Motley Crue: Hair Metal

(U.S.A. – 1981)

Il gruppo più di cattivo gusto della storia! Diciamo la verità: musicalmente, rispetto a gruppi quali per esempio Led Zeppelin, Pink Floyd, piuttosto che Doors siamo anni luce, ma come attitudine da star forse soltanto i Kiss gli sono stati superiori. Fatta questa premessa, aggiungo che comunque qualcosa di valido (nemmeno poco) a livello musicale nella loro discografia lo riesco a vedere, sebbene il merito maggiore che deve essere attribuito a loro è che per l’immagine che hanno trasmesso nessuno, nemmeno i Guns ‘n Roses, è riuscito a rappresentare in maniera così nitida la scena glam americana di metà anni ’80.

Passando alla discografia, dei primi tre album non c’è da dire granché: la band si limita a fare il proprio compitino come una band qualunque; la svolta arriva col quarto: “Girls, Girls, Girls” del 1987: il gruppo estremizza tutto quanto precedentemente proposto; chitarra e voce si fanno ancora più alte ed acute, il look è visibilmente votato all’eccesso, soprattutto grazie alle fortissime personalità dei singoli componenti, che più di ogni altro incarnano all’eccesso gli stereotipi delle star; un’altra citazione la bisogna fare per i testi, ora romantici, ora maschilisti fino all’eccesso. Il disco di per sé è gradevole, vuole apparire come estremo, ma in realtà è parecchio semplice ed orecchiabile.

Queste caratteristiche faranno la fortuna del loro eccezionale seguito: “Dr. Feelgood”; quando si pensava che il gruppo avesse dato il massimo, ecco servito il carico da 90; il lavoro di per sé non si distingue parecchio dal precedente, solo è più continuo nei suoi eccessi.

Arrivati all’apice della loro carriera, alla fine degli anni ’80 i furono risucchiati da quello show business che tanto hanno sfidato, col risultato che negli anni ’90 il gruppo passò praticamente inosservato dal punto di vista musicale. Da notare c’è solo l’abbandono temporaneo del cantante Vince Neil, sostituito da John Carabi; dopo il ritorno di Neil arrivò l’abbandono del batterista Tommy Lee, sostituito da Randy Castillo; musicalmente il gruppo continuò a produrre fino al 2000, con risultati discutibili, ma quello che fece parlare della band fu la vita smodata dei loro componenti, diventati più personaggi da gossip che musicisti. Sui progetti paralleli che ha visto coinvolti i vari membri è meglio stendere un velo pietoso; nel 2008 “Saints of Los Angeles”, infine, sembra essere un episodio estemporaneo in una carriera che ha avuto il suo apice nella seconda metà degli anni ‘80.

Quello che ci offrirà il futuro non lo so, ma se musicalmente non mi sento proprio di dargli fiducia, dal punto di vista dell’immagine sono convinto che possono tornare a stupirci.

Il rock graffiante degli Aerosmith

(U.S.A. – 1973)

Gruppo camaleontico, capace di adattarsi al cambiare dei gusti del grande pubblico, gli sono riusciti sempre e comunque a rimanere sulla cresta dell’onda.

Nati come cloni dei Rolling Stones, anche per una vaga somiglianza del leader, il cantante , con Mick Jagger, esordiscono con l’omonimo album che richiama non poco il sound tipico degli Stones di “Aftermath”. Il disco, nonostante sia un po’acerbo, si fa comunque notare per le doti vocali del cantante, ma anche per i pezzi di chitarra di Joe Perry. In questo album, inoltre, è contenuto probabilmente il pezzo meglio riuscito della carriera degli : “”.

L’album che segna una prima consacrazione, comunque, è il terzo “Toys in Attic”, che abbraccia sonorità più vicine all’ ed innalza definitivamente Tyler come artista e personalità di spicco. Gli album successivi, però, non riescono a ripetersi, e l’abbandono di Joe Perry ne certifica il momento di crisi, superato dal ritorno del chitarrista nel 1987, anno in cui esce “Permanent Vacation”; da qui inizia la seconda vita degli : i suoni si avvicinano a quel tanto di moda in quel periodo, ed i componenti della band si adattano alla perfezione a quello stile di vita eccessivo che in quegli anni era una componente essenziale per essere una star.

La consacrazione definitiva, però, arriva con il loro album meglio riuscito: “” del 1989, dove i suoni delle chitarre sono ancora più alti, e la voce di Tyler si fa ancora più acuta. Brani divertenti e carichi di energia si alternano a ballate strappalacrime, in perfetto stile .

Dopo i primi anni degli anni ‘90, però, il genere musicale in questione perse di colpo interesse, ed agli toccò dover dare un’altra dimostrazione di maturità, ecco quindi “”. L’album segna un ritorno al -blues, con aggiunta di molte parti romantiche piene di effetto.

Da lì in avanti, però, la band sembra avere un interesse maggiore per la loro immagine di eterni giovani, piuttosto che per produzioni musicali rilevanti; gli ultimi dischi sono incentrati su qualche singolo di discreto impatto, che si lega perfettamente ai gusti musicali dei giorni nostri, ma sebbene il successo commerciale mi smentisca completamente, rimango comunque perplesso sulla qualità di questi ultimi lavori.