Blue Cheer: eternamente fuori dalle mode

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Blue Cheer (U.S.A. – 1968)

Uno dei gruppi più anti commerciali del rock. Nati alla fine degli anni ’60, in un momento in cui il rock, soprattutto negli Stati Uniti, si erige ad emblema del pacifismo, i Blue Cheer mostrarono una completa indifferenza a tali avvenimenti, pensando esclusivamente alla loro musica, così che finirono con l’inimicarsi gli addetti ai lavori.

“Vincebus Eruptum” è il loro disco di esordio: musicalmente è un hard rock non molto facile da digerire, con forti influenze blues, con chitarre potenti, pesanti, man non veloci; il risultato finale non è dissimile dai lavori più rappresentativi degli Who: anche i Blue Cheer sono indatti accostabili al movimento MOD.

Nonostante l’ostracismo, la band dimostra di valere, ed anche il successivo “Outsideinside”, pur meno ricercato del precedente, risulta essere un lavoro più che valido.

Col passare del tempo, e l’abbandono del cantante/bassista Dickie Peterson, il gruppo non riuscì più ad esprimersi sui buonissimi livelli dei due lavori precedenti, ed una critica già prevenuta in partenza contribuì ad affossarli. Il gruppo continuò a produrre fino al 1971, e la seconda parte della loro carriera è molto più orientata verso un tipico rock blues meno pesante che nei lavori passati. Di questo periodo l’unico album meritevole di citazione è “The Original Human Being”, un blues eccessivamente snobbato dalla critica, che presenta ottimi riff di chitarra e che ricorda da vicino una di quelle band che è sempre stata tra i loro principali detrattori: i Cream.

Dopo quasi 20 anni di distanza, infine, i Blue Cheer decisero di entrare anche loro in quel vortice chiamato reunion, e come nella maggior parte dei casi, anche qui i risultati furono piuttosto trascurabili. Dispiace, perché i Blue Cheer sono stati un gruppo che piuttosto che piegarsi alle leggi del mercato ha preferito pagare personalmente, e da un gruppo coerente come loro mi sarei aspettato che se fossero rientrati in gioco lo avrebbero fatto con qualche argomento un po’più convincente che le loro ultime pubblicazioni.

Le opere rock degli Who ed il movimento MOD

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Who (U.K. – 1965)

MOD. Per sintetizzare lo stile musicale e di vita degli Who è necessaria e sufficiente questa espressione (che altro non è che l’abbreviazione di “modernismo”). Con questo termine si comprende un fenomeno artistico, musicale, ma più in generale di vita, nato in Inghilterra verso la fine degli anni ’50, al quale aderiscono persone che sposano l’idea di adottare tutto ciò che è di moda, all’avanguardia ed insolito. Più avanti con gli anni questo stile di vita verrà ad avere una matrice politica, abbracciando ideologie prettamente di destra, per poi degenerare in una sua frangia estrema col movimento skinhead. Ciò che è curioso è il fatto che musicalmente il genere MOD prende molto dalla musica nera: jazz, blues e soul, vendono riviste in chiave, appunto, moderne per l’epoca.
L’esordio discografico è “My Generation”: l’influenza della musica nera si sente abbastanza, ma l’ispirazione principale è senza dubbio quella dei Beatles; la critica ed il pubblico considerano questo lavoro una vera e propria pietra miliare della musica, e la title-track rimarrà una canzone simbolo del rock; personalmente vedo questo disco come un lavoro carino all’ascolto, ma comunque ancora piuttosto acerbo, e sicuramente non rappresentativo del gruppo.
Dopo il successivo “A Quick One”, in cui meritano una citazione particolare le canzoni “Boris the Spider” e “Happy Jack”, il gruppo cambia radicalmente stile col terzo “The Who Sell Out”, nel quale emerge alla grandissima la versatilità dei singoli componenti. Personalmente questo disco non è tra i miei preferiti, ma i continui cambi di situazioni musicali che si trovano all’interno di questo lavoro, rendono lo stesso più che meritevole di attenzione; i pezzi dell’album sono suonati come se fossero all’interno di un programma di una radio pirata di Londra, che con i suoi stacchetti fa da intermezzo alle canzoni.
Il gruppo capisce di essere portato per le composizioni lunghe, per cui l’album successivo è il doppio “Tommy”; per chi ha una bassa capacità di concentrazione, come il sottoscritto, il consiglio è di ascoltare il disco poco alla volta: tutto insieme potrebbe portarvi un enorme mal di testa. Una volta definito il modo migliore per ascoltare questo lavoro, si capisce che ci troviamo davanti ad un disco eccezionale; lo stile è quello dei Beatles stile “Revolver”, ma l’album è molto più complesso. “Tommy” non è considerabile come un “concept album”, è invece una vera e propria opera rock, in quanto potrebbe essere benissimo vista come il copione di una rappresentazione, che vede protagonista un certo Tommy.
Per coloro i quali non sono riusciti a digerire la complessità dell’album, il successivo “Who’s the Next” è l’album che li farà ricredere sulla band: qui si trovano alcuni dei singoli più conosciuti della band, come “Baba O’Riley”, “Won’t Get Fooled Again”, o “Behind Blue Eyes”. L’impatto col disco è immediato, deciso e semplicemente devastante, qui come non mai sono esaltate le doti canore di Roger Daltey e la fantastica chitarra di Pete Townshend; le canzoni sono più brevi ed incisive, per cui sono anche di più facile ascolto.
La band, arrivata al culmine della loro carriera decise di riprendere a fare ciò che li aveva contraddistinti davanti agli occhi del pubblico: “Quadrophenia” è un’altra opera rock, una specie di autobiografia della band, con protagonista Jimmy, un ragazzo che decise di abbracciare il movimento musicale e di vita del MOD. Per i seguaci del genere è ritenuto una specie di Bibbia; dal punto di vista musicale è sicuramente un disco validissimo, forse leggermente più facile da ascoltare di “Tommy”. Anche in questo caso, comunque, valgono le stesse precauzioni. Questo lavoro fu anche l’ultimo veramente degno di nota, quelli successivi cercano di abbracciare una fetta maggiore di pubblico, ma artisticamente non sono molto validi.
Nel 1978 il gruppo dovette fare fronte alla tragica scomparsa del batterista Keith Moon; nel 1982, quattro album dopo “Quadrophenia”, la band decise di chiudere i battenti; i tre componenti rimasti continuarono con carriere soliste dai risultati alterni; nel 2002 morì anche il bassista John Entaistle; nel 2006, 24 anni dopo, Daltey e Townshend tornarono per un nuovo lavoro da studio, ma nonostante la voce ancora fenomenale, il disco non è dei migliori.
In conclusione, per quello che hanno dato nella loro carriera, piacciano o non piacciano, gli Who sono stati sicuramente uno de gruppi più eccentrici ed incisivi della storia del rock.

The Kinks: tra MOD e Hard Rock

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The Kinks (U.K – 1964)

Alcuni li considerano il primo gruppo hard rock della storia, altri i rivali dei Beatles; altri ancora si sono completamente dimenticati della loro esistenza. A mio giudizio, i Kinks sono un gruppo che avrebbe potuto entrare a far parte del novero degli immortali, ma che all’esame finale ha sempre fallito.
L’omonimo esordi verrà sempre ricordato per il singolo “You Really Got Me”, che rimarrà il più grosso successo del gruppo; a detta di molti questo è il primo pezzo hard rock della storia (solo perché ci hanno fatto la cover i Van Halen?). Come costume del tempo, il disco è farcito di cover, con una particolare attenzione per Bob Dylan, ma quello che di loro propongono rimane più che interessante; il seguito “Kinda Kinks” è l’ottimo seguito; un disco che segue più il rock di stile americano.
I lavori che seguono sono tutto sommato buoni, ma mancano di quella personalità necessaria per il salto di qualità. Nel 1966, però, arriva la prova del nove: abbiamo già visto nelle biografie dei gruppi precedentemente trattati, l’impegno messo dai musicisti in quest’anno per esaltare il movimento artistico del rock; i Kinks erano stati messi un po’in secondo piano, ma con “Face to Face” arriva la sorpresa: questo è un disco semplicemente fantastico, nettamente il migliore della loro carriera; il gruppo prende ad avere una propria netta personalità, le canzoni si fanno decisamente più introspettive e impegnate; l’unico difetto dell’album è che è uscito in un momento in cui tutti i big stavano dando il meglio di loro stessi, per questo fu, e tuttora è, ingiustamente sottovalutato.
Arrivato al loro culmine artistico, il gruppo produrrà moltissimi altri album, che non riesco a considerare negativamente, ma se devono essere la cartina tornasole di un gruppo immortale, allora non riescono a raggiungere il risultato sperato.
Più avanti negli anni la band prenderà un suono molto più British tanto che, a mio parere anche più dei Beatles, si possono considerare con 20 anni di anticipo i precursori di quel fenomeno musicale che sarebbe poi stato il Brit pop. Commercialmente il gruppo non riuscì più a raggiungere il successo ottenuto negli anni ’60, e del periodo compreso negli anni ’70 si fanno notare solo per qualche sporadico singolo (uno su tutti “Lola”).
Per quanto riguarda gli ultimi album, quelli un po’più originali sono, a mio giudizio, “Schoolboys in Disgrace” del 1976, un divertente “concept album” su un bullo, e “Low Budget” del 1979, nel quale il gruppo decide di sperimentare la strada del punk rock.
L produzioni degli anni ’80 risultano essere un po’stanche e ripetitive; l’ultimo album da studio è del 1994.
Se non si tratta di una band immortale, ritengo giusto attribuire ai Kinks la loro importanza (devo dire la verità, solo indiretta), per lo sviluppo dell’hard rock e, più avanti (molto più direttamente) per il brit pop. Non sono diventati immortali, ma non ci sono andati poi neanche così lontani