Sarà un album tutto nuovo quello preannunciato dagli Iron Maiden. Dal titolo “The Final Frontier”, il nuovo lavoro del gruppo uscirà a fine estate e sarà seguito da un lungo tour promozionale, che toccherà anche l’Italia con un’unica data, il 17 agosto a Codroipo (Ud) a Villa Manin. Vengono, così, confermate le anticipazioni sull’uscita di un nuovo album del gruppo, fatte da Bruce Dickinson, cantante e chitarrista che fa parte della band fin dagli anni ’80. Sarà un’occasione imperdibile per ascoltare dal vivo questo gruppo inglese che ha venduto dall’ anno della sua fondazione, risalente al 1975, ad oggi circa 100 milioni di dischi e che è una delle più note nell’ambito della musica heavy metal.
Scritto Venerdì 11 Settembre 2009 da enrico.malato
Korn (U.S.A. – 1994)
Se il termine metal ai giorni nostri ha ancora senso di esistere, lo si deve anche a quei gruppi che decisero di seguire il filone “nu metal”. Il paragone con Metallica o Judas Priest non ha senso: di metal rimane l’attitudine all’eccesso, ma musicalmente siamo molto distanti, al punto che i più grandi denigratori dei Korn sono proprio i puristi dell’heavy metal.
Facendo un passo indietro, all’inizio degli anni ’90, dopo che i Nirvana hanno tracciato le nuove linee guida dell’alternatività e della trasgressione, ed i Rage Against the Machine avevano iniziato ad aprire le porte ad altri generi precedentemente nemici quali il rap, l’heavy metal duro e puro finì col rimanere col cerino in mano. L’ancora di salvataggio degli alternativi era iniziata ad arrivare col rap, ma un ulteriore aiuto lo si ebbe da altri nemici storici: quei suoni industriali non distanti dalla dance più pesante; quello che viene fuori è un genere basato sui cambi di ritmo: si passa dal veloce al cadenzato con una rapidità impressionante; tutto ciò emerge nell’omonimo album di esordio della band: il disco fece capire subito le qualità dell’eclettico cantante Jonathan Davis e, soprattutto, di quel fenomenale bassista che è Reginald Arvizu, evidentemente ispirato da maestri quali Les Claypool dei Primus.
Il terzo album, “Follow the Leader”, pur rimanendo sullo stesso stile dei precedenti, si fa particolarmente notare per dei pezzi più orecchiabili (sarebbe il segreto di pulcinella nascondere il fatto che i Korn mirino al grande pubblico); l’album è comunque molto ben fatto, sebbene per il loro culmine bisogna arrivare al 2002, con il quinto “Untouchables”. Visto che oramai il metal vecchio stile aveva praticamente smesso di esistere, il gruppo decise di andare ancora più contro i dettami classici, e l’utilizzo dell’elettronica in questo caso fu davvero forte, tanto che sembra prendere spunto, come detto in precedenza, da certi ritmi dance.
Il gruppo, ancora in attività, sembra vivere una fase di crisi: gli ultimi lavori non sono brutti, ma finiscono con l’essere ripetitivi, paralizzati da un genere che comunque non aiuta la versatilità. I Korn, comunque, sono stati il gruppo più convincente di quel fenomeno del nu metal che tanto ha fatto breccia nei ragazzini, dando il là a tonnellate di band che per la quasi totalità dei casi lasciano il tempo che trovano, ma in un periodo in cui sarebbe opportuno un ulteriore rinnovamento, purtroppo, i Korn sembrano essere in difficoltà.
Il nome dice tutto. I Metallica sono i leader assoluti del genere heavy metal, e più specificamente di un sottogenere dello stesso, chiamato thrash metal, che si contrappone a quello strillato e kitch che era il glam. Musicalmente parlando, la differenza principale sta nei suoni più bassi e cupi, come attitudine i gruppi thrash non sono smodati e votati all’eccesso, hanno più il modo di fare dei brutti e cattivi che è meglio evitare.
I primi due album del gruppo spaziano appunto tra il thrash e l’heavy metal di stile Judas Priest di British Steel, ma è col terzo “Master of Puppets” che il gruppo fa veramente parlare di sé: l’ album diventerà l’emblema dell’heavy metal, con chitarre e batteria velocissime, sebbene quello che più spicca sono le parti di basso proposte da Clff Burton.
Proprio quando la band ed i suoi singoli componenti iniziarono ad essere apprezzati arriva la tragedia: Cliff Burton muore in un incredibile incidente stradale; il pubblico metal, da sempre restio ai cambiamenti, decise di bocciare in anticipo il nuovo bassista Jason Newsed, col quale, invece, il gruppo produsse quello che a mio giudizio è il loro miglior lavoro: “…And Justice For All”. L’album è un nettissimo passo in avanti rispetto ai canonici suoni dell’heavy metal, in particolare per quanto riguarda la batteria di Lars Ulrich che, anche grazie all’aiuto del computer, diventa un tappeto di suoni per tutta la durata del disco.
Nel 1991 i Metallica con il loro omonimo album decisero di dare una svolta commerciale alla loro carriera: del thrash delle origini non c’era più nemmeno l’ombra; l’heavy metal classico si fonde con ritmi più lenti che danno vita ad alcune ballate malinconiche che (diciamocela tutta…) nemmeno i cantautori napoletani si sognerebbero di scrivere. Nella sua totalità, però, è un album completo; i fans dell’heavy metal lo disconoscono dalla discografia del gruppo, ma personalmente ritengo sbagliato questo ostracismo; grazie a questo disco il gruppo conquistò una fetta molto più ampia di pubblico, e da questo momento il gruppo decise di continuare sulla stessa falsa riga, ma con risultati meno convincenti.
Negli anni successivi il gruppo fece parlare di sè più per il carattere non eccezionale de leader James Hetfield e Lars Ulrich, e per le loro battaglie contro il download dei brani musicali.
Abbiamo detto che gli ultimi album non sono niente di memorabile; l’ultimo, in ordine cronologico, è “Death Magnetic” del 2008: stroncato da critica e pubblico rappresenta un tentativo di ritorno ad un passato che, come è normale che sia, non appartiene più nemmeno a loro stessi.
In conclusione, se siano loro o no il gruppo migliore della storia dell’heavy metal non lo so, né mi interessa (a dirla tutta, comunque il mio voto va per i Van Halen); molti gli preferiscono i cugini/rivali Megadeth, capitanati da quel Dave Mustaine che fu chitarrista dei Metallica prima del loro esordio discografico. Rimane il fatto che i Metallica, per cercare di ottenere una maggior credibilità verso una fetta maggiore di pubblico, penso che abbiano fatto bene a riadattare la loro musica: insistere sul passato rischiava di essere un accanimento fine a se stesso.
Il gruppo più di cattivo gusto della storia! Diciamo la verità: musicalmente, rispetto a gruppi quali per esempio Led Zeppelin, Pink Floyd, piuttosto che Doors siamo anni luce, ma come attitudine da rock star forse soltanto i Kiss gli sono stati superiori. Fatta questa premessa, aggiungo che comunque qualcosa di valido (nemmeno poco) a livello musicale nella loro discografia lo riesco a vedere, sebbene il merito maggiore che deve essere attribuito a loro è che per l’immagine che hanno trasmesso nessuno, nemmeno i Guns ‘n Roses, è riuscito a rappresentare in maniera così nitida la scena glam americana di metà anni ’80.
Passando alla discografia, dei primi tre album non c’è da dire granché: la band si limita a fare il proprio compitino come una glam metal band qualunque; la svolta arriva col quarto: “Girls, Girls, Girls” del 1987: il gruppo estremizza tutto quanto precedentemente proposto; chitarra e voce si fanno ancora più alte ed acute, il look è visibilmente votato all’eccesso, soprattutto grazie alle fortissime personalità dei singoli componenti, che più di ogni altro incarnano all’eccesso gli stereotipi delle rock star; un’altra citazione la bisogna fare per i testi, ora romantici, ora maschilisti fino all’eccesso. Il disco di per sé è gradevole, vuole apparire come estremo, ma in realtà è parecchio semplice ed orecchiabile.
Queste caratteristiche faranno la fortuna del loro eccezionale seguito: “Dr. Feelgood”; quando si pensava che il gruppo avesse dato il massimo, ecco servito il carico da 90; il lavoro di per sé non si distingue parecchio dal precedente, solo è più continuo nei suoi eccessi.
Arrivati all’apice della loro carriera, alla fine degli anni ’80 i Motley Crue furono risucchiati da quello show business che tanto hanno sfidato, col risultato che negli anni ’90 il gruppo passò praticamente inosservato dal punto di vista musicale. Da notare c’è solo l’abbandono temporaneo del cantante Vince Neil, sostituito da John Carabi; dopo il ritorno di Neil arrivò l’abbandono del batterista Tommy Lee, sostituito da Randy Castillo; musicalmente il gruppo continuò a produrre fino al 2000, con risultati discutibili, ma quello che fece parlare della band fu la vita smodata dei loro componenti, diventati più personaggi da gossip che musicisti. Sui progetti paralleli che ha visto coinvolti i vari membri è meglio stendere un velo pietoso; nel 2008 “Saints of Los Angeles”, infine, sembra essere un episodio estemporaneo in una carriera che ha avuto il suo apice nella seconda metà degli anni ‘80.
Quello che ci offrirà il futuro non lo so, ma se musicalmente non mi sento proprio di dargli fiducia, dal punto di vista dell’immagine sono convinto che possono tornare a stupirci.
New Wave of British Heavy Metal. Questa la definizione coniata dalla stampa britannica in risposta al fenomeno heavy metal nato negli Stati Uniti, quasi a voler dire: “i migliori siamo sempre noi britannici”. Prima di parlare di questo fenomeno che invase in Regno Unito agli inizi degli anni ’80, è necessario iniziare dicendo che l’omonimo disco di esordio degli Iron Maiden, veramente eccezionale, non ha assolutamente niente di nuovo. L’album, infatti, è un rinfrescamento di quell’hard rock britannico che aveva iniziato a perdere di interesse: quello che avevano fatto gruppi come Uriah Heep venne ripreso e rielaborato dagli Iron Maiden; valore aggiunto di questo disco di esordio sono le chitarre di Denis Stratton (che rimarrà solo per quest’album) e Dave Murray, davvero esaltanti.
Tempo per produrre un secondo bell’album (“Killers”) ed il gruppo si trovò ad un bivio: continuare sullo stesso genere di hard rock senza compromessi o sviluppare il tutto provando a fare qualcosa di veramente innovativo, cercando magari di ottenere più fans. La scelta del cantante Paul Di Anno fu quella di non piegarsi alle leggi di mercato ed abbandonò il gruppo, e fedele ai suoi principi andò a formare i Killers: uno dei gruppi più brutti in assoluto della storia. Al suo posto arrivò Bruce Dickinson, l’uomo giusto al momento giusto: “The Number of the Beast” è il primo album col nuovo cantane e qui si inizia a delineare veramente lo stile Iron Maiden: alle chitarre sparate a mille dei primi due album vanno aggiunte parti più elaborate, soprattutto grazie al lavoro di regia del vero leader della band: il bassista Steve Harris. La talentuosa voce di Bruce Dickinson, poi, funzionò da valore aggiunto. Il disco, nonostante non sia tra i miei preferiti nella discografia del gruppo, fu quello che diede il là alla già menzionata New Wave of British Heavy Metal.
“Piece of Mind” e “Powerslave” furono gli che seguirono, e questi rappresentano a mio parere il punto più alto della band: il primo si fa apprezzare per i suoi pezzi estremamente diretti e di impatto, il secondo è di più difficile ascolto e rimane il più elaborato della discografia della band.
Superato il primo bivio, gli Iron Maiden dovettero affrontare una nuova sfida: adattarsi davanti a quel sintetizzatore che aveva preso piede in ogni genere musicale. “Somewhere in Time” e “Seventh Son of a Seventh Son” gli fecero superare la prova in maniera più che brillante; lo stile rimane quello tipico del gruppo, ed il massiccio utilizzo del sampler si riesce comunque a legare bene.
I problemi, sorprendentemente, arrivarono dopo; agli inizi degli anni ’90 il sintetizzatore non interessò più a nessuno, per cui il gruppo doveva trovare il modo per stare al passo coi tempi; forti della credibilità guadagnatasi, gli Iron Maiden decisero di tornare alle sonorità dei primi album dell’era Dickinson, ma i risultati, all’inizio non negativi, andarono a calare col tempo. La band fece parlare di sé più che altro per i discutibilissimi cambi di line-up: dapprima abbandonò Adrian Smith, che aveva sostituito Stratton a partire dal secondo album, il quale formò altre band delle quali è meglio non parlare; poi fu la volta di Bruce Dickinson, ma i risultati inizialmente positivi finirono con lo scadere rapidamente. Il suo primo album da solista lo produsse quando faceva ancora parte del gruppo, intitolato “Tatooed Milionaire”, pur non essendo un capolavoro di originalità si fa comunque ascoltare. I lavori successivi, invece, rappresentarono un nettissimo passo indietro. Il suo posto negli Iron Maiden fu preso da Blaze Bailey: con lui gli Iron Maiden fecero due album piuttosto scadenti, ma è ingiusto attribuire la colpa solamente al cantante: erano le idee che avevano iniziato a scarseggiare.
Nel 2000 iniziarono a toccare il fondo: Adrian Smith e Bruce Dickinson, quasi a forza, tornarono a far parte del gruppo, e rimase anche il sostituto di Smith, Janick Gers; aggiungendo Murray, gli Iron Maiden tuttora si trovano con tre chitarristi in formazione.
Come già detto, il meglio è già stato fatto e non si ripeferà; quello che ora continuano a proporre altro non è che una copia sbiadita delle ottime cose proposte in passato. L’unico membro veramente sempre in forma è “Eddy”, il mostro raffigurato sempre in maniera originale in qualsiasi disco del gruppo; che gli altri componenti ne prendano esempio.
Ok, sono pronto per la marea di insulti. Musicalmente parlando, nella storia della musica non riesco a trovare un gruppo più sopravvalutato dei Kiss, ma per quanto riguarda l’immagine di loro che sono riusciti a trasmettere e la pubblicità indiretta che hanno fatto all’heavy metal ed ai generi derivati, i Kiss sono un fenomeno quasi irraggiungibile.
Dal momento che devo parlare della discografia, sinceramente faccio fatica a trovare qualcosa di notevole nei primi tre album, se non qualche sporadico singolo come “Rock ‘n Roll All Night”.
Nel 1976 il loro primo album valido: “Destroyer”, pur non essendo niente di particolarmente elaborato è comunque in disco che si fa ascoltare molto bene, inaugurando quel genere che poi verrà classificato come glam. I personaggi che sono diventati i Kiss, maestri nel pubblicizzarsi grazie al make-up col quale appaiono, sembrano fatti apposta per questo tipo di musica apparentemente aggressiva, ma in realtà volta a conquistare il grande pubblico e piuttosto commerciali (ditemi voi cosa può avere a che fare con i metallari brutti e cattivi una canzone come “Beth”).
Gli album che seguono, compresi quelli solisti dei singoli componenti, contengono di interessante praticamente solo qualche singolo carino ed orecchiabile e poco di più, fino a quando si arriva nel 1979, anno di una piccola svolta: “Dinasty” è a mio parere il loro album da studio meglio riuscito, ma se lo si deve etichettare in un genere, più che metal è definibile come…disco music (anche a parere degli stessi fans). Il disco, comunque, è il più vivace e divertente del gruppo, e risulterà essere un successo planetario.
Gli album degli anni ’80 non si distaccano di una virgola dai precedenti, e per trovare qualcos’altro di valido bisogna fare un salto fino al 1992, anno in cui esce “Revenge”; in un periodo in cui il glam aveva iniziato a perdere di credibilità nell’ambiente underground, e l’heavy metal aveva iniziato a perdere d’interesse, i Kiss si presentano con il disco più duro della loro carriera, lasciando magari un po’meno spazio alla teatralità che sempre li ha contraddistinti, ma favorendo suoni più duri ed aggressivi.
Dopo “Revenge” il gruppo produsse altri due album da studio e continuò a fare parlare di sé per ciò che meglio gli è sempre riuscita: l’attività live tuttora in corso.
Come si è capito, penso che musicalmente i Kiss siano una band più che trascurabile, ma per chi vuole far parlare di sé, il consiglio è di cercare di carpire gli insegnamenti dei due leader Paul Stanley e Gene Simons.
L’anello di congiunzione tra hard rock ed heavy metal. Più esattamente, la carriera dei Judas Priest inizia con caratteristiche prettamente hard rock, si sviluppa abbracciando quella che sarà la New Wave of British Heavy Metal, e sfocia nel più classico e duro heavy metal.
Il gruppo iniziò a farsi notare col secondo lavoro, “Sad Wings of Destiny”: il disco, che lo considero il migliore della loro carriera, è assolutamente da considerarsi un capolavoro del genere hard rock; quello che spicca sono sicuramente le chitarre sparate a mille ed i riff sempre originali e graffianti, che hanno contraddistinguono quasi tutte le canzoni dell’album, riuscendo a renderlo estremamente vario e piacevole all’ascolto. Da segnalare due dei pezzi che rimarranno tra i più famosi della band: “The Ripper” e soprattutto “Victims of Changes”.
Il seguente “Sin After Sin” è l’eccezionale seguito; anche in questo caso le grandi protagoniste sono le chitarre. E’leggermente meno fantasioso del precedente, ma era quasi impossibile chiedere meglio.
Detto degli esordi hard rock, negli anni successivi la band prenderà, come già detto, la strada della New Wave of British Heavy Metal, in stile Iron Maiden; i risultati sono molto buoni anche per quanto riguarda le vendite, e tra i lavori di questo periodo meritano particolare attenzione “British Steel” del 1981, forse il loro album simbolo, lo sperimentale ed incredibilmente sottovalutato “Point of Entry” e “Screaming for Venegance”.
Nella prima metà degli anni ’80 il gruppo, diventato ormai di culto per i fans dei suoni più duri, accelera ulteriormente i ritmi ed alza ancora i suoni; il risultato è un altro album molto bello: “Defenders of the Faith”.
A questo punto la luce si spegne: il seguente “Turbo” risente molto di quel pop pervaso dal suono del sintetizzatore, tanto in voga nella metà degli anni ’80, e “Ram it Down” rappresenta un ritorno ai suoni di “Screaming for Venegance”. Questi album, però, vanno citati come due dei dischi più brutti ed inascoltabili mai prodotti.
Quando, dopo oltre 15 anni di onorata carriera sembrava essere calato definitivamente il sipario sui Judas Priest, nel 1990 esce, con un effetto stile bomba atomica, “Painkiller”. L’album è sicuramente il più violento della loro produzione, e si candida come uno dei lavori più aggressivi mai prodotti, facendo impallidire le nuove leve di giovani metallari. Merito di questo pandemonio va soprattutto al nuovo, eccezionale, batterista: Scott Travis, ed al suo assiduo uso della doppia cassa.
Alla rinascita del gruppo seguì quasi immediatamente l’abbandono del leader Rob Halford, che andò a fondare i Fight, sempre con Travis alla batteria; il gruppo in questione risulta essere un clone degli ultimi Judas Priest. Riguardo al gruppo, invece, il nuovo cantante Tim Owens non fu mai accettato dal pubblico metal (diciamoci la verità…), generalmente poco incline ai cambiamenti; in verità “Jugulator” non ha niente da invidiare al precedente e, se possibile, aumenta ancora la dose di violenza. Ad essere obiettivi le cose peggiorano sensibilmente col seguente “Demolition” e (stranamente…) Rob Halford tornò a grande richiesta ad essere leader del gruppo che, tuttora in attività, più invecchia meno si dimostra incline ai compromessi musicali, con il culmine di “Nostradamus” del 2008. Il meglio l’ha sicuramente già dato, ma ci sono gruppi invecchiati in maniera molto peggiore (non fatemi fare la lista delle band…).