I Queen: un gruppo rock dalle mille facce

Queen (U.K. – 1973)

Una di quelle band che diventerà un simbolo degli anni ’80. La carriera dei Queen, come si può vedere, inizia molto prima, ma è proprio in quegli anni che la band riesce ad esprimere il meglio di sé, adattandosi perfettamente ai gusti del tempo, ma riuscendo comunque a mantenere una propria identità ben definita.

L’omonimo disco di esordio è del 1973, ed è profondamente diverso da quello che poi sarà lo stile della band: il genere qui proposto lo si potrebbe benissimo accostare ad un hard rock stemperato dalla presenza del pianoforte, suonato dal leader: il cantante Freddy Mercury. Pur non essendo un album rappresentativo della band, lo considero comunque un ottimo disco, così come il terzo “Sheer Heart Attack”, nel quale la band calca ancora di più la mano e fa un altro album ancora più decisamente accostabile all’hard rock: magari meno esoterico rispetto a quello classicamente inteso, ma pur sempre hard rock.

Il successo di critica, però, il gruppo lo raggiunge nel 1975 con “A Night at the Opera”, generalmente considerato come il miglior lavoro del gruppo da parte della critica. Personalmente sono d’accordo col fatto che qui è contenuto il singolo meglio riuscito della carriera dei Queen, “Bohemian Rhapsody”, tuttavia penso che la band avrà modo di fare cose molto migliori in futuro. Il disco vorrebbe strizzare l’occhio alla musica classica, ed in parte ci riesce anche bene, ma se il loro scopo era quello di creare un’operetta, il tentativo non mi sembra completamente riuscito, dal momento che l’album risulta essere piuttosto frammentario. Il seguente “A Day at te Races” doveva essere la parte goliardica del precedente, ed in questo caso, con un impegno meno cervellotico, il disco risulta essere se non altro più omogeneo: il gruppo fa quello che meglio sa fare, ossia il rock, e l’album che ne viene fuori è piacevolissimo all’ascolto.

Nel 1977 succede qualcosa di molto strano: “News of the World” è un successo di livello planetario; le canzoni “We will Rock You” e “We are the Champions” sono forse i loro maggiori successi commerciali, tanto da essere tuttora dei veri tormentoni. Musicalmente parlando, però, questa è orse la peggior prova della band: la maggior parte dei pezzi sono scontati fino a sembrare disarmanti, il rock degli album precedenti si è decisamente ammorbidito; di positivo si può trovare solo un fatto, che però ha una importanza gigantesca: è probabilmente questo l’album di massimo riferimento di quella che poi sarà la scena pop. Il gruppo, forte del successo ottenuto, dimostra di essere ancora di livello qualitativo alto col seguente “Jazz”, grandissima prova del gruppo. Il rock duro e vivace degli esordi si combina perfettamente con pezzi più leggeri e commerciali; è un disco che riesce ad accontentare i gusti di tutti, da chi è abituato a suoni più elaborati a chi ascolta la musica in maniera più disinteressata.

Negli anni successivi il gruppo ha un leggero calo (a dire il vero l’album “Flash Gordon” è un vero e proprio tonfo); di notevole ci sono solo alcuni singoli come “Crazy Little thing Called Love” e “Under Pressure”, finché nel 1984 arriva l’ottimo “The Works”. L’album, trainato da un altro successone come “Radio Ga Ga”, rappresenta in pieno quello che è e sarà da quel momento lo stile del gruppo: un rock leggero nel quale trovano spazio i bellissimi riff di chitarra di Brian May, le tastiere e, soprattutto, la fantastica voce di Freddy Mercury, diventato uno dei simboli di quegli anni, sia per la sua vita sregolata, sia, giustamente, per le sue abilità canore. Gli album che seguono sono su questo stile e contengono grandissimi successi quali “A Kind of Magic” o “I Want it All”

Il gruppo riesce, comunque, ad elevarsi ulteriormente con l’eccezionale “Innuendo”. Qui più che mai la band mostra le sue capacità compositive, togliendosi di dosso quell’etichetta di autori di musica leggera che spesso li aveva zavorrati a livello artistico. La title-track è, alla pari con “Bohemian Rhapsody”, la miglior canzone mai prodotta dai Queen; all’interno del disco, poi, si trovano anche numerosi altri pezzi che dimostrano che la band meritava più considerazione da parte della critica.

Nel 1991 Freddy Mercury perse la battaglia con la sua vita spericolata e morì di AIDS; è triste dire che è proprio quello il momento di massima popolarità della band.

Dopo una rivalutazione, una pausa di riflessione, diversi tributi, ed un improbabile album postumo prodotto nel 1995, i componenti rimasti decisero di prendersi una pausa di riflessione; recentemente Brian May e Roger Tayolr decisero di rimettersi in gioco assoldando Paul Rodgers, una voce completamente diversa da quella di Mercury, ma comunque molto incisiva e carismatica. Quello che fa il gruppo ora è principalmente divertirsi a risuonare con una voce diversa i loro grandi successi; nel 2008 i tre decisero di fare il grande passo e produssero “Cosmos Rocks”: quella che poteva essere considerata un’idea fuori luogo, tutto sommato non si può neanche considerare come un brutto album, ma penso sia giusto vederlo come un episodio estemporaneo: diversamente sarebbe di cattivo gusto.

Il rock graffiante degli Aerosmith

Aerosmith (U.S.A. – 1973)

Gruppo camaleontico, capace di adattarsi al cambiare dei gusti del grande pubblico, gli Aerosmith sono riusciti sempre e comunque a rimanere sulla cresta dell’onda.

Nati come cloni dei Rolling Stones, anche per una vaga somiglianza del leader, il cantante Steve Tyler, con Mick Jagger, esordiscono con l’omonimo album che richiama non poco il sound tipico degli Stones di “Aftermath”. Il disco, nonostante sia un po’acerbo, si fa comunque notare per le doti vocali del cantante, ma anche per i pezzi di chitarra di Joe Perry. In questo album, inoltre, è contenuto probabilmente il pezzo meglio riuscito della carriera degli Aerosmith: “Dream On”.

L’album che segna una prima consacrazione, comunque, è il terzo “Toys in Attic”, che abbraccia sonorità più vicine all’hard rock ed innalza definitivamente Tyler come artista e personalità di spicco. Gli album successivi, però, non riescono a ripetersi, e l’abbandono di Joe Perry ne certifica il momento di crisi, superato dal ritorno del chitarrista nel 1987, anno in cui esce “Permanent Vacation”; da qui inizia la seconda vita degli Aerosmith: i suoni si avvicinano a quel glam metal tanto di moda in quel periodo, ed i componenti della band si adattano alla perfezione a quello stile di vita eccessivo che in quegli anni era una componente essenziale per essere una rock star.

La consacrazione definitiva, però, arriva con il loro album meglio riuscito: “Pump” del 1989, dove i suoni delle chitarre sono ancora più alti, e la voce di Tyler si fa ancora più acuta. Brani divertenti e carichi di energia si alternano a ballate strappalacrime, in perfetto stile glam metal.

Dopo i primi anni degli anni ‘90, però, il genere musicale in questione perse di colpo interesse, ed agli Aerosmith toccò dover dare un’altra dimostrazione di maturità, ecco quindi “Get a Grip”. L’album segna un ritorno al rock-blues, con aggiunta di molte parti romantiche piene di effetto.

Da lì in avanti, però, la band sembra avere un interesse maggiore per la loro immagine di eterni giovani, piuttosto che per produzioni musicali rilevanti; gli ultimi dischi sono incentrati su qualche singolo di discreto impatto, che si lega perfettamente ai gusti musicali dei giorni nostri, ma sebbene il successo commerciale mi smentisca completamente, rimango comunque perplesso sulla qualità di questi ultimi lavori.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.

Il progressive esoterico dei Van Der Graaf Generator

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Van Der Graaf Generator (U.K – 1969)

Per gli amanti delle cose complesse eccovi qui un gruppo progressive di quanto mai difficile ascolto.

I Van Der Graaf Generator non fanno parte dell’olimpo del progressive, in quanto hanno sempre prediletto suoni esoterici ed a tratti cacofonici, lasciando molte volte perdere la linearità delle loro composizioni; questo è stato il loro difetto, ma allo stesso tempo anche la loro migliore peculiarità.

L’esordio “The Aerosol Grey Machine”, a dire il vero, nega decisamente quanto detto da me: il genere proposto è un progressive linearissimo, con canzoni piuttosto brevi e soprattutto dall’ascolto piuttosto immediato. L’album è molto buono, ma generalmente è considerato il meno rappresentativo della band, sia per le differenze che presenta rispetto a quelli che saranno i lavori futuri, sia perché lo si può benissimo considerare come un album solista di quello che è il leader assoluto della band: quel grandissimo cantante/chitarrista che risponde al nome di Peter Hammill, sicuramente uno degli artisti più sottovalutati del rock.

“The Least We Can do Is Wave to Each Other” è il secondo lavoro del grupo, e rappresenta il primo vero cambiamento: già dal titolo si capisce che si tratta di un lavoro di difficilissimo ascolto, con pezzi molto elaborati e spesso disarmonici; il risultato finale è sicuramente molto interessante, ma l’ascolto richiede comunque pazienza.

Nel 1971 la band produsse il suo quarto album: “Pawn Hearts”, giudicato sia dalla critica sia dal pubblico il punto più alto della band. Il disco è sicuramente ottimo, vuole essere la risposta ad “Ummagumma” dei Pink Floyd (infatti era stato originariamente progettato come doppio); qui i richiami alla musica da camera ed al jazz sono continui, e la versatilità di Hammill raggiunge livelli elevatissimi, ma come si può capire anche questo è un lavoro dall’impatto iniziale veramente difficile.

Negli anni successivi il gruppo continua sulla sua stessa personalissima direzione, facendo uscire “Godbluff”, dai ritmi leggermente più intimisti, e “Still Life”, leggermente più energico.

L’ottavo album del gruppo è “The Quiet Zone, The Pleasure Done” del 1977: a mio parere è questo il loro miglior lavoro; i richiami alla musica classica sono più forti che mai e c’è più attenzione alla melodia, la qualità è chiaramente di livello altissimo. Questo fu anche l’ultimo disco da studio della band, che si prese una pausa di 28 (!) anni.

Tornati di recente con “Present”, i Van Der Graaf Generator dimostrano di essere più che vivi: ero molto prevenuto su questa uscita, per cui la sorpresa di trovarmi davanti ad un gran bel disco è stata doppia, ed aumenta ulteriormente con “Trisector” del 2008. Il difetto gigantesco di questi due lavori è quello di essere usciti in un momento storico (i nostri anni) in cui il progressive non ha veramente più senso di esistere, ma i lavori in sé sono parecchio validi, ed è ingiusto che siano passati inosservati.

Vedere un gruppo così vivo dopo quasi 40 anni è davvero un fatto più unico che raro.

L’hard rock raffinato dei Led Zeppelin

Led Zeppelin (U.K. – 1969)

Un’altra delle più belle pagine del rock. Spesso considerati i pionieri, nonché i massimi esponenti dell’hard rock, i Led Zeppelin sono e saranno sempre loro: Jimmy Page alla chitarra, Robert Plant alla voce, John Paul Jones al basso, e John Bohnam alla batteria. Personalmente ritengo che sia inutile e sbagliato ingabbiarli in un genere: i Led Zeppelin sono i Led Zeppelin, punto e basta.

Il loro omonimo album di esordio già mostra quanto di buono il gruppo sa fare: il ruolo di leader inizialmente lo si deve attribuire a Jimmy Page, chitarrista proveniente da quella fucina di talenti che erano gli Yardbirds (vedi Eric Clapton). I lunghi suoi lunghi assoli di chitarra sono stati si un costante punto di riferimento per l’hard rock, ma non è giusto limitare il tutto ad un insegnamento per le generazioni future: quanto proposto da Page è tuttora qualcosa di difficilmente raggiungibile.

Il seguente disco, senza grande sforzo di fantasia, si chiama “Led Zeppelin II”; il risultato è un ulteriore passo avanti: il disco è un autentico capolavoro. Page tira fuori riff ora estremamente aggressivi (Whole Lotta Love”), ora estremamente melodici (“Thank You”). Oltre al chitarrista, però, è necessario sottolineare la prestazione di Plant, che si adatta perfettamente alle ritmiche del disco.

Il terzo lavoro si chiama “Led Zeppelin III” e, sebbene ci sia un primo parziale cambiamento di stile, siamo di fronte ad un altro album eccezionale. I riff duri lasciano un po’più spazio a ritmi tipicamente folk, e preparano a quella che sarà la loro opera magna, intitolata semplicemente “IV”: uno dei migliori album in assoluto della storia del rock. L’eclettismo di tutti i componenti viene fuori come non mai; il disco è una continua esibizione di versatilità, ma sempre nel pieno rispetto della melodia. “Stairway to Heaven” è la canzone simbolo, e col tempo diventerà uno dei più famosi brani della storia del rock, ma è tutto l’album ad essere particolarmente mirabile.

Una volta fatto il meglio, la band riuscì ancora a rimanere su altissimi livelli col seguente “Houses of the Holy”, un altro disco fenomenale, il più selvaggio e brutale della loro discografia. In questo caso è Bohnam a farsi notare con la sua batteria.

Arrivati a questo punto, la band iniziò a fare cose “solamente” buone: “Physical Graffiti” è un disco più che carino all’ascolto, ma non aggiunge niente a quanto (tantissimo) di buono fatto in precedenza. Il seguente “Presence” rappresenta, ahimè, un passo indietro, mentre “In thug the out Door”, l’ultimo lavoro da studio della band, risulta divertente all’ascolto, ma niente di più.

Nel 1980 avviene il dramma: John Bohnam durante una festa a casa di Page fu trovato morto soffocato dal proprio vomito; i Led Zeppelin accusarono il colpo, tanto che la band decise di non continuare, e l’ultimo album prodotto dopo il 1980, tolte le raccolte, è il divertente “Coda”, composto da inediti e parti dal vivo. Che si trattasse di un omaggio a Bohnam lo si può chiaramente capire dall’ampio spazio lasciato alle ecletticissime esibizioni di batteria.

In conclusione, se i seguaci del rok classico si divertono a chiedersi se siano meglio i Beatles o i Rolling Stones, quelli del rock duro fanno lo stesso con Led Zeppelin e Deep Purple, continuando la tradizione degli aut-aut tanto cara agli inglesi.

Personalmente penso che i Led Zeppelin siano stati un gruppo magari di ascolto non immediato, ma sicuramente più universali e probabilmente anche più di impatto dei Deep Purple. Sicuramente sono un punto fondamentale della storia del rock.

I King Crimson ed i capolavori del progressive

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King Crimson (U.K. – 1969)

Progressive.

Spesso per definire il genere musicale di un gruppo bisogna ricorrere a centinaia di etichette, col risultato che non li si riesce a collocare in nessun ambito; in questo caso la definizione di progressive coincide alla perfezione con la musica dei King Crimson: rock con forte richiamo a tematiche della musica classica, con particolare attenzione per le capacità tecniche dei singoli componenti.

La discussione sul fatto se i King Crimson siano stati il primo gruppo progressive della storia, oppure abbiano semplicemente ripreso dai Moody Blues non mi può interessare di meno: qui siamo davanti ad una delle migliori band di sempre, punto e basta.

L’esordio “In The Court of the Crimson King” è la quint’essenza del progressive, anzi, a mio parere è il miglior album della storia del rock. In questo disco delle parti assimilabili all’hard rock si combinano alla perfezione con ritmi più cadenzati e classici, tenendo sempre un occhio di riguardo al jazz ed alla psichedelica. La chitarra del leader Robert Fripp è la protagonista, ma anche Greg Lake (che poi andrà a fare parte degli Emerson Lake & Palmer) si fa notare per le sue favolosi parti di basso e, ancora di più, per la voce. Ciliegina sulla torta, la fantastica e inquietante copertina, rappresentante il volto di un uomo delirante.

Gli album seguenti continuano sulla stessa riga, sempre con ottimi risultati, ma per arrivare ad un altro capolavoro assoluto bisogna arrivare al quarto disco: “Islands”: alcuni componenti sono cambiati, ma la musica proposta rimane di livello eccelso: ancora un altro degli album migliori della storia.

I risultati rimangono formidabili col seguente “Lark’s Tongues in Aspic”: quello che c’è da notare è il primo, leggero, cambiamento di stile: le parti hard rock degli esordi si sono ammorbidite, fino a diventare jazz; le parti della musica classica sono sempre più presenti, e le improvvisazioni si fanno più lunghe, ma senza mai diventare fastidiose.

Nel 1974 il gruppo arrivò a produrre “Red”, il settimo album da studio; quello che poi sarà l’ultimo disco prima di un lungo periodo di riposo rappresenta il primo significativo cambiamento: i brani sono molto più orecchiabili e di facile ascolto; la musica classica, e soprattutto le sperimentazioni danno posto a ritmi più melodici. Si tratta comunque di un altro capolavoro, ed è la prova che i King Crimson sanno fare anche cose facili.

Sette anni dopo “Red”, il gruppo si rifondò; i cambiamenti dei gusti musicali si fecero sentire anche all’interno della band, e quello che ne viene fuori è “Discipline”: sebbene contestato dai fans, penso che a chiunque piacciano gruppi come i Police non possa non essere entusiasta di questo disco, perfetto adattamento alla musica del momento. Sinceramente non penso avrebbe avuto molto senso continuare con un genere quale il progressive, che ormai aveva fatto la sua storia e dato quello che aveva da dare. Il primo scivolone, semmai, arrivò col successivo “Beat”, questo si un album privo di qualsiasi interesse.

La band ebbe, però, modo di rifarsi alla grandissima con un altro disco, che nonostante anche questo sia stato molto criticato, lo considero un altro lavoro assolutamente fondamentale: “Three of a Perfect Pair”. Qui emerge, ancora più che negli altri dischi, il bassista Tony Lewin, che si occupa anche dei campionatori: sicuramente un grandissimo talento del rock. E’ lui a trainare l’album in maniera sempre varia e mai scontata.

A questo punto il gruppo si sciolse un’altra volta, per poi rifondarsi ancora undici anni dopo. “Thrax” è il primo album della terza epoca: così come il progressive negli anni ’80, ora è il rock degli anni ’80 a non interessare a nessuno, e anche in questo caso la band riesce ad adattarsi alle mode del momento, senza però apparire come dei finti giovani: il sound proposto richiama fortissimamente all’hard rock classico in stile Deep Purple; il disco è più che buono, ma un gruppo che si scioglie per due volte per così tanto tempo, evidentemente, perde di interesse: l’album fu pressoché completamente snobbato, così come i lavori seguenti; questi ultimi, in effetti, non riescono a ripercorre le ottime cose fatte in precedenza, ma ad una band capace di creare qualcosa di fenomenale, rinnovarsi, e riproporsi una terza volta, è francamente impossibile chiedere di più.