Il 26 Marzo in uscita “Bedroom rock’n’roll” dei Pocket Chestnut

PocketChestnutBedroomRocknRollLa band lombarda dei “Pocket Chestnut”, esponente di una musica che sta  a metà tra l’indie- e l’indie , pubblicherà finalmente  il suo primo disco  (autoprodotto), che dal 26 marzo 2010 sarà su iTunes e su tutti gli store digitali, ma che si potrà avere anche scrivendo direttamente alla band. Titolo del brano è “Bedroom ’n’roll”, una sorta di lettera d’amore che rievoca il periodo dell’adolescenza, quando il nostro mondo era chiuso tra le quattro pareti della  nostra cameretta, che costituiva una sorta di muro tra noi ed il mondo degli adulti, soprattutto dei genitori.

Il di questa band di recentissima formazione si ispira alle musicalità blues, country e  americane,  ma rielaborate con personalità ed originalità tutte proprie.

Per la promozione di questo disco i Pocket Chestnut faranno a breve un tour in tutta Italia.

Prossime  esibizioni live  dei POCKET CHESTNUT:

26/03 LiveForum (MI)              Presentazione Bedroom ’n’roll

10/04    Arcore (MI) Arci Blob

24/04    Traona (SO) Piccadilly

15/05    Solza (BG) Rassegna Neverland c/o Castello Colleoni

15/06    Bergamo Druso Circus

Foto by Pocket Chesnut

I Television e l’inizio della New Wave

(U.S.A. – 1977)

Potevano essere gli U2. Se c’era un gruppo che a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 aveva fatto vedere già dalle prime battute che aveva tutte le carte in regola per diventare la band del futuro questi erano sicuramente i . Musicalmente li si può inserire in quel contesto della New Wave di non facile descrizione, nel quale vedremo come protagonisti gli Smiths. In effetti sembrano una via di mezzo tra gli Smith sessi e quei gruppi più pop sempre racchiudibili nel calderone della New Wave, come per esempio i Talking Heads.

Se ci avete fato caso sto parlando di un fenomeno quasi esclusivamente britannico: il sound del gruppo è, infatti, molto più tendente al british che a quello del loro paese di origine; non a caso, infatti, sono stati molto più apprezzati nel nostro continente.

L’esordio “Marquee Moon” è qualcosa di semplicemente fenomenale: è la perfetta sintesi del rock proposto alla fine degli anni ’70, risposta molto più intelligente a quel punk che proprio in quell’anno regnava sovrano. Il merito della riuscita del disco va principalmente attribuito al leader della band: il cantante e chitarrista Tom Verlaine, abilissimo ad esaltare all’ennesima potenza quanto proposto dal gruppo, grazie alle sue perfette linee melodiche. Verlaine si sbizzarrisce per tutto l’album a tirar fuori riff orecchiabili ma assolutamente scontati; questo genere di rock, leggero nell’ascolto ma non nel contenuto fu quello che fece la fortuna, appunto, degli U2.

Il seguente “Adventure”, pur non raggiungendo le genialità del precedente, rimane comunque un bell’album rock di ascolto dacile e divertente. La critica però, evidentemente abituata troppo bene da Verlaine e soci, aveva stroncato il disco oltre le sue colpe. Il secondo capitolo fu anche l’ultimo della saga dei ; Tom Verlaine continuò con una carriera solista che, nonostante i riscontri abbastanza positivi, non mi sembra paragonabile a quello che potenzialmente avrebbe potuto fare col gruppo. A dire il vero la band si rifondò per l’omonimo album nel 1993: quello che è triste è che tale disco passò quasi completamente inosservato e anch’esso fu considerato negativo oltre i propri demeriti.

In conclusione, quello dei è e forse rimane il più clamoroso caso di gruppo meteora: esordio discografico folgorante e sparizione quasi immediata. Continuo a pensare che sarebbero potuti essere gli U2.

L’hard rock unico degli AC/DC

(Australia – 1975)

Sicuramente uno dei gruppi dalla personalità più forte nella storia della musica. Il meccanismo apparentemente sembra semplice: si prende l’hard rock di inizio anni ’70, lo si mischia con il blues, si accelera il tutto, ed ecco gli .

Questa combinazione perfettamente dosata dal quartetto portò un sound particolarissimo che ha marcato negli anni tutti i lavori del gruppo, quasi come fosse una specie di marchio registrato: non si riescono, infatti, a trovare band ai quali il gruppo si sia particolarmente ispirato, e sicuramente non c’è stato nessuno in grado di seguire le loro orme, tralasciando le numerose tribute band.

Le canzoni si sviluppano tutte sui taglienti riff di chitarra di Angus Young, personalità di spicco degli sia a livello musicale, sia per quanto riguarda l’immagine: negli show dal vivo si presenta sempre con un look tutto suo composto da giacca, cravatta, cappellino con la visiera e bermuda (quest’ultimo un tributo alla loro Australia); l’immagine che traspare della band è quella dei ragazzini cattivi. A completamento dello stile musicale, l’aggiunta delle parti ritmiche del chitarrista Malcom, fratello di Angus, a dare una struttura alla versatilità del primo.

Il loro disco di esordio è il fantastico “High Voltage”, album che spazza come un tornado il canonico hard rock precedentemente sentito: l’album è di un’incisività davvero incredibile.

Quello che ritengo il loro miglior lavoro, è comunque il terzo “Let There Be Rock”, album leggermente più blues dei precedenti, ma nel quale Angus Young si sbizzarrisce più che mai con i suoi riff ed assoli, consacrando gli al grande pubblico. La loro abilità sta nel fatto di tirar fuori sempre qualcosa di originale all’interno di un sound ben consolidato, e a tal proposito calza a pennello un altro grandissimo lavoro, il quinto “Highway to Hell”, nel quale viene fuori il loro lato oscuro e propriamente hard rock.

All’apice del successo, però, gli dovettero fare fronte al momento più difficile della loro carriera: la morte del cantante Bon Scott, avvenuta in circostanze ancora poco chiare, sebbene il motivo principale sembri essere l’abuso di alcol.

Una volta assorbito il colpo, la band tornò con un altro grandissimo lavoro: “”, album culto che segna l’immediata rinascita del gruppo. La voce aggressiva ma pulita di Bon Scott viene sostituita da un elemento che diventerà un’altra peculiarità della band: la voce secchissima di . Il risultato è semplicemente spettacolare.

Negli anni successivi gli andarono avanti con altri buoni lavori, ma per un’altra pietra miliare bisogna aspettare 10 anni: nel 1990 esce “The Razors Edge”: per l’occasione Angus Young forse come non mai sforna riff che lasciano a bocca aperte, le ritmiche sono ancora più incisive e si fanno più pulite, grazie a sonorità più moderne. Il successo mondiale è assoluto, e consacra gli probabilmente come la band australiana più popolare nella storia. Andando avanti con gli anni, come normale che sia, anche loro iniziarono a sentire il peso degli anni, e gli altri tre lavori da studio, pur non negativi non raggiungono i livelli eccelsi degli altri.

Gli rimarranno sempre e comunque una delle band di assoluto riferimento nel panorama dell’hard rock, e sicuramente un gruppo di culto al quale rimane pressoché impossibile provare ad ispirarsi senza essere assorbiti dal loro enorme carisma.

Il rock latino americano di Carlos Santana

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Santana (Messico – 1969)

Nella classifica dei migliori chitarristi del mondo, Carlos Santana occupa senza ombra di dubbio uno dei primissimi posti; personalmente ritengo che dopo Jimi Hendrix sia lui il miglior della

La sua attività è stata ed è tuttora lunghissima, con parecchi alti e, a dirla proprio tutta, anche parecchi scivoloni; questi ultimi, però, non potranno mai cancellare quanto di meraviglioso è stato fatto all’apice della carriera.

Il suo esordio è l’omonimo “Santana”, un capolavoro assoluto per capacità esecutiva ed originalità. I ritmi del rock psichedelico si mescolano in maniera del tutto inedita ed originalissima con quelli latino americani, facendo uscire qualcosa di estremamente elaborato, ma allo stesso tempo leggero all’ascolto. Il di riferimento è senza dubbio Hendrix, ma la sua è una interpretazione del tutto personale e riuscitissima.

Se l’esordio è un capolavoro, il successivo “Abraxas” è sicuramente una pietra miliare del rock, e tranquillamente classificabile come uno dei migliori dischi di tutti i tempi, I singoli “Oye Como Va”, “Black Magic Woman” e “Samba Pa Ti” sono probabilmente i pezzi di maggior successo del , che non cambia di una virgola il suo stile rispetto all’album precedente, ma riesce nell’impresa di migliorarne l’esecuzione.

Il genio dell’artista vede una perfetta realizzazione anche nel terzo “Santana III”, dove il calca ulteriormente la mano sui ritmi latini: un’altra grande prova. Il seguente “Caravanserai”, invece, pur essendo un bell’album, rappresenta un passo indietro nella discografia: la proposta è più orientata verso il jazz e la fusion, ed è il primo lavoro nel quale non si affida ai suoi fidati collaboratori. Il risultato non è perfettamente riuscito.

Negli anni ’70 Santana continua a produrre dischi con regolare continuità; tra questi i più meritevoli sono “Amigos” del 1976 e, soprattutto “Festival”, splendido lavoro dove i ritmi samba la fanno da padrone; cantato sia in spagnolo sia in inglese, l’album si fa notare oltre che per i soliti virtuosismi di chitarra, soprattutto per i talentuosi assoli di bongo e percussioni.

Passando agli anni ’80, questi rappresentano per il un netto momento di crisi: dapprima la produzione si sposta verso la disco music, poi cerca senza riuscirci di tornare alle origini, ed infine sperimenta un blues psichedelico buono per l’idea, ma bruttino nell’esecuzione. Di questo decennio solo “Shagò” del 1982 mi sembra essere un disco meritevole di citazione; paradossalmente questo sarà forse il più criticato della sua carriera.

Gli anni ’90 non rappresentano sicuramente un periodo migliore, infatti il decide di prendersi una pausa riflessiva che dura dal 1994 al 1999, anno in cui esce “Supernatural”. In quegli anni Santana aveva decisamente perso di credibilità davanti agli occhi di critica e pubblico. La sua geniale trovata fu quella di riprendere i suoi tipici ritmi latini degli esordi e proiettarli verso un rock più sperimentale, togliendo la parte psichedelica; il risultato fu un successo di livello planetario, che gli fece riprendere con gli interessi la credibilità perduta. Personalmente ritengo che il disco sia piuttosto scadente, composto da canzoni di impatto immediato, ma che sostanzialmente non contengono niente di artisticamente valido; fatto sta che il successo ottenuto azzittirebbe chiunque.

I due lavori seguenti sono sullo stesso stile, ma con una differenza: mentre in “Supernatural” si poteva almeno trovare qualche riff carino, qui i pezzi sono realizzati in maniera veramente scadente e contornati di improbabili collaborazioni (come quella con Sean Paul).

Personalmente non ho mai avuto niente contro chi insegue il successo in maniera spudorata, ma da romantico sognatore speravo che Santana avesse potuto riottenerlo proseguendo con quanto di assolutamente eccelso ha fatto agli esordi.

I grandi cantautori di folk rock americano: Simon and Garfunkel

Simon & Garfunkel (U.S.A. – 1964)

Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e . In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era inevitabilmente influenzato dalla musica folk; i due non furono da meno, anzi, per moltissimi aspetti si potrebbero addirittura definire come i fratelli minori di Bob Dylan.
Il vero grosso successo per il duo arriva col secondo album, “Sounds of Silence”; il disco, come detto, è pervaso dal folk classico, riadattato in maniera ancor più pacifica e rilassante. La title-track è uno dei pezzi più famosi del gruppo e, più in generale, della storia della musica, anche perché colonna sonora del film “Il Laureato”. L’album di per sé non è male, ma è un po’troppo incentrato sul singolo e su poche altre canzoni: alcuni pezzi sembrano essere fatti volontariamente per contorno.
Le cose migliorano sensibilmente con il quarto album: “Bookends” del 1968. In questo disco si trova l’altro super classico del gruppo: “Mrs. Robinson”, anch’essa nella colonna sonora de “Il Laureato”. In questo caso, il disco è molto più completo, e al suo interno si possono trovare molti spunti interessanti e vari.
Nel 1970 esce “Bridge over Troubeled Water”, che segna un certo cambiamento rispetto ai lavori precedenti: il sound inizia ad avvicinarsi al rock di stile inglese, le canzoni diventano complesse ed articolate come mai precedentemente. Tra i pezzi dell’album non c’è il singolo davvero immortale, ma ci sono molte canzoni estremamente varie e tutte valide, infatti i singoli estratti hanno comunque avuto grandissimo successo. Tale versatilità fa si che quest’ultimo è sicuramente il lavoro meglio riuscito del duo.
Arrivati al loro apice artistico, i due, mai molto in sintonia a livello personale, iniziano a scontrarsi in maniera più decisa del solito, e lo scioglimento spesse volte paventato, questa volta accadde veramente. Entrambi continueranno con lunghissime carriere soliste di interesse secondario (soprattutto quella di Garfunkel) e comunque incentrate sui loro vecchi successi; le numerose richieste da parte dei fans di una reunion non riuscirono, né probabilmente riusciranno mai, a farli produrre un nuovo disco da studio.
Una carriera di 5 album è relativamente breve, il paragone con Bob Dylan vede, chiaramente, vincere quest’ultimo, ma già il fatto che fare un paragone tra loro non sia così scandaloso, è segno che qualcosa (neanche poco) di buono lo hanno fatto.

I Rolling Stones: gruppo rock a 360 gradi

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Rolling Stones (U.K. – 1964)

Il gruppo rock alternativo per eccellenza. Nella prima metà degli anni ’60, quando il rock aveva iniziato a prendere piede, questo genere negli Stati Uniti seguiva una classica linea ispirata al folk, nel Regno Unito si prediligevano le linee guida tracciate dai Beatles, e la tematica principalmente trattata era l’amore.
Quando uscì l’omonimo esordio dei Rolling Stones, la reazione fu quella di un lampo che squarciò il cielo: per la prima volta il rock tirò fuori quell’immagine aggressiva, che da lì in poi diventò una delle caratteristiche principali del genere.
Musicalmente parlando si tratta di un lavoro molto graffiante, dove immediatamente emerge il talento dei due leader: il cantante Mick Jagger ed il chitarrista Keith ; la voce alta e quasi gridata del primo si sposa perfettamente con una distorsione della chitarra ce per i tempi aveva raggiunto livelli veramente estremi. Il lavoro, come molti dischi di esordio in quei tempi, è composto da 9 cover, e comprende una versione britannica ed una americana (fastidiosissima abitudine che il gruppo si porterà avanti diversi anni). Di per sé il lavoro non è male, ma nemmeno niente di particolarmente rilevante; la sua importanza, quello si, è data dal fatto che questo sarà il biglietto da visita di quella che poi sarà la loro carriera. La peculiarità che emerge è in un fatto particolarissimo: in quegli anni la scena musicale americana e quella britannica erano nettamente differenti: ci si mette pochissimi secondi a riconoscere la provenienza di una rock band di quei tempi; i Rolling Stones furono la prima band a fare una di tipo trasversale, aprendo gli orizzonti di quella scena che ha sempre avuto il limite enorme di essere estremamente chiusa. Nonostante questa peculiarità, è curioso vedere come le versioni americane dei loro dischi siano così differenti da quelle britanniche.
Nei successivi dischi, il gruppo sforna dei singoli destinati a rimanere nella storia, come “Everybody Needs Somebody to Love”, divenuto un vero e proprio tormentone grazie ai Blues Brothers, e soprattutto “Satisfaction”. Gli album che li contengono, in verità, non sono granché; per arrivare alla consacrazione, anzi al vero e proprio capolavoro, bisogna passare ad “Aftermath”, che nella sua versione americana è un vero e proprio pezzo di storia del rock. Qui c’è il definitivo stacco dal cordone ombelicale che aveva tenuto il gruppo in un certo senso attaccati sia ai Beatles, sia a Bob . Il rock qui proposto è aggressivo, atmosferico, senza mezzi compromessi; la canzone “Paint it Black” rappresenta il punto più alto della carriera artistica del gruppo. L’anno di uscita è il 1966, per cui sappiamo quale è il contesto in cui la band si trova, ma questa volta veramente i Rolling Stones hanno iniziato a candidarsi seriamente come il miglior gruppo della storia; a rimettere le gerarchie come prima, i Beatles sono dovuti uscire con “Sgt. Peppers”.
Il successivo “Between the Buttons”smentisce quanto detto prima: il sound qui proposto si rifà molto a quello contemporaneamente proposto da Beatles e . Il disco di per sé non è male, ma sembra avere meno personalità dei precedenti, per questo lo ritengo un leggero passo indietro, così come il sequente “Their Satanic Majesties Request”, che si ispirava un po’troppo al periodo esoterico beatlesiano.
Il seguente “Beggars Banquet”rappresenta di fatto un ritorno alle origini, e anticipa un altro capolavoro assoluto: “”, altra prova eccelsa del gruppo, che raggiunse così una seconda consacrazione.
Il seguente “Sticky Fingers” fu la conferma della seconda consacrazione, e dopo “Aftermath” è il lavoro meglio riuscito della band. Il disco diventò a tutti gli effetti il simbolo del gruppo, a cominciare dalla copertina, la celeberrima “Tongue & Lip” di Andy Wharol; questo lavoro rappresenta, inoltre, l’apice artistico di Keith , che per tutto l’album sforna a getto continuo riff al vetriolo.
Arrivati al loro culmine, la band inizia lentamente, ma inesorabilmente, con la discesa: i dischi successivi si fanno notare solamente per qualche singolo, come per esempio “Angie” o “Start me up”; l’unico album veramente all’altezza del nome del gruppo è “Some Girls” del 1978.
Nel periodo sopra citato il genere proposto dal gruppo si sposta dapprima verso un rock classico di matrice americana, poi, verso un classico rock ‘n roll di matrice americana, poi, all’inizio degli anni ’80, lo spostamento verso il pop fu piuttosto netto, perdendo gran parte delle loro peculiarità artistiche. Negli anni ’90 la band produsse poco materiale, ma comunque piuttosto notevole: “Voodo Lounge” rappresenta un bel ritorno ai vecchi fasti: sicuramente non è un capolavoro, ma è comunque un manifesto di vitalità. Negli anni seguenti i due album prodotti da studio ottennero un relativo successo solo grazie al loro nome, ma in effetti non c’è niente di particolarmente notevole.
Tirando le somme, è difficile dare un giudizio secco sulla carriera dei Rolling Stones: tre pietre miliari e almeno due album eccellenti sono un risultato comunque invidiabile, ma se il tutto avviene in una carriera di oltre 40 anni, mi viene un attimo da ricredermi: non penso che siano un gruppo da podio nella storia del rock, ma sicuramente sono da collocare in una ipotetica top ten.

La storia del rock: i Beatles

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Beatles (U.K. – 1963)

Tra tutti i 100, questo è il gruppo sul quale sono più tranquillo nel fare la recensione: qualsiasi cosa scriva, ci sarà sempre qualcuno che troverà qualcosa da criticarmi, tanto vale che quindi non mi sforzi ed esprima senza problemi le mie opinioni.
Il gruppo è inglese di Liverpool, luogo ormai diventato meta di pellegrinaggi di migliaia di fans e, cosa più unica che rara nel rock, è sempre riuscito a tenere la stessa line-up: McCartney, Lennon, , , attorno ai quali gravitarono altri personaggi comunque sempre da considerare esterni.
Sin dai primi album si è sempre percepito che ci si trovava davanti ad un gruppo che avrebbe cambiato la storia universale della . Da qui prendeva forma definitiva quello che poi sarebbe propriamente diventato il rock: la loro rappresentava alla perfezione quello sfogo ribelle che faceva tanto divertire i ragazzi e scandalizzare i genitori. Il primo album in cui personalmente vedo qualcosa di veramente valido, fatta eccezione per qualche singolo carino e spensierato dei primi due dischi, è però il terzo “Hard Day’s Night” del 1964: non è uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma da questo momento si inizia a capire che il genere composto dal quartetto è qualcosa che va oltre l’essere un fenomeno passeggero.
E’ però col quinto album, “Help”, che arriva il salto di qualità (ed arriva veramente alla grande): la canzone “Yeserday” rimarrà come una delle più famose nella storia della , ma andando oltre, bisogna sottolineare che è tutto l’album che inizia ad avere una struttura ben definita, una certa elaborazione e complessità. A questo punto anche i detrattori del rock iniziano a ricredersi, ma c’è bisogno di un’altra prova di maturità; la risposta del gruppo fu “Rubber Soul”: un album parecchio più complesso e riflessivo dei precedenti; dalla critica fu accolto come quel lavoro che convinse tutti sulla loro genialità, le tematiche controverse qui trattate, come l’alcol e la droga, fecero rimanere la critica a bocca aperta. Personalmente non lo considero tra i miei album preferiti, probabilmente perché il gruppo, a forza di essere sicuro di poter dimostrare che ciò che fanno lo sanno fare e bene, fa diventare il disco un po’troppo presuntuoso, con canzoni spezzate che sembrano voler essere un subliminale saggio di bravura piuttosto che pezzi musicali veri e propri, ma a questo lavoro va dato il merito indiscutibile di aver fatto da apripista a quella che a mio parere è la miglior espressione del genio dei Beatles: “Revolver” del 1966. Il genere della band oramai non ha più quella patina di melenso, quello che il gruppo esprime ora è una versione acidissima dei loro esordi. La versatilità dei quattro musicisti si sente a turno in ogni singola canzone dell’album, facendogli iniziare il culmine della loro carriera; quest’album, infatti, fece a sua volta da apripista a quello che è considerato quasi unanimemente dalla critica il miglior lavoro mai prodotto nella storia della rock: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967. Come già detto a questo preferisco “Revolver”, ma qui è solo questione di gusti personali; quello che riconosco è che questo lavoro merita un capitolo a parte.
In quegli anni per essere presi davvero sul serio da una critica forse eccessivamente sofisticata, l’unico modo era quello di fare un “concept album”: un filo conduttore lega tutte le canzoni del disco e la funge da colonna sonora della storia. Nel caso di quest’album, i Beatles si misero da parte, lasciando il compito di narratore al Sergente Pepper, accompagnato dalla sua Band.
Detto che si tratta di un “concept album” un altro argomento su cui bisogna parlare è, mai nella storia della come in questo caso, la copertina dell’album: l’idea è semplice e geniale, una specie di foto-collage dove i quattro sono ritratti assieme ad altre persone o personaggi, tra cui spiccano i volti, per esempio di Albert Einstein, o di Marlon Brando; la leggenda vuole, inoltre, che nel “casting” fossero stati presi in considerazione e poi scartati, altri personaggi quali Gesù o Adolf Hitler. Tale copertina fu comunque ripresa, riadattata e personalizzata in infinite occasioni, diventando a buon diritto una delle più grandi espressioni artistiche dell’intero ‘900.
Fate queste premesse, veniamo all’album il rock della band si fa a tratti più psichedelico e comunque molto più contorto, l’esasperata ricerca della melodia viene messa in secondo piano, a favore di una ricerca per la sperimentazione; il risultato, soprattutto considerati i precedenti della band, lascia semplicemente sbigottiti. In questo lavoro, a differenza che in tutti gli altri passati e futuri, non c’è la canzone destinata a diventare tormentone, o il singolo che continua a girare nelle radio; in verità la canzone “Lucy in the Skies With Diamonds” diventò soggetta ad un numero di interpretazioni tutte differenti tra di loro, che solo questa meriterebbe un altro capitol a parte, ma musicalmente non è stata assolutamente concepita come singolo prettamente commerciale; tutto l’album è un unico singolo, l’errore più grosso sarebbe estrapolare un pezzo da quello che è il suo unico habitat naturale, per questo è rarissimo sentire per radio un pezzo di questo disco, nonostante sia convenzionalmente considerato il miglior album rock di sempre. Nella sua compattezza il risultato è oggettivamente eccezionale, ma quasi incredibilmente, mi spiazza il fatto che non ci sia il super singolo.
Raggiunto il punto più alto della loro carriera, i Beatles riuscirono ancora a tenere livelli qualitativi eccellenti col seguente “Magical Mistery Tour”, che riprende le sonorità di “Help!”. Da questo momento in poi, però, si iniziò a percepire che le personalità dei singoli componenti erano diventate troppo forti per poter essere ingabbiate tutte in un’unica band, ed i progetti personali, soprattutto di Lennon, ebbero la priorità rispetto alle esigenze del gruppo; i lavori che seguono ne risentirono, nonostante gli album in sé siano piuttosto discreti, manca tuttavia la genialità dei singoli membri. Tra questi, il disco che emerge è comunque “Abbey Road” del 1969, che a sua volta presenta un’altra copertina capolavoro, nella quale i quattro Beatles attraversano le strisce pedonali, in un’altra immagine destinata a diventare anch’essa simbolo del ‘900.
L’ultimo lavoro fu quel “Let it Be”, che con la sua title track funziona da perfetto pezzo di chiusura di una carriera sempre sulla cresta dell’onda.
La discografia comprende anche una serie di riedizioni, inedite, collane, che raggiunge una quantità prossima all’infinito, ma per rispetto della credibilità del gruppo penso sia meglio non soffermarsi.
Dieci anni dopo l’ultimo disco, il mito dei Beatles subì un colpo che diventò a tutti gli effetti la mazzata finale: nel 1980, a New York, John Lennon fu ucciso da un accanito (e a quanto pare invasato) fan della band, quasi a voler mettere la pietra tombale su questo pezzo di storia.

Bob Dylan: il cantautore rock per eccellenza

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(U.S,A.- 1962)

Se la rock può avere la presunzione di essere considerata come una forma di arte, buona parte del merito va al Signor Robert Allen Zimmermann, alias .
L’espressività che il cantautore americano è riuscito a dare alla sua non ha simili, nemmeno i Beatles. I suoi successi diventarono dei simboli della società americana, ed entrarono nel cuore delle persone, che ci si rispecchiava alla perfezione. Già ’n roll di Elvis Presley aveva iniziato a dare alla una dimensione più umana, ma la figura del cantante era ancora vista come una entità superiore; fa le veci dell’uomo della strada e le sue canzoni sono come i manifesti dei pensieri dell’americano comune.
Fatta tutta questa sviolinata, stride un po’ dire che il suo esordio, “”, non si può prendere certo come esempio di album ben riuscito: una pessima registrazione ed uno stile ancora da raffinare rendono questo lavoro piuttosto trascurabile.
Per entrare nel mito, il cantautore deve aspettare il suo secondo lavoro: “The Freewheelin’ ” del 1963. Questo è il primo vero grande successo dell’artista, ed è un album destinato a rimanere nella storia della . Il genere proposto è un semplicissimo , che riprende decisamente dalla tradizione della classe operaia americana; di complicato sotto il punto di vista musicale non c’è assolutamente niente, una chitarra ed un’armonica sono già abbastanza espressive; di più, se avesse messo qualche virtuosismo musicale, l’album avrebbe perso di quel fascino e quell’umanità che emana. Il pezzo forte del disco è il singolo “Blowin’ in the Wind”, che diventerà un vero e proprio simbolo di pace.
Nel 1965 si inizia, però, ad intravedere un cambiamento di stile, o meglio una evoluzione: “Bringing it All Back Home” è il quinto album da studio, e rappresenta l’inizio di un rock più complesso, che verrà poi seguito da Beatles, Beach Boys, Rolling Stones e compagnia cantante, e che qualche anno dopo sfocerà definitivamente nel progressive. Di classico, comunque, c’è ancora molto, ma quello che viene ad emergere è che l’espressività, fino a quel momento principalmente dovuta ai testi, inizia a prendere forma attraverso la chitarra; l’unica eccezione sta nel super singolo “Mr.Tambourine”, ancora legato al vecchio Dylan, ma tutto il resto del disco assume una musicalità mai avuta in precedenza.
Lo stesso risultato lo si ha con il seguente “ Revisited”, altro lavoro che rimarrà scolpito a caratteri cubitali nella storia della .
Arriviamo così al 1966. In questo periodo la critica musicale aveva iniziato a chiedersi seriamente se potesse essere un fenomeno, oltre che sociale, anche artistico. I gruppi più in auge iniziarono a tirar fuori quanto di meglio potevano: oltre che limitarsi a produrre singoli di successo, si impegnarono a produrre album che nella loro interezza potessero essere opere d’arte. A tal proposito Dylan sfornò quella che a mio parere è la sua opera meglio riuscita: “Blonde on Blonde” si distingue per l’alternanza di momenti allegri, scherzosi, a tratti fanfareschi, con suoni più tradizionali, tipici dei suoi lavori precedenti. Come già anticipato, tutto l’album ha una forma artistica del tutto unica e particolare, non c’è un singolo che spicca.
Negli anni successivi il cantautore rallenta la sua vena compositiva e si sposta decisamente su un rock più riflessivo e intimista; tra gli album di questo periodo merita sicuramente una citazione “Blood on the Tracks”, che contiene un altro suo super classico: il singolo “Tangled up in Bleu”. Nello stesso anno esce “Desire”, un’altra pietra miliare della sua discografia; musicalmente riprende moltissimo le tematiche di “Blonde on Blonde”, con la differenza che pur essendo più maturo, è comunque meno poetico; la canzone “Hurricane” è un altro successo immortale.
Andando ancora avanti con gli anni, nella sua sconfinata discografia c’è spazio per alcuni album che denotano uno spostamento verso un rock più incisivo ed a tratti graffiante: l’ottimo “Street Legal” del 1978 ne è un perfetto esempio.
Dagli anni ’80 in poi Dylan continuerà a produrre tonnellate e tonnellate di dischi (l’ultimo è “ del 2009), restando al passo coi tempi per le sonorità, ma mantenendo e privilegiando sempre una sua identità stilistica.
Adesso che abbiamo detto tutto, posso confessarvi che musicalmente non l’ho mai ascoltato tanto, né probabilmente inizierò, ma questo è dovuto solo ai gusti personali: quello che sono in grado di riconoscere, e sfido chiunque a contraddirmi. è che con la sua poeticità è riuscito a dare un’influenza alla talmente grande che, almeno negli Stati Uniti non ha paragoni. Sarebbe pazzesco non omaggiarlo.

I Beach Boys ed il surf rock americano

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Beach Boys (U.S.A.- 1962)

Uno di quei gruppi che ha diviso gli appassionati del : o vengono ritenuti dei geni, oppure sono odiati per il successo mondiale ottenuto grazie ad idee molto facili, e per giunta ripetitive.
Personalmente, nonostante non sia un genere che io ascolti molto, sto dalla parte di coloro che li ritengono dei geni, rimproverando però loro una discografia eccessiva, con album esclusivamente incentrati su singoli destinati a rimanere nella storia, ma anche canzoncine un po’troppo scontate. Questo in generale, nel particolare vedremo che ci sono delle eccezioni.
La nasce come un gruppo “a conduzione familiare”, nel senso che è composta dai tre fratelli Mike, Denis e soprattutto Brian Wilson, oltre che il cugino Mike Love de il vicino di casa Al Jardine. Il luogo, raramente nella storia della musica è così necessario sottolinearli, è quella che sarà continua fonte di ispirazione della ; ci saranno variazioni nella line-up, quella che è stata citata è comunque la formazione principale.
A proposito dei Beach Boys è necessario parlare anche del periodo storico in cui ci troviamo: la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo, ma non da tantissimo, e negli Stati Uniti il desiderio predominante era buttarsi tutto alle spalle, divertirsi e svagarsi; uno dei simboli di questa vitalità era la con le sue spiagge ed il mare perfetto per il surf. Il genere musicale che nasce in quel periodo si chiama surf-, fatto di ritmi veloci, allegri e spensierati: niente di impegnativo, solo l’espressione di una gran voglia di divertirsi. Il maestro del genere era un certo Dick Dale, al quale il gruppo si ispirò in maniera abbastanza netta; altre influenza fu il ‘n roll di Chuck Barry.

Tornando al gruppo, l’esordio discografico è intitolato “Surfin’Safari”, ma più che un disco, sembra essere un simpatico tributo a Dick Dale. Decisamente meglio le cose vanno con il successivo “Surfin’ USA”, album trainato da quel successo destinato a rimanere negli annali che è la title-track, che a sua volta è una rivisitazione di un arrangiamento di Chuck Barry. L’album, comunque, offre ottime interpretazioni di classici del ’n roll e del surf , tra cui spicca ovviamente “Misirlou” di Dick Dale. Il resto delle canzoni servono per definire lo stile del gruppo che si consoliderà negli anni. Il disco, comunque, è da considerare una vera pietra miliare del .
Verso la seconda metà del 1964 il gruppo, in poco più di due anni,era arrivato al sesto album: “All Summer Long”; questo è, a mio giudizio, il momento più convincente della loro carriera: anche qui c’è il singolo di successo destinato a rimanere nella storia (“I Get Around”), ma in questo caso è tutto l’album dall’inizio alla fine a convincere, con tutte le canzoni ben distinte e studiate, mentre nei lavori precedenti c’era sempre qualche brano fatto appositamente per riempire il disco; lo stile rimane quello dell’inizio, ed è in effetti il loro marchio di fabbrica.
Nel 1965 il gruppo produsse tre album, che purtroppo rappresentano un passo indietro, penalizzati da una produzione troppo frettolosa che li fece tornare al loro vecchio difetto di comporre un album per esaltare una sola canzone. I dischi si chiamano “Today”, “Summer Days (And Summer Nights!!!)” e “Party”; I singoli, comunque più che belli, sono rispettivamente “Dance Dance Dance”, “ Girls” e “Barbara Ann”, che però risultano essere tre Cattedrali nel deserto.
Arriviamo così al 1966, anno strano: il pubblico sembra essere improvvisamente stanco di un genere musicale basato esclusivamente su feste, amore e spensieratezza, vuole qualcosa di più elaborato; poco prima, in Inghilterra i Beatles producono “Rubber Soul”, disco che segna l’inizio di un cambiamento del in generale; la risposta di Brian Wilson non si fece attendere: “Pet Sounds” non è più l’album fatto per esaltare una singola canzone destinata a rimanere tormentone per le feste da spiaggia; è un insieme di canzoni tutte unite tra di loro e tutte meritevoli di considerazione dal punto di vista artistico, come nella miglior tradizione dei concept album. La spensieratezza dei lavori precedenti lascia spazio a riferimenti a tematiche e ad una musica decisamente più introspettiva; anche qui, comunque, è necessario citare un singolo che rimarrà nella storia: “Wouldn’t It Be Nice”. In tutta sincerità penso che se quest’album fosse messo in mezzo alla discografia dei Beatles, potrebbe essere benissimo scambiato per una loro produzione. La reazione del pubblico a questo cambiamento fu piuttosto fredda, al contrario della critica che lo esalta al punto che la rivista Rolling Stone lo mette al secondo posto come album più bello di sempre, subito dopo il non dissimile “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club ” dei Beatles. Personalmente lo ritengo sicuramente una pietra miliare della musica, ma mi sembra leggermente sotto i migliori lavori dei Beatles; tuttavia in questo caso, ancor più che con “All Summer Long” c’è la voglia di fare una opera completa nella sua interezza.
Il gruppo, evidentemente soddisfatto, decise di continuare su questa falsa riga, ma il loro vizio di buttar giù una quantità industriale di album in un tempo brevissimo si rivelò il loro peggior nemico. In meno di sette anni la discografia dei Beach Boys comprendeva 13 album da studio (!). Negli anni seguenti la pensò di dedicarsi più ai litigi interni ed ai cambi di formazione, piuttosto che produrre qualcosa di valido, con la conseguenza che la loro discografia successiva ebbe risultati piuttosto trascurabili.
Finora non avevo parlato di un particolare che alla lunga diventò importante: i Beach Boys, nonostante l’immagine di bravi ragazzi che danno, avevano seri problemi con alcol e droga; nel 1983 Denis Wilson fu il primo a farne le spese, morendo ubriaco annegato in quel mare che tanti successi gli aveva portato. Dopo la sua morte, le raccolte e gli inediti si sprecarono, ma di rilevante dal punto di vista musicale non ci fu niente. Nel 1998, con la morte per tumore di Carl Wilson, per il gruppo arrivò la parola fine.
Al di là delle loro vite private, comunque, i Beach Boys come nessun altro gruppo nella storia della musica americana sono riusciti a rappresentare quei giovani di classe media così tanto desiderosi di divertimento.