L’hard rock duro e puro degli Uriah Heep

Uriah Heep (U.K. – 1970)

Nel calderone dei gruppi che dopo aver fatto il loro tempo hanno voluto continuare in maniera indefessa a produrre album, col risultato di fare del male a loro stessi, sicuramente vanno inseriti gli Uriah Heep.

Il genere proposto dalla band è il tipico hard rock britannico degli anni ’70, niente di più, niente di meno.

L’esordio “Very ‘Eavy, Very Umble” magari non è il miglior album hard rock della storia, ma non mi vergogno a ritenerlo il più rappresentativo dell’intero genere: i riff di chitarra sono distorti fino all’inverosimile, i pezzi sono veloci ed incisivi, la voce è altissima (almeno per gli standard del periodo); l’album, nella sua semplicità, è veramente eccezionale.

Dopo un buon riscontro di critica e pubblico, la band provò ad evolvere il proprio sound, ed il seguente “Salisbury” è sicuramente l’episodio più atmosferico ed orchestrale della carriera della band; le metriche sono più sofisticate, ma il disco perde di quella rabbia primordiale che era stata la carta vincente dell’esordio. In definitiva, l’album è bello ed originale, ma il gruppo dimostra di non essere molto adatto per le alchimie tecniche.

Il seguente “Look at Yourself” rappresenta una decisa marcia indietro: nonostante la rabbia dell’esordio si sia un po’ persa, ritornano i ritmi prettamente hard rock che rendono il disco veloce e vivace all’ascolto.

Nel 1972 il quarto album “Demons & Wizards” rappresenta il maggior successo commerciale della band; personalmente preferisco la primordialità dell’esordio, ma è vero che artisticamente rappresenta un ottimo lavoro, ed il singolo “Easy Livin’” rimarrà il loro più grande successo e con gli anni diventerà uno dei pezzi più coverizzati della storia. La formula è quella vincente: hard rock, niente di più.

Raggiunto l’apice del successo, la band inizia a mischiare il loro stile tipico con ritmi più tendenti al blues, senza però trascurare l’energia sprigionata in ogni disco; di questo periodo è meritevole di una citazione “The Magician’s Birthday” del 1972. Cinque anni dopo, la band propone con “Firefly” un ritorno alle sonorità degli esordi discretamente riuscito. Questo rimarrà, purtroppo, l’ultimo disco degno di nota della band.

I seguenti lavori partono da un periodo in cui vengono abbracciati i ritmi del folk rock (i lavori fino agli anni ’80), per arrivare poi ad intraprendere la strada dell’heavy metal, che tuttora percorrono. Di questo periodo non c’è molto da salvare, anche a causa dei continui cambi di formazione: il cantante David Byron lasciò il gruppo nel 1976 e da lì ai giorni nostri l’unico album degno di nota è stato il già citato “Firefly”. Gli avvicendamenti alla voce furono numerosissimi, e questo chiaramente non giovò al gruppo, ma la vera mazzata la band la ebbe nel 1980, quando il tastierista Ken Hensley, fino a quel momento forse il vero leader della band, decise di lasciare.

Nel 2008, dieci anni dopo, il gruppo è tornato a produrre un nuovo album da studio, ma questo non ha fatto altro che screditare ulteriormente il nome della band. Peccato, perché quanto fatto all’inizio degli anni ’70 vale di più di quanto gli sia stato effettivamente riconosciuto.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.

Con gli Stooges la scena di Detroit diventa la protagonista nell’hard rock americano

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Stooges (U.S,A. – 1969)

I fratelli fortunati degli MC5; non a caso entrambi di Detroit, rappresentano i duri dell’hard rock americano. Anche qui le capacità tecniche ed i virtuosismi vengono ad avere un ruolo del tutto marginale; qui c’è spazio solo ed esclusivamente per rabbia ed aggressività.

L’omonimo esordio della band è la perfetta espressione di quello che si intende con hard rock americano: la rabbia espressa dalla musica del gruppo risulterà essere fonte di ispirazione per quella che più avanti sarà la scena punk americana. Musicalmente, comunque, i richiami al rock classico ed al blues non sono pochi. La caratteristica che più emerge all’interno del disco è la voce graffiante e carismatica del leader Iggy Pop, conosciuto anche come “L’Iguana”.

I successivi “Fun House” e “Raw Power” non si discostano molto dall’album di esordio, mantenendo un livello qualitativo più che buono e facendo così vincere al gruppo la leadership di band hard rock americana., staccando definitivamente gli MC5.

Gli eccessi musicali, però, si proiettarono nella vita dei singoli componenti, soprattutto quella di Iggy Pop, che fu allontanato dal gruppo per la sua dipendenza dall’eroina. La band, o meglio, i fratelli Asheton, non riuscirono a produrre più niente, ed il gruppo si sciolse definitivamente. Iggy Pop continuò con la carriera solista con alcuni alti e un po’più di bassi.

Visto che la seconda metà del 2000 è il periodo delle reunion, la band decise di seguire la moda, ma senza il bassista storico Dave Alexander, scomparso nel 1975. Dell’album inciso da studio è meglio non parlare; fortunatamente quello che hanno fatto di buono in un periodo in cui sono stati protagonisti, non ha tolto credibilità al gruppo.

L’hard rock raffinato dei Led Zeppelin

Led Zeppelin (U.K. – 1969)

Un’altra delle più belle pagine del rock. Spesso considerati i pionieri, nonché i massimi esponenti dell’hard rock, i Led Zeppelin sono e saranno sempre loro: Jimmy Page alla chitarra, Robert Plant alla voce, John Paul Jones al basso, e John Bohnam alla batteria. Personalmente ritengo che sia inutile e sbagliato ingabbiarli in un genere: i Led Zeppelin sono i Led Zeppelin, punto e basta.

Il loro omonimo album di esordio già mostra quanto di buono il gruppo sa fare: il ruolo di leader inizialmente lo si deve attribuire a Jimmy Page, chitarrista proveniente da quella fucina di talenti che erano gli Yardbirds (vedi Eric Clapton). I lunghi suoi lunghi assoli di chitarra sono stati si un costante punto di riferimento per l’hard rock, ma non è giusto limitare il tutto ad un insegnamento per le generazioni future: quanto proposto da Page è tuttora qualcosa di difficilmente raggiungibile.

Il seguente disco, senza grande sforzo di fantasia, si chiama “Led Zeppelin II”; il risultato è un ulteriore passo avanti: il disco è un autentico capolavoro. Page tira fuori riff ora estremamente aggressivi (Whole Lotta Love”), ora estremamente melodici (“Thank You”). Oltre al chitarrista, però, è necessario sottolineare la prestazione di Plant, che si adatta perfettamente alle ritmiche del disco.

Il terzo lavoro si chiama “Led Zeppelin III” e, sebbene ci sia un primo parziale cambiamento di stile, siamo di fronte ad un altro album eccezionale. I riff duri lasciano un po’più spazio a ritmi tipicamente folk, e preparano a quella che sarà la loro opera magna, intitolata semplicemente “IV”: uno dei migliori album in assoluto della storia del rock. L’eclettismo di tutti i componenti viene fuori come non mai; il disco è una continua esibizione di versatilità, ma sempre nel pieno rispetto della melodia. “Stairway to Heaven” è la canzone simbolo, e col tempo diventerà uno dei più famosi brani della storia del rock, ma è tutto l’album ad essere particolarmente mirabile.

Una volta fatto il meglio, la band riuscì ancora a rimanere su altissimi livelli col seguente “Houses of the Holy”, un altro disco fenomenale, il più selvaggio e brutale della loro discografia. In questo caso è Bohnam a farsi notare con la sua batteria.

Arrivati a questo punto, la band iniziò a fare cose “solamente” buone: “Physical Graffiti” è un disco più che carino all’ascolto, ma non aggiunge niente a quanto (tantissimo) di buono fatto in precedenza. Il seguente “Presence” rappresenta, ahimè, un passo indietro, mentre “In thug the out Door”, l’ultimo lavoro da studio della band, risulta divertente all’ascolto, ma niente di più.

Nel 1980 avviene il dramma: John Bohnam durante una festa a casa di Page fu trovato morto soffocato dal proprio vomito; i Led Zeppelin accusarono il colpo, tanto che la band decise di non continuare, e l’ultimo album prodotto dopo il 1980, tolte le raccolte, è il divertente “Coda”, composto da inediti e parti dal vivo. Che si trattasse di un omaggio a Bohnam lo si può chiaramente capire dall’ampio spazio lasciato alle ecletticissime esibizioni di batteria.

In conclusione, se i seguaci del rok classico si divertono a chiedersi se siano meglio i Beatles o i Rolling Stones, quelli del rock duro fanno lo stesso con Led Zeppelin e Deep Purple, continuando la tradizione degli aut-aut tanto cara agli inglesi.

Personalmente penso che i Led Zeppelin siano stati un gruppo magari di ascolto non immediato, ma sicuramente più universali e probabilmente anche più di impatto dei Deep Purple. Sicuramente sono un punto fondamentale della storia del rock.

Grand Funk Railroad: la graffiante risposta americana ai sofisticati ritmi britannici

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Grand Funk Railroad (U.S.A. – 1969)

Il gruppo preferito di Homer Simpson.

Chi si presenta con queste credenziali non può passare inosservato nel panorama del rock. A parte gli scherzi, i Grand Funk Railroad, relativamente all’hard rock, sono una delle migliori risposte americane a quello che poi sarebbe diventato lo strapotere inglese.

Facendo il paragone tra i due paesi, la differenza dal punto di vista musicale è piuttosto netta e facile da individuare: gli inglesi sono molto più legati agli schemi del progressive, e per questo tengono sempre un occhio di riguardo alla tecnica e ai virtuosismi dei singoli elementi; gli americani, invece, hanno un approccio molto più diretto, ed i richiami sono molto più orientati al folk e a linee melodiche più semplici. Il confronto, se mai c’è stato, è stato stravinto dagli inglesi, tuttavia bisogna dire che qualcosa di buono è stato fatto anche oltre oceano.

“On Time” è l’album di esordio del gruppo: si tratta di un ottimo disco, ma le peculiarità del gruppo si devono ancora ben definire; il genere proposto, infatti, è ancora un po’troppo legato ad un classico folk americano, e l’elemento hard rock deve ancora uscire.

Col passare degli anni i suoni del gruppo si indurirono decisamente, e nel 1971 arriva il loro quarto album: “Survival”, l’apice della loro carriera. L’impatto sonoro proposto lascia a bocca aperta per quanto è diretto ed incisivo, sebbene, ad un ascolto un po’più attento, si nota che la band lascia sempre un certo spazio alle parti melodiche. La cover di “Gimme Shelter” dei Rolling Stones è la loro punta di diamante; la canzone viene stravolta, alzata di volume, distorta e velocizzata nelle parti di chitarra: il risultato è semplicemente eccezionale. La band diventa uno dei punti di riferimento degli “Easy Riders” americani.

I lavori successivi risultano sempre più che validi, ma è col settimo “We are an American Band” che il gruppo torna ad avere buoni responsi commerciali. Il disco in questione presenta dei suoni molto più alleggeriti e orientati al folk, rappresentando così un ben riuscito ritorno al passato, sebbene perda un po’di energia.

Il seguente “Shinin’On”è una nuova virata verso sonorità più dure: si tratta di un altro bell’album, dove spicca la bella cover di “Locomotion”.

Da questo momento iniziò una rapida discesa: nella metà degli anni ’70 il gruppo non seppe stare al passo con i tempi, ed il pubblico dimostrò di essere interessato ad altri generi, dall’heavy metal alla disco music.

Dopo il 1976 si gruppo si sciolse, per poi rifondarsi, risciogliersi ancora, e così via. La loro produzione discografica di quel periodo non lasciò una traccia sensibile. E’ giusto rendere al gruppo i meriti per una musica di alto impatto: complimenti ad Homer Simpson.

I Deep Purple danno il la al movimento hard rock

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Deep Purple (U.K. – 1968)

Se esistesse un metodo scientifico per misurare la presunzione, Richie Blackmore, storico chitarrista dei Deep Purple, raggiungerebbe livelli da Guinnes dei primati. Tale caratteristica, però, si è spesso rivelata il valore aggiunto necessario per la consacrazione a livello mondiale della band.

Nella storia del gruppo si alternano vari artisti, ma il quintetto base del grande successo è così composto: Ian Gillan alla voce, Richie Blackmore alla chitarra, John Lord alle tastiere, Jan Paice alla batteria e Roger Glover al basso. Costoro sono tra i massimi esponenti assoluti dei loro strumenti, voce compresa, e nessuno di essi ha mai fatto niente per nasconderlo, anzi…

Per quanto riguarda la discografia, l’esordio “Shades of Deep Purple” è sicuramente uno dei migliori lavori della band, composto da alcune meravigliose reinterpretazioni di grandi classici (Hey Joe, Help!, I’m so Glad) e pezzi loro molto validi; musicalmente lo si può definire un abbozzo di quello che poi sarà il genere hard rock inglese, oppure si può vedere come il primo album hard rock della storia. Protagonisti assoluti del disco sono la voce di Ian Gillan e la chitarra di Richie Blackmore; un merito dell’album, che a mio parere lo rende migliore di molti altri presenti in discografia, è dato dal fatto che il disco scorre in maniera piuttosto fluida, anche perché le doti tecniche sfoggiate seguono comunque una linea musicale, senza sfociare in pure esibizioni di talento fini a se stesse.

Altro album più che valido è il terzo, sottovalutato, “Deep Purple”. In questo caso tutti i componenti della band hanno occasione di mostrare le loro capacità in un disco sicuramente catalogabile come puro e potente hard rock.

Arrivati al 1970 ecco la definitiva consacrazione: “In Rock”: in questo caso, sulle consolidate basi hard rock, i Deep Purple danno saggi da talento come probabilmente mai nessuno in passato; per gli amanti dei virtuosismi tecnici questo è sicuramente uno dei migliori album della storia; personalmente penso che questa loro continua ricerca ad elevarsi risulti col far sembrare il gruppo come inumano e perde un po’di quell0istinto primordiale tipico del rock. In effetti non ho mai avuto una grandissima simpatia per i Deep Purple, vedendoli sempre come una band troppo presuntuosa che guarda dall’alto in basso tutto ciò che esula dalla loro sfera di appartenenza, ma sottolineo che queste sono solamente percezioni che escono dal mio stereo, niente di più: sono il primo a dire che è impossibile non considerare “In Rock” come una pietra miliare del rock.

Nel 1972, comunque, il gruppo fece felice anche quelli come me, producendo il loro sesto album, seguito di “In Rock”: “Machine Head”; a livello compositivo questo disco è un passo indietro rispetto al precedente. Il singolo “Smoke on the Water” diventerà un cavallo di battaglia non solo del gruppo, ma del rock in generale; in realtà in questo album c’è molto di più: il disco potrebbe essere una sperimentazione di quello che sarebbe diventato l’heavy metal, e sicuramente fu l’influenza principale della New Wave of British Heavy Metal. I suoni tornano ad essere compatti e potenti come negli esordi, ma viene lasciato comunque spazio per l’estro dei vati componenti. Personalmente lo considero il disco più completo della loro carriera.

Tempo per un altro album, ed il gruppo decise di darsi a quello che sarebbe diventato il suo hobby preferito: il walzer dei componenti. In breve, i primi ad andare via, cacciati da Blackmore, furono Gillan e Glover, rimpiazzati rispettivamente da David Coverdale (discretamente) e Glenn Huges (meglio). Con questa formazione il gruppo produce album abbastanza buoni, che sembrano aver abbandonato decisamente l’heavy metal a favore del blues.

Dopo questa breve stabilità Blackmore decise di abbandonare la band, per formare i Rainbow, dei quali avremo modo di parlare; nel 1975 si chiude il primo capitolo
dei Deep Purple: Coverdale passò agli Whitesnake, il gruppo che musicalmente rappresenta il naturale seguito dei Deep Purple

Nel 1984 ci fu una reunion con la formazione storica: “Perfect Strangers” è il primo album della nuova serie; un buon hard rock pesantemente riadattato alle sonorità degli anni ’80. Per gli anni a venire il gruppo mostrò più interesse ai cambi di formazione, piuttosto che alle produzioni da studio: Gillan venne ancora cacciato via da Blackmore, e nel frattempo la band si orientò verso un glam rock qualitativamente trascurabile; poi Gillan tornò ancora, e nel 1996 fu Blackmore ad abbandonare, questa volta in maniera definitiva, rimpiazzato (neanche troppo male) da Steve Morse.

La band, ancora in attività, sembra essere diventata un clone ci quei gruppi, come per esempio i Dream Theatre, che hanno avuto loro stessi tra le influenza principali i Deep Purple stessi. L’impressione è che il meglio sia già stato dato parecchi anni fa, tuttavia tra gli album di questo ultimo periodo non sono neanche male, specialmente “Rapture of the Deep” del 2005. Insomma, se non altro, avrebbero potuto invecchiare in maniera peggiore.

Blue Cheer: eternamente fuori dalle mode

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Blue Cheer (U.S.A. – 1968)

Uno dei gruppi più anti commerciali del rock. Nati alla fine degli anni ’60, in un momento in cui il rock, soprattutto negli Stati Uniti, si erige ad emblema del pacifismo, i Blue Cheer mostrarono una completa indifferenza a tali avvenimenti, pensando esclusivamente alla loro musica, così che finirono con l’inimicarsi gli addetti ai lavori.

“Vincebus Eruptum” è il loro disco di esordio: musicalmente è un hard rock non molto facile da digerire, con forti influenze blues, con chitarre potenti, pesanti, man non veloci; il risultato finale non è dissimile dai lavori più rappresentativi degli Who: anche i Blue Cheer sono indatti accostabili al movimento MOD.

Nonostante l’ostracismo, la band dimostra di valere, ed anche il successivo “Outsideinside”, pur meno ricercato del precedente, risulta essere un lavoro più che valido.

Col passare del tempo, e l’abbandono del cantante/bassista Dickie Peterson, il gruppo non riuscì più ad esprimersi sui buonissimi livelli dei due lavori precedenti, ed una critica già prevenuta in partenza contribuì ad affossarli. Il gruppo continuò a produrre fino al 1971, e la seconda parte della loro carriera è molto più orientata verso un tipico rock blues meno pesante che nei lavori passati. Di questo periodo l’unico album meritevole di citazione è “The Original Human Being”, un blues eccessivamente snobbato dalla critica, che presenta ottimi riff di chitarra e che ricorda da vicino una di quelle band che è sempre stata tra i loro principali detrattori: i Cream.

Dopo quasi 20 anni di distanza, infine, i Blue Cheer decisero di entrare anche loro in quel vortice chiamato reunion, e come nella maggior parte dei casi, anche qui i risultati furono piuttosto trascurabili. Dispiace, perché i Blue Cheer sono stati un gruppo che piuttosto che piegarsi alle leggi del mercato ha preferito pagare personalmente, e da un gruppo coerente come loro mi sarei aspettato che se fossero rientrati in gioco lo avrebbero fatto con qualche argomento un po’più convincente che le loro ultime pubblicazioni.

I Cream ed il genio di Eric Clapton

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Cream (U.K. – 1966)

Quando tre fenomeni si incontrano, è facile che il risultato è qualcosa di veramente geniale; magari non durerà a lungo, ma la genialità verrà comunque espressa, E’ chiaro che nei Cream la personalità di spicco sia Eric Clapton, ma anche il bassista Jack Bruce ed il batterista Ginger Baker sono sicuramente due dei migliori musicisti che abbiano mai calcato le scene del rock.
I componenti della band venivano da precedenti esperienze con altre band, tra cui bisogna citare gli Yardbirds, gruppo blues-rock rampa di lancio di diversi artisti, quali appunto Eric Clapton, che inizialmente ne trae chiaramente ispirazione.
Premettendo che sarebbe un insulto cercare di etichettare il sound del gruppo, mi limito a dire che le linee guida sono quelle del rock-blues americano della seconda metà degli anni’60, perfettamente reinterpretate dalla chitarra di Clapton, tanto che penso che sia innegabile dire che i primi gruppi hard rock ne sono stati pesantemente influenzati.
“Fresh Cream” è il loro debutto, dove già emergono le capacità dei componenti della band, ma è ancora Clapton a prevalere sugli altri, sebbene non in maniera netta; i suoi assoli entrano all’interno delle canzoni in maniera quasi chirurgica.
Quella che però rimarrà l’opera magna del gruppo è il terzo “Wheels of Fire” del 1968, vero e proprio capolavoro rock. L’album è composto da un primo CD da studio e un secondo dal vivo, nel quale si sbizzarriscono a turno i singoli componenti come mai in precedenza. L’album perde magari qualche virtuosismo di Clapton, risultando meno hard rock e molto più blues, ma guadagna decisamente nelle sue parti ritmiche. Il CD live è un’ulteriore espressione della genialità assoluta dei componenti, che danno letteralmente libero sfogo alla loro indole artistica senza però, come troppo spesso accade, essere leziosi o troppi fini a loro stessi.
Evidentemente tre galli non possono stare in un solo pollaio per troppo tempo, per chi la band, dopo un altro disco con tracce da studio ed il resto dal vivo, decise di sciogliersi nel 1968, ed i componenti presero altre strade. Colui che sbarcò il lunario fu, ovviamente, Clapton, che si unì a Duane Allan, altro geniale chitarrista ex Allman Brothers, per formare i “Derek & The dominos” autori dell’album “Layla & Other Assorted Love Songs”, una splendida e originalissima espressione di quel rock blues tanto caro agli americani. Protagonista assoluta è, manco a dirlo, la chitarra. Il singolo di quest’album è quella “Layla” che in seguito Clapton riproporrà nella sua carriera da solista e che rappresenterà il suo più grande successo. La tragica morte di Allman nel 1970 bloccò quel progetto così ben avviato, e Clapton cominciò ad avere grossi problemi personali con la droga. Dopo altre sperimentazioni musicali, intraprese una carriera solista che gli regalerà molti successi, ma che strizza un po’troppo al commerciale. Il chitarrista virò decisamente verso il blues, con sonorità molto più riflessive e cadenzate.
Tornando ai Cream, non succede molto spesso che un gruppo con soli tre album e mezzo riesca a dare un contributo così incisivo alla storia della musica; non ritengo una bestemmia considerare questa band tra le prime 15-20 della storia.

The Kinks: tra MOD e Hard Rock

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The Kinks (U.K – 1964)

Alcuni li considerano il primo gruppo hard rock della storia, altri i rivali dei Beatles; altri ancora si sono completamente dimenticati della loro esistenza. A mio giudizio, i Kinks sono un gruppo che avrebbe potuto entrare a far parte del novero degli immortali, ma che all’esame finale ha sempre fallito.
L’omonimo esordi verrà sempre ricordato per il singolo “You Really Got Me”, che rimarrà il più grosso successo del gruppo; a detta di molti questo è il primo pezzo hard rock della storia (solo perché ci hanno fatto la cover i Van Halen?). Come costume del tempo, il disco è farcito di cover, con una particolare attenzione per Bob Dylan, ma quello che di loro propongono rimane più che interessante; il seguito “Kinda Kinks” è l’ottimo seguito; un disco che segue più il rock di stile americano.
I lavori che seguono sono tutto sommato buoni, ma mancano di quella personalità necessaria per il salto di qualità. Nel 1966, però, arriva la prova del nove: abbiamo già visto nelle biografie dei gruppi precedentemente trattati, l’impegno messo dai musicisti in quest’anno per esaltare il movimento artistico del rock; i Kinks erano stati messi un po’in secondo piano, ma con “Face to Face” arriva la sorpresa: questo è un disco semplicemente fantastico, nettamente il migliore della loro carriera; il gruppo prende ad avere una propria netta personalità, le canzoni si fanno decisamente più introspettive e impegnate; l’unico difetto dell’album è che è uscito in un momento in cui tutti i big stavano dando il meglio di loro stessi, per questo fu, e tuttora è, ingiustamente sottovalutato.
Arrivato al loro culmine artistico, il gruppo produrrà moltissimi altri album, che non riesco a considerare negativamente, ma se devono essere la cartina tornasole di un gruppo immortale, allora non riescono a raggiungere il risultato sperato.
Più avanti negli anni la band prenderà un suono molto più British tanto che, a mio parere anche più dei Beatles, si possono considerare con 20 anni di anticipo i precursori di quel fenomeno musicale che sarebbe poi stato il Brit pop. Commercialmente il gruppo non riuscì più a raggiungere il successo ottenuto negli anni ’60, e del periodo compreso negli anni ’70 si fanno notare solo per qualche sporadico singolo (uno su tutti “Lola”).
Per quanto riguarda gli ultimi album, quelli un po’più originali sono, a mio giudizio, “Schoolboys in Disgrace” del 1976, un divertente “concept album” su un bullo, e “Low Budget” del 1979, nel quale il gruppo decide di sperimentare la strada del punk rock.
L produzioni degli anni ’80 risultano essere un po’stanche e ripetitive; l’ultimo album da studio è del 1994.
Se non si tratta di una band immortale, ritengo giusto attribuire ai Kinks la loro importanza (devo dire la verità, solo indiretta), per lo sviluppo dell’hard rock e, più avanti (molto più direttamente) per il brit pop. Non sono diventati immortali, ma non ci sono andati poi neanche così lontani