
Beatles (U.K. – 1963)
Tra tutti i 100, questo è il gruppo sul quale sono più tranquillo nel fare la recensione: qualsiasi cosa scriva, ci sarà sempre qualcuno che troverà qualcosa da criticarmi, tanto vale che quindi non mi sforzi ed esprima senza problemi le mie opinioni.
Il gruppo è inglese di Liverpool, luogo ormai diventato meta di pellegrinaggi di migliaia di fans e, cosa più unica che rara nel rock, è sempre riuscito a tenere la stessa line-up: McCartney, Lennon, Harrison, Starr, attorno ai quali gravitarono altri personaggi comunque sempre da considerare esterni.
Sin dai primi album si è sempre percepito che ci si trovava davanti ad un gruppo che avrebbe cambiato la storia universale della musica. Da qui prendeva forma definitiva quello che poi sarebbe propriamente diventato il rock: la loro musica rappresentava alla perfezione quello sfogo ribelle che faceva tanto divertire i ragazzi e scandalizzare i genitori. Il primo album in cui personalmente vedo qualcosa di veramente valido, fatta eccezione per qualche singolo carino e spensierato dei primi due dischi, è però il terzo “Hard Day’s Night” del 1964: non è uno di quei dischi destinati a rimanere nella storia, ma da questo momento si inizia a capire che il genere composto dal quartetto è qualcosa che va oltre l’essere un fenomeno passeggero.
E’ però col quinto album, “Help”, che arriva il salto di qualità (ed arriva veramente alla grande): la canzone “Yeserday” rimarrà come una delle più famose nella storia della musica, ma andando oltre, bisogna sottolineare che è tutto l’album che inizia ad avere una struttura ben definita, una certa elaborazione e complessità. A questo punto anche i detrattori del rock iniziano a ricredersi, ma c’è bisogno di un’altra prova di maturità; la risposta del gruppo fu “Rubber Soul”: un album parecchio più complesso e riflessivo dei precedenti; dalla critica fu accolto come quel lavoro che convinse tutti sulla loro genialità, le tematiche controverse qui trattate, come l’alcol e la droga, fecero rimanere la critica a bocca aperta. Personalmente non lo considero tra i miei album preferiti, probabilmente perché il gruppo, a forza di essere sicuro di poter dimostrare che ciò che fanno lo sanno fare e bene, fa diventare il disco un po’troppo presuntuoso, con canzoni spezzate che sembrano voler essere un subliminale saggio di bravura piuttosto che pezzi musicali veri e propri, ma a questo lavoro va dato il merito indiscutibile di aver fatto da apripista a quella che a mio parere è la miglior espressione del genio dei Beatles: “Revolver” del 1966. Il genere della band oramai non ha più quella patina di melenso, quello che il gruppo esprime ora è una versione acidissima dei loro esordi. La versatilità dei quattro musicisti si sente a turno in ogni singola canzone dell’album, facendogli iniziare il culmine della loro carriera; quest’album, infatti, fece a sua volta da apripista a quello che è considerato quasi unanimemente dalla critica il miglior lavoro mai prodotto nella storia della musica rock: “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” del 1967. Come già detto a questo preferisco “Revolver”, ma qui è solo questione di gusti personali; quello che riconosco è che questo lavoro merita un capitolo a parte.
In quegli anni per essere presi davvero sul serio da una critica forse eccessivamente sofisticata, l’unico modo era quello di fare un “concept album”: un filo conduttore lega tutte le canzoni del disco e la musica funge da colonna sonora della storia. Nel caso di quest’album, i Beatles si misero da parte, lasciando il compito di narratore al Sergente Pepper, accompagnato dalla sua Band.
Detto che si tratta di un “concept album” un altro argomento su cui bisogna parlare è, mai nella storia della musica come in questo caso, la copertina dell’album: l’idea è semplice e geniale, una specie di foto-collage dove i quattro sono ritratti assieme ad altre persone o personaggi, tra cui spiccano i volti, per esempio di Albert Einstein, o di Marlon Brando; la leggenda vuole, inoltre, che nel “casting” fossero stati presi in considerazione e poi scartati, altri personaggi quali Gesù o Adolf Hitler. Tale copertina fu comunque ripresa, riadattata e personalizzata in infinite occasioni, diventando a buon diritto una delle più grandi espressioni artistiche dell’intero ‘900.
Fate queste premesse, veniamo all’album il rock della band si fa a tratti più psichedelico e comunque molto più contorto, l’esasperata ricerca della melodia viene messa in secondo piano, a favore di una ricerca per la sperimentazione; il risultato, soprattutto considerati i precedenti della band, lascia semplicemente sbigottiti. In questo lavoro, a differenza che in tutti gli altri passati e futuri, non c’è la canzone destinata a diventare tormentone, o il singolo che continua a girare nelle radio; in verità la canzone “Lucy in the Skies With Diamonds” diventò soggetta ad un numero di interpretazioni tutte differenti tra di loro, che solo questa meriterebbe un altro capitol a parte, ma musicalmente non è stata assolutamente concepita come singolo prettamente commerciale; tutto l’album è un unico singolo, l’errore più grosso sarebbe estrapolare un pezzo da quello che è il suo unico habitat naturale, per questo è rarissimo sentire per radio un pezzo di questo disco, nonostante sia convenzionalmente considerato il miglior album rock di sempre. Nella sua compattezza il risultato è oggettivamente eccezionale, ma quasi incredibilmente, mi spiazza il fatto che non ci sia il super singolo.
Raggiunto il punto più alto della loro carriera, i Beatles riuscirono ancora a tenere livelli qualitativi eccellenti col seguente “Magical Mistery Tour”, che riprende le sonorità di “Help!”. Da questo momento in poi, però, si iniziò a percepire che le personalità dei singoli componenti erano diventate troppo forti per poter essere ingabbiate tutte in un’unica band, ed i progetti personali, soprattutto di Lennon, ebbero la priorità rispetto alle esigenze del gruppo; i lavori che seguono ne risentirono, nonostante gli album in sé siano piuttosto discreti, manca tuttavia la genialità dei singoli membri. Tra questi, il disco che emerge è comunque “Abbey Road” del 1969, che a sua volta presenta un’altra copertina capolavoro, nella quale i quattro Beatles attraversano le strisce pedonali, in un’altra immagine destinata a diventare anch’essa simbolo del ‘900.
L’ultimo lavoro fu quel “Let it Be”, che con la sua title track funziona da perfetto pezzo di chiusura di una carriera sempre sulla cresta dell’onda.
La discografia comprende anche una serie di riedizioni, inedite, collane, che raggiunge una quantità prossima all’infinito, ma per rispetto della credibilità del gruppo penso sia meglio non soffermarsi.
Dieci anni dopo l’ultimo disco, il mito dei Beatles subì un colpo che diventò a tutti gli effetti la mazzata finale: nel 1980, a New York, John Lennon fu ucciso da un accanito (e a quanto pare invasato) fan della band, quasi a voler mettere la pietra tombale su questo pezzo di storia.