La macabra psichedelia dei Grateful Dead
Grareful Dead (U.S,A. – 1967)
Nel periodo di Massimo splendore del rock (fine anni ’60), i Grateful Dead meritano un posto di primissimo piano per quello che hanno rappresentato, se non altro in termini di immagine.
In quel periodo il rock psichedelico aveva creato negli Stati Uniti un vero e proprio stile di vita, che ebbe la sua massima espressione nella “Summer of Love” del 1969 e, con sequenzialmente, con il concerto di Woodstock. Gli appassionati del genere erano anche sostenitori di uno stile di vita completamente privo di schemi e conformismi, in pace con loro stessi e con il resto del mondo, tutto questo era condito da un massiccio utilizzo di droghe. In questo contesto i Grateful Dead furono il gruppo più rappresentativo, dal momento che attorno a loro si era fondata una schiera di seguaci che li seguiva in ogni tappa dei loro interminabili tour, vivendo tutti assieme in una completa libertà tutta loro.
E’comunque limitativo per i Grateful Dead non parlare della loro musica: nella discografia il primo album a spiccare è il loro secondo lavoro, “Anthem of the Sun”, che a mio parere è il migliore della loro produzione. Il genere è rock psichedelico, niente di più, niente di meno: le chitarre vengono lasciate libere di sbizzarrirsi fino a quasi prendere una forma propria; è sicuramente un disco fuori dagli schemi, ma il risultato è veramente grandioso.
“Aoxomoxoa” è il loro terzo album, e tra quelli da studio è ritenuto da critica e pubblico il loro maggiore successo; lo stile ricalca il precedente, ma è un lavoro un po’meno selvaggio e più rispettoso dei canoni musicali (si fa per dire…); è, comunque, un altro ottimo disco.
Continuando con la discografia è necessario che io faccia un’eccezione: tendenzialmente cerco di non parlare dei live, dal momento che le emozioni che danno sono troppo soggettive; parlando dei Grateful Dead, però, non è possibile non citare “Live Dead” del 1969, album che esula completamente dai lavori di studio, date le continue e cervellotiche sperimentazioni che condiscono questo lavoro; da molti è considerato il miglio album live della storia; sicuramente è uno dei più originali.
Una volta arrivati all’apice della loro carriera, però, non seppero confermare gli ottimi risultati nel decennio successivo: il rock psichedelico perse completamente di interesse, e lo stile di vita della “Summer of Love” iniziò a non avere più senso. Il gruppo produsse dei lavori tutt’altro che negativi, ma per qualcosa di veramente notevole bisogna arrivare al 1975, con “Blues for Allah”, ottimo lavoro da studio che conserva la parte creativa sperimentale che ha reso celebre il gruppo, ma ormai era diventato il folk a fare la parte del leone nelle composizioni della band.
Il 1977 è l’anno del loro ultimo album da studio; per il resto furono ristampate tonnellate e tonnellate di live, tanto per testimoniare la loro intensa attività dal vivo.
Nel 1995 la morte del padre putativo dei Grateful Dead, Jerry Garcia, mise la parola fine al gruppo.
Un’ultima citazione la merita il loro particolarissimo senso per il comico mischiato col macabro, che si esprime nelle loro particolarissime copertine, dove invece che esseri mani appaiono scheletri intenti a fare azioni perfettamente quotidiane.
Sicuramente non sono passati inosservati.
