Gli Skid Row in Italia per due concerti

Skid_RowIl tour 2010 degli Skid Row  toccherà anche l’Italia e saranno due le date che li vedranno sul palco: il 04/12/2010 al New Age di Roncade (Tv) ed il 05/12/2010 all’Estragon di Bologna. L’attuale formazione della band americana, costituitasi nel 1986, è: Johnny Solinger , cantante, Dave “The Snake” Sabo, chitarra, Scotti Hill, chitarra, Rachel Bolan, basso, Dave Gara, batteria. Nel corso di molti anni hanno pubblicato dieci album, nei quali Heavy  Metal, Hair Metal, Pop Metal e Hard Rock si fondono o si alternano, in una musica dirompente e coinvolgente, che rispecchia la personalità dei componenti del gruppo.

I biglietti sono già disponibili presso i  consueti circuiti.

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Megadeath: tre concerti in Italia

megadeth_La band californiana dei Megadeath toccherà anche l’Italia con il suo tour “Endgame Tour 2010”, che li vedrà per lungo tempo in giro per l’Europa., attesissimi dai loro  numerosi fan. Questo tour è nato per festeggiare il ventesimo anniversario di “Rust in Peace”, forse il loro album più bello.

Nel nostro Paese nel mese di giugno saranno tre le date che li vedranno sul palco, accompagnati da uno special guest, di cui ancora non è stato rivelato il nome.

I Megadeath, che nel corso della loro lunga storia musicale, che risale al 1983,  hanno seguito varie tendenze, dal trash metal all’heavy metal, fino all’hard rock, hanno venduto nel mondo 25 milioni di dischi.

Date in Italia:

3 giugno: Bologna – Estragon

4 giugno: Roma – Atlantico

5 giugno: Milano – Alcatraz

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Grande rock svedese a Bologna

us_roster_poodlesGrande attesa al Sottotetto Sound Club di Bologna, dove il 2 Maggio 2010 si esibiranno nella loro  unica data italiana, tre band di importanza internazionale, esponenti di spicco dell’hard rock svedese. Sulla scena faranno da apripista della serata i “TREAT”, band di grande esperienza, formatasi negli anni ’80 a Stoccolma,che suona un  melodic rock che trova le sue massime espressioni in brani come “Too Wild”, “Ride me High”, seguiranno, poi, “The Poodles”, esponenti dell’hard rock, che dal 2006 ad oggi hanno già pubblicato tre album, quindi gli H.E.A.T., riscalderanno la platea con il loro hard rock, concludendo la serata con la loro adrenalina musica.

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Gli Scorpions chiuderanno la loro carriera con un tour mondiale che si concluderà nel 2011

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Gli Scorpions stanno registrando in questi giorni il loro ultimo album “Sting in the Tail”, che promette di essere eccezionale, ma che sarà il loro ultimo disco, in quanto la band, dopo 45 anni di fortunata carriera,  si scioglierà. Nati nel 1965 ad Hannover e divenuti famosi in tutto il mondo nel 1980 con “Rock You Like a Hurricane”, ritenuta una delle 100 più belle canzoni Hard Rock, hanno preso la decisione di non salire più sul palcoscenico, perchè vogliono abbandonare quando ancora sono ai vertici del successo; prima, però, ci sarà il loro ultimo tour, che li vedrà, dopo la Germania,  in giro per il mondo nei prossimi due anni, per lanciare il loro ultimo album.

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Il 14 gennaio 2010 all’Alcatraz di Milano

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Sponsorizzata da Jack Daniel’s e da Rock Tv,  giovedì 14 gennaio 2010 all’Alcatraz di Milano, si terrà un concerto live a ingresso libero, durante il quale si esibiranno alcune famose band italiane, il Teatro degli Orrori, che con il loro ultimo album si sono riconfermati uno dei migliori gruppi di rock alternativo in Italia, e i Linea 77, che, in occasione del decennale del loro primo album, ne riproporranno le canzoni, insieme ai più recenti successi. Sottolineerà l’energica atmosfera della serata la musica rock dei Velvet.

Ospite d’eccezione sarà  Pino Scotto, uno dei primi ad introdurre  trenta anni fa l’Hard Rock

sulla scena musicale italiana. Ingresso ore 20,30.

Gli Iron Maiden e la New Wave of British Heavy Metal

Iron Maiden (U.K. – 1980)

New Wave of British Heavy Metal. Questa la definizione coniata dalla stampa britannica in risposta al fenomeno heavy metal nato negli Stati Uniti, quasi a voler dire: “i migliori siamo sempre noi britannici”. Prima di parlare di questo fenomeno che invase in Regno Unito agli inizi degli anni ’80, è necessario iniziare dicendo che l’omonimo disco di esordio degli Iron Maiden, veramente eccezionale, non ha assolutamente niente di nuovo. L’album, infatti, è un rinfrescamento di quell’hard rock britannico che aveva iniziato a perdere di interesse: quello che avevano fatto gruppi come Uriah Heep venne ripreso e rielaborato dagli Iron Maiden; valore aggiunto di questo disco di esordio sono le chitarre di Denis Stratton (che rimarrà solo per quest’album) e Dave Murray, davvero esaltanti.

Tempo per produrre un secondo bell’album (“Killers”) ed il gruppo si trovò ad un bivio: continuare sullo stesso genere di hard rock senza compromessi o sviluppare il tutto provando a fare qualcosa di veramente innovativo, cercando magari di ottenere più fans. La scelta del cantante Paul Di Anno fu quella di non piegarsi alle leggi di mercato ed abbandonò il gruppo, e fedele ai suoi principi andò a formare i Killers: uno dei gruppi più brutti in assoluto della storia. Al suo posto arrivò Bruce Dickinson, l’uomo giusto al momento giusto: “The Number of the Beast” è il primo album col nuovo cantane e qui si inizia a delineare veramente lo stile Iron Maiden: alle chitarre sparate a mille dei primi due album vanno aggiunte parti più elaborate, soprattutto grazie al lavoro di regia del vero leader della band: il bassista Steve Harris. La talentuosa voce di Bruce Dickinson, poi, funzionò da valore aggiunto. Il disco, nonostante non sia tra i miei preferiti nella discografia del gruppo, fu quello che diede il là alla già menzionata New Wave of British Heavy Metal.

“Piece of Mind” e “Powerslave” furono gli che seguirono, e questi rappresentano a mio parere il punto più alto della band: il primo si fa apprezzare per i suoi pezzi estremamente diretti e di impatto, il secondo è di più difficile ascolto e rimane il più elaborato della discografia della band.

Superato il primo bivio, gli Iron Maiden dovettero affrontare una nuova sfida: adattarsi davanti a quel sintetizzatore che aveva preso piede in ogni genere musicale. “Somewhere in Time” e “Seventh Son of a Seventh Son” gli fecero superare la prova in maniera più che brillante; lo stile rimane quello tipico del gruppo, ed il massiccio utilizzo del sampler si riesce comunque a legare bene.

I problemi, sorprendentemente, arrivarono dopo; agli inizi degli anni ’90 il sintetizzatore non interessò più a nessuno, per cui il gruppo doveva trovare il modo per stare al passo coi tempi; forti della credibilità guadagnatasi, gli Iron Maiden decisero di tornare alle sonorità dei primi album dell’era Dickinson, ma i risultati, all’inizio non negativi, andarono a calare col tempo. La band fece parlare di sé più che altro per i discutibilissimi cambi di line-up: dapprima abbandonò Adrian Smith, che aveva sostituito Stratton a partire dal secondo album, il quale formò altre band delle quali è meglio non parlare; poi fu la volta di Bruce Dickinson, ma i risultati inizialmente positivi finirono con lo scadere rapidamente. Il suo primo album da solista lo produsse quando faceva ancora parte del gruppo, intitolato “Tatooed Milionaire”, pur non essendo un capolavoro di originalità si fa comunque ascoltare. I lavori successivi, invece, rappresentarono un nettissimo passo indietro. Il suo posto negli Iron Maiden fu preso da Blaze Bailey: con lui gli Iron Maiden fecero due album piuttosto scadenti, ma è ingiusto attribuire la colpa solamente al cantante: erano le idee che avevano iniziato a scarseggiare.

Nel 2000 iniziarono a toccare il fondo: Adrian Smith e Bruce Dickinson, quasi a forza, tornarono a far parte del gruppo, e rimase anche il sostituto di Smith, Janick Gers; aggiungendo Murray, gli Iron Maiden tuttora si trovano con tre chitarristi in formazione.

Come già detto, il meglio è già stato fatto e non si ripeferà; quello che ora continuano a proporre altro non è che una copia sbiadita delle ottime cose proposte in passato. L’unico membro veramente sempre in forma è “Eddy”, il mostro raffigurato sempre in maniera originale in qualsiasi disco del gruppo; che gli altri componenti ne prendano esempio.

L’hard rock unico degli AC/DC

AC/DC (Australia – 1975)

Sicuramente uno dei gruppi dalla personalità più forte nella storia della musica. Il meccanismo apparentemente sembra semplice: si prende l’hard rock di inizio anni ’70, lo si mischia con il blues, si accelera il tutto, ed ecco gli AC/DC.

Questa combinazione perfettamente dosata dal quartetto portò un sound particolarissimo che ha marcato negli anni tutti i lavori del gruppo, quasi come fosse una specie di marchio registrato: non si riescono, infatti, a trovare band ai quali il gruppo si sia particolarmente ispirato, e sicuramente non c’è stato nessuno in grado di seguire le loro orme, tralasciando le numerose tribute band.

Le canzoni si sviluppano tutte sui taglienti riff di chitarra di Angus Young, personalità di spicco degli AC/DC sia a livello musicale, sia per quanto riguarda l’immagine: negli show dal vivo si presenta sempre con un look tutto suo composto da giacca, cravatta, cappellino con la visiera e bermuda (quest’ultimo un tributo alla loro Australia); l’immagine che traspare della band è quella dei ragazzini cattivi. A completamento dello stile musicale, l’aggiunta delle parti ritmiche del chitarrista Malcom, fratello di Angus, a dare una struttura alla versatilità del primo.

Il loro disco di esordio è il fantastico “High Voltage”, album che spazza come un tornado il canonico hard rock precedentemente sentito: l’album è di un’incisività davvero incredibile.

Quello che ritengo il loro miglior lavoro, è comunque il terzo “Let There Be Rock”, album leggermente più blues dei precedenti, ma nel quale Angus Young si sbizzarrisce più che mai con i suoi riff ed assoli, consacrando gli AC/DC al grande pubblico. La loro abilità sta nel fatto di tirar fuori sempre qualcosa di originale all’interno di un sound ben consolidato, e a tal proposito calza a pennello un altro grandissimo lavoro, il quinto “Highway to Hell”, nel quale viene fuori il loro lato oscuro e propriamente hard rock.

All’apice del successo, però, gli AC/DC dovettero fare fronte al momento più difficile della loro carriera: la morte del cantante Bon Scott, avvenuta in circostanze ancora poco chiare, sebbene il motivo principale sembri essere l’abuso di alcol.

Una volta assorbito il colpo, la band tornò con un altro grandissimo lavoro: “Back in Black”, album culto che segna l’immediata rinascita del gruppo. La voce aggressiva ma pulita di Bon Scott viene sostituita da un elemento che diventerà un’altra peculiarità della band: la voce secchissima di Brian Johnson. Il risultato è semplicemente spettacolare.

Negli anni successivi gli AC/DC andarono avanti con altri buoni lavori, ma per un’altra pietra miliare bisogna aspettare 10 anni: nel 1990 esce “The Razors Edge”: per l’occasione Angus Young forse come non mai sforna riff che lasciano a bocca aperte, le ritmiche sono ancora più incisive e si fanno più pulite, grazie a sonorità più moderne. Il successo mondiale è assoluto, e consacra gli AC/DC probabilmente come la band australiana più popolare nella storia. Andando avanti con gli anni, come normale che sia, anche loro iniziarono a sentire il peso degli anni, e gli altri tre lavori da studio, pur non negativi non raggiungono i livelli eccelsi degli altri.

Gli AC/DC rimarranno sempre e comunque una delle band di assoluto riferimento nel panorama dell’hard rock, e sicuramente un gruppo di culto al quale rimane pressoché impossibile provare ad ispirarsi senza essere assorbiti dal loro enorme carisma.

I Queen: un gruppo rock dalle mille facce

Queen (U.K. – 1973)

Una di quelle band che diventerà un simbolo degli anni ’80. La carriera dei Queen, come si può vedere, inizia molto prima, ma è proprio in quegli anni che la band riesce ad esprimere il meglio di sé, adattandosi perfettamente ai gusti del tempo, ma riuscendo comunque a mantenere una propria identità ben definita.

L’omonimo disco di esordio è del 1973, ed è profondamente diverso da quello che poi sarà lo stile della band: il genere qui proposto lo si potrebbe benissimo accostare ad un hard rock stemperato dalla presenza del pianoforte, suonato dal leader: il cantante Freddy Mercury. Pur non essendo un album rappresentativo della band, lo considero comunque un ottimo disco, così come il terzo “Sheer Heart Attack”, nel quale la band calca ancora di più la mano e fa un altro album ancora più decisamente accostabile all’hard rock: magari meno esoterico rispetto a quello classicamente inteso, ma pur sempre hard rock.

Il successo di critica, però, il gruppo lo raggiunge nel 1975 con “A Night at the Opera”, generalmente considerato come il miglior lavoro del gruppo da parte della critica. Personalmente sono d’accordo col fatto che qui è contenuto il singolo meglio riuscito della carriera dei Queen, “Bohemian Rhapsody”, tuttavia penso che la band avrà modo di fare cose molto migliori in futuro. Il disco vorrebbe strizzare l’occhio alla musica classica, ed in parte ci riesce anche bene, ma se il loro scopo era quello di creare un’operetta, il tentativo non mi sembra completamente riuscito, dal momento che l’album risulta essere piuttosto frammentario. Il seguente “A Day at te Races” doveva essere la parte goliardica del precedente, ed in questo caso, con un impegno meno cervellotico, il disco risulta essere se non altro più omogeneo: il gruppo fa quello che meglio sa fare, ossia il rock, e l’album che ne viene fuori è piacevolissimo all’ascolto.

Nel 1977 succede qualcosa di molto strano: “News of the World” è un successo di livello planetario; le canzoni “We will Rock You” e “We are the Champions” sono forse i loro maggiori successi commerciali, tanto da essere tuttora dei veri tormentoni. Musicalmente parlando, però, questa è orse la peggior prova della band: la maggior parte dei pezzi sono scontati fino a sembrare disarmanti, il rock degli album precedenti si è decisamente ammorbidito; di positivo si può trovare solo un fatto, che però ha una importanza gigantesca: è probabilmente questo l’album di massimo riferimento di quella che poi sarà la scena pop. Il gruppo, forte del successo ottenuto, dimostra di essere ancora di livello qualitativo alto col seguente “Jazz”, grandissima prova del gruppo. Il rock duro e vivace degli esordi si combina perfettamente con pezzi più leggeri e commerciali; è un disco che riesce ad accontentare i gusti di tutti, da chi è abituato a suoni più elaborati a chi ascolta la musica in maniera più disinteressata.

Negli anni successivi il gruppo ha un leggero calo (a dire il vero l’album “Flash Gordon” è un vero e proprio tonfo); di notevole ci sono solo alcuni singoli come “Crazy Little thing Called Love” e “Under Pressure”, finché nel 1984 arriva l’ottimo “The Works”. L’album, trainato da un altro successone come “Radio Ga Ga”, rappresenta in pieno quello che è e sarà da quel momento lo stile del gruppo: un rock leggero nel quale trovano spazio i bellissimi riff di chitarra di Brian May, le tastiere e, soprattutto, la fantastica voce di Freddy Mercury, diventato uno dei simboli di quegli anni, sia per la sua vita sregolata, sia, giustamente, per le sue abilità canore. Gli album che seguono sono su questo stile e contengono grandissimi successi quali “A Kind of Magic” o “I Want it All”

Il gruppo riesce, comunque, ad elevarsi ulteriormente con l’eccezionale “Innuendo”. Qui più che mai la band mostra le sue capacità compositive, togliendosi di dosso quell’etichetta di autori di musica leggera che spesso li aveva zavorrati a livello artistico. La title-track è, alla pari con “Bohemian Rhapsody”, la miglior canzone mai prodotta dai Queen; all’interno del disco, poi, si trovano anche numerosi altri pezzi che dimostrano che la band meritava più considerazione da parte della critica.

Nel 1991 Freddy Mercury perse la battaglia con la sua vita spericolata e morì di AIDS; è triste dire che è proprio quello il momento di massima popolarità della band.

Dopo una rivalutazione, una pausa di riflessione, diversi tributi, ed un improbabile album postumo prodotto nel 1995, i componenti rimasti decisero di prendersi una pausa di riflessione; recentemente Brian May e Roger Tayolr decisero di rimettersi in gioco assoldando Paul Rodgers, una voce completamente diversa da quella di Mercury, ma comunque molto incisiva e carismatica. Quello che fa il gruppo ora è principalmente divertirsi a risuonare con una voce diversa i loro grandi successi; nel 2008 i tre decisero di fare il grande passo e produssero “Cosmos Rocks”: quella che poteva essere considerata un’idea fuori luogo, tutto sommato non si può neanche considerare come un brutto album, ma penso sia giusto vederlo come un episodio estemporaneo: diversamente sarebbe di cattivo gusto.

Il rock graffiante degli Aerosmith

Aerosmith (U.S.A. – 1973)

Gruppo camaleontico, capace di adattarsi al cambiare dei gusti del grande pubblico, gli Aerosmith sono riusciti sempre e comunque a rimanere sulla cresta dell’onda.

Nati come cloni dei Rolling Stones, anche per una vaga somiglianza del leader, il cantante Steve Tyler, con Mick Jagger, esordiscono con l’omonimo album che richiama non poco il sound tipico degli Stones di “Aftermath”. Il disco, nonostante sia un po’acerbo, si fa comunque notare per le doti vocali del cantante, ma anche per i pezzi di chitarra di Joe Perry. In questo album, inoltre, è contenuto probabilmente il pezzo meglio riuscito della carriera degli Aerosmith: “Dream On”.

L’album che segna una prima consacrazione, comunque, è il terzo “Toys in Attic”, che abbraccia sonorità più vicine all’hard rock ed innalza definitivamente Tyler come artista e personalità di spicco. Gli album successivi, però, non riescono a ripetersi, e l’abbandono di Joe Perry ne certifica il momento di crisi, superato dal ritorno del chitarrista nel 1987, anno in cui esce “Permanent Vacation”; da qui inizia la seconda vita degli Aerosmith: i suoni si avvicinano a quel glam metal tanto di moda in quel periodo, ed i componenti della band si adattano alla perfezione a quello stile di vita eccessivo che in quegli anni era una componente essenziale per essere una rock star.

La consacrazione definitiva, però, arriva con il loro album meglio riuscito: “Pump” del 1989, dove i suoni delle chitarre sono ancora più alti, e la voce di Tyler si fa ancora più acuta. Brani divertenti e carichi di energia si alternano a ballate strappalacrime, in perfetto stile glam metal.

Dopo i primi anni degli anni ‘90, però, il genere musicale in questione perse di colpo interesse, ed agli Aerosmith toccò dover dare un’altra dimostrazione di maturità, ecco quindi “Get a Grip”. L’album segna un ritorno al rock-blues, con aggiunta di molte parti romantiche piene di effetto.

Da lì in avanti, però, la band sembra avere un interesse maggiore per la loro immagine di eterni giovani, piuttosto che per produzioni musicali rilevanti; gli ultimi dischi sono incentrati su qualche singolo di discreto impatto, che si lega perfettamente ai gusti musicali dei giorni nostri, ma sebbene il successo commerciale mi smentisca completamente, rimango comunque perplesso sulla qualità di questi ultimi lavori.

Thin Lizzy: tra l’hard rock e l’heavy metal

Thin Lizzy (Irlanda – 1971)

Nel viaggio che va tra l’hard rock e l’heavy metal, i Thin Lizzy rappresentano una tappa fondamentale.

Guidati dal leader Phil Lynott, cantante e bassista, il loro omonimo album di esordio rappresenta un certo richiamo a Jimi Hendrix e ad un rock psichedelico con influenze blues, dai ritmi molto atmosferici. Pur nella sua acerbità, il risultato è comunque interessante.

La componente hard rock si fa sentire, invece, col terzo “Vagabonds of the Western World”, dove il gruppo inizia a prendere una propria identità e soprattutto a mettere le basi per i suoi futuri successi.

La crescita della band è costante, ed il quinto “Fighting” si può considerare quasi un caposaldo dell’hard rock; le canzoni non sono eccessivamente elaborate né rabbiose, viene invece lasciato più spazio ad atmosfere molto diverse tra di loro: a tratti fatate, a tratti decisamente metropolitane. Questo disco, inoltre, sarà il viatico per quella pietra miliare che è il successivo “Jailbreak” del 1976. L’album è la maturazione del precedente, con una attenzione più orientata alla parte hard rock più underground; il disco contiene, poi, i due singoli più famosi della band: “Jailbreak” e soprattutto “The Boys are Back in Town”, che a dimostrazione del fatto che comunque la band dà sempre una certa attenzione all’orecchiabilità delle canzoni, è diventata un tormentone da stadio per gli ultras inglesi.

Arrivati all’apice della loro carriera, i Thin Lizzy riuscirono a confermarsi si alti livelli con i seguenti “Johnny the Fox”, un attimino più raffinato nei suoni, e “Bad Reputation”, più simile al loro grande successo.

Per quanto riguarda gli ultimi quattro album della loro discografia. La band mostra un deciso apprezzamento verso quell’heavy metal, che aveva oramai scalzato definitivamente l’hard rock. I dischi di per sé sono piuttosto carini, ma manca quel tocco personale che aveva messo il gruppo un gradino sopra le altre band hard rock.

L’ultimo album da studio è datato 1983, ma la fine del gruppo avvenne il giorno di Natale del 1985, quando Lynott fu trovato morto per overdose. La tragica scomparsa sancì l’immediato ed inevitabile scioglimento dei Thin Lizzy.

Negli anni successivi le reunion degli altri componenti furono relativamente sporadiche, ma di fare un altro album da studio, giustamente, non sembra proprio il caso.

A conti fatti il gruppo viene considerato principalmente come influenza per i gruppi futuri, personalmente penso che avrebbero meritato più considerazione per quanto prodotto.