non mi sentirei di attribuire ai Moody Blues: loro SONO uno dei migliori gruppi della storia del rock.
Parlando della loro discografia, dopo un discreto esordio in puro stile beatlesiano, il gruppo si presenta con quel “Days of the Future Passed” che non può non essere considerato uno dei più begli album della storia del rock: negli anni futuri sono veramente pochissime le opere considero migliori di questa. Il genere qui proposto è quel rock orchestrale che ha dato poi il via al genere progressive: la differenza tra un termine e l’altro la considero più teorica che altro, ma volendo cercare di definire i due campi, possiamo dire che nel rock orchestrale il rock si fonde con la musica classica, che appare in maniera preponderante, nel progressive, invece, è la musica classica a stemperare le basi rok; fatta queste definizioni, voglio ancora sottolineare che rimangono fini a loro stesse, e di interesse pratico sono praticamente nulle, quello che conta è che questo album con prevalenza di musica classica orchestrale rispetto al rock è un capolavoro assoluto. “Nights in White Satin” è il pezzo meglio riuscito, e rimarrà anche il loro pezzo più famoso, ma è tutto il disco, una spece di “concept album” su una giornata qualsiasi, a lasciare a bocca aperta.
Il gruppo dimostra di essere un vulcano di idee anche col seguente “In Search of Lost Chord”, altro album eccezionale, giusto equilibrio tra i primi due. Qui manca la canzone destinata a rimanere nella scoria, ma il livello del disco è ancora elevatissimo.
Arrivati a questo punto inizia, purtroppo, un ritorno alla normalità: “To our Children’s Children’s Children” è il quarto album e segna un cambiamento, dal momento in cui la musica sinfonica, prima protagonista assoluta, viene un po’abbandonata a favore di sonorità più progressive, in particolare relazionabili ai Genesis; il risultato è un disco ancora più che buono, ma non un capolavoro come i due precedenti.
Col passare degli anni il gruppo seguì quello che vedremo poi essere il cammino tipico delle band progressive: “Seventh Sojourn” del 1972 è un disco molto ben riuscito, ma molto più orecchiabile e di facile ascolto dei precedenti, e tendente ad un rock più classico; “Long Distance Voyager” del 1981 è il decimo lavoro da studio, e anche in questo caso il livello qualitativo è ancora piuttosto elevato; il gruppo si adatta alle sonorità dell’epoca, per cui l’album potrebbe essere catalogabile come neo-progressive.
Se fino a quel momento, nonostante il gruppo avesse diminuito la sua vena artistica, i risultati erano stati comunque piuttosto buoni, dopo “Long Distance Voyager” iniziò una caduta veramente fragorosa, a cominciare col successivo, orribile, “Present”, per poi andare avanti fino a “The Other Side of Life” del 1986, che nonostante un successo di pubblico relativamente buono, è la dimostrazione che il gruppo quello che doveva dare lo ha già dato.
I restanti lavori (l’ultimo da studio è del 2003) sono stati completamente trascurati sia dal pubblico sia dalla critica, ed effettivamente il motivo è piuttosto chiaro.
Fortunatamente, quanto di buono è stato fatto in passato, non potrà mai essere cancellato.