L’alternative metal a tutto tondo degli A Perfect Circle

(U.S.A. – 2000)

Il motivo del loro nome non lo conosco, ma una cosa è sicura: non potevano sceglierne uno più adatto: come in una circonferenza tutti i punti sono equidistanti dal centro, così gli a Perfect Circle possono essere collocati al centro del panorama musicale, rimanendo equidistanti da qualsiasi genere; per comodità li possiamo collocare nell’alternative metal, o forse nel crossover (nel senso che vanno oltre i canonici generi musicali), e con uno sforzo di immaginazione non mi sembra una bestemmia se li identifico come dei Faith no More proiettati nel nostro millennio.

Parlando della discografia, l’esordio “Mer de Noms” si distingue subito per il fatto che, appunto, contiene un po’di tutto, ma senza esagerazioni: la voce è pulita ma non invedente, anzi, è piuttosto introspettiva; la chitarra è energica ma non veloce, quanto piuttosto penetrante, le atmosfere di fondo sono scure e malinconiche, ma non catastroficamente distruttive, come tanto era di moda negli anni ’90; in definitiva, l’album è molto bello per l’equilibrio che riesce a creare.
Il successivo “Thirteenth Step” non raggiunge i livelli dell’esordio, ma rimane comunque più che discreto, sebbene inizi a prevalere quella componente malinconica, che alla lunga rischia di essere pesante.
Il lavoro successivo è “eMOTIVE”: per un mio regolamento personale non dovrei parlare di album di cover, ma in questo caso è necessario fare un’eccezione: in questo disco il gruppo non rende omaggio a canzoni del passato, riproponendole in maniera bella o brutta, bensì le stravolge, togliendonoe quasi le linee ritmiche principali: il loro genere prediletto da “coverizzare” è il blues/soul, ma è d’obbligo citare la cover di “Imagine”, sicuramente una delle meglio riuscite della storia. Anche in questo caso le ritmiche malinconiche ed intimiste sono protagoniste, ma stavolta funzionano come elemento di risalto del disco, elevando il risultato finale.

Se la band abbia intenzione di continuare con la produzione, è ancora incerto, però sarebbe sicuramente un peccato che un gruppo capace di produrre lavori così affascinanti terminasse così presto la carriera.

Il tormentone degli White Stripes

The White Stripes (U.S.A. – 1999)

“Po-po-po”. Questo ritornello è, e probabilmente sarà sempre, la croce e delizia degli White Stripes. Di positivo per gli ex coniugi Jack e Meg White c’è il fatto che quello che probabilmente rimarrà uno dei più grandi tormentoni della storia del rock (in particolare in Italia) è una loro canzone; l’altra faccia della medaglia è che per certi versi dovrebbe essere frustrante per un musicista fare diversi lavori, e pure buoni, e vedere tutto messo in secondo piano rispetto al ritornello pure storpiato, di una singola canzone.

Lasciando da parte queste considerazioni, il gruppo esordisce con l’omonimo album del 1999; il disco passò praticamente inosservato, ma all’ascolto di questo lavoro la prima considerazione che mi viene da fare è che i due meritano sicuramente molti più riconoscimenti di tipo artistico, oltre a quelli commerciali. L’album è davvero eccellente, seppur penalizzato da una pessima registrazione, suonato con uno stile rock psichedelico acidissimo che richiama in certi tratti addirittura Jimi Hendrix; la chitarra di Jack White in certi pezzi sembra addirittura prendere vita; considero un delitto non avere dato la giusta considerazione a questo disco.

Il successo commerciale, comunque, iniziò ad arrivare due anni dopo col terzo “White Blood Cells”: la chitarra rimane più o meno quella degli esordi, ma le tematiche musicali di iniziano a spostare dal rock psichedelico ad un più moderno indie; si tratta sicuramente di un buon lavoro, ma è il tipico album che ha bisogno di un’ulteriore conferma per consacrare definitivamente la band. Tale consacrazione arrivò nel 2003, col successivo “Elephant”: l’album di “Po-po-po” (al secolo “7 Nations Army”). Il successo è immediato e di dimensione planetaria; il disco è il perfetto sviluppo del precedente, e grazie al fatto che segue la definitiva maturità musicale del gruppo, è anche il migliore della loro discografia. Del singolo se ne è già parlato abbastanza, solo un’ultima curiosità: la canzone, per diventare veramente celeberrima, impiegò poco più di un anno, quando iniziò ad essere cantata negli stadi; in Italia la prima tifoseria fu quella della Roma, che ne fece un secondo inno, ma l’apice lo si ebbe nel 2006 durante i mondiali in Germania; tuttora la canzone viene cantata (storpiata…) durante praticamente qualsiasi evento sportivo. Tornando al disco, invece, è necessario sottolineare ancora una volta la versatilità e la fantasia di Jack White nello scrivere riff che colpiscono sempre, come nel caso di un altro super singolo: “The Hardest Button to Button”. In questo momento storico mi viene praticamente impossibile trovare un album migliore di “Elephant”.

Andando avanti con gli anni, il gruppo produsse altri due album da studio, tra i quali è particolarmente ben riuscito “Get Behind Me Satam” del 2005, sullo stesso stile consolidato del gruppo. Le voci vorrebbero che i due si siano separati anche dal punto di vista professionale; io sono un cinico, e credo che finiranno con il riunirsi, magari tra qualche anni, ma sono pronto a scommettere su questo; ad ogni modo, tempo per un altro successo i due White ne hanno ancora in abbondanza, ma già così si sono guadagnati una bella fetta di immortalità.

I Queens of the Stoneage ed il Rock del nuovo millennio

Queens of the Stone Age (U.S.A. – 1998)

Per coloro che dicono che in questi anni il rock è piuttosto agonizzante: potete aver ragione, ma se dite che è definitivamente morto, vi invito ad ascoltare i Queens of the Stone Age. Nati dalle ceneri dei Kyuss, gruppo leader di un sottogenere dell’hard rock chiamato stone rock, caratterizzato da ritmi molto secchi, pesanti, bassi e poco veloci, la band prende il nome attuale alla fine degli anni ’90, a dimostrazione di un cambiamento di stile musicale piuttosto netto.

Nell’omonimo album di esordio, i ritmi pesanti e cadenzati tutto sommato rimangono ancora, ma c’è un nettissimo avvicinamento alle linee metriche del rock più classico. Il risultato è molto molto buono, merito soprattutto dei riff di chitarra orecchiabili, ma mai banali, sui quali si sviluppano le canzoni della band.

Dopo un secondo disco che conferma le potenzialità del gruppo, nel 2002 esce “Songs for the Deaf”, giudicato unanimemente l’album della loro consacrazione. Alcuni critici riconoscono che il disco sia effettivamente valido, ma storcono il naso a vederlo come uno dei migliori album del nuovo millennio. Io decido di rilanciare: “Songs for the Deaf” è forse il miglior album di tutto il nuovo millennio: si tratta di una specie di concept album dedicato ai viaggi compiuti in macchina nel deserto californiano, con la sola compagnia della radio; a presentazione della maggior parte delle canzoni, infatti, c’è lo stacchetto radiofonico di turno. I suoni sono più prettamente rock che nei lavori precedenti, e l’album scorre fluidamente, nonostante ogni singola canzone differisca dall’altra per originalità.

Fare meglio era francamente impossibile, ma il successivo “Lullabies to Paralyze” del 2005 ha come unico difetto di sfigurare se paragonato al suo predecessore; in realtà anche in questo caso di pezzi validi, suonati in quello che oramai è il tipico stile del gruppo, ce ne sono parecchi.

La band è ancora in pienissima attività e, sperando che “Era Vulgaris” del 2007 sia il classico scivolone sulla buccia di banana, sono pronto a scommettere che di cose interessanti ne avranno ancora da proporre. Alla facciaccia di chi sostiene che il rock sia morto.

Il Rock da campus degli Weezer

The Weezer (U.S.A. – 1994)

Il gruppo che ha preso il posto dei R.E.M. negli stereo dei Campus universitari americani.

Musicalmente, però, i Weezer altro non sono che una risposta al britpop e soprattutto all’indie di stile britannico. In sostanza, quello che fanno è semplice, ma nella sua semplicità risulta divertente.

Passando alla discografia, la band si fa conoscere al grande pubblico sin dall’album di esordio, “The Blue Album”. La spensieratezza delle canzoni viene in certi momenti stemperata da ritmi più malinconici, facendo risultare il disco relativamente maturo. In questo lavoro è presente la canzone “Buddy Holly”, diventata famosissima, in particolare negli Stati Uniti, grazie al video, nel quale il gruppo prende parte ad una puntata di Happy Days, impersonando una band che si esibiva da Arnold’s. Il genere che fanno, pur essendo carino e di impatto immediato, ha comunque l’enorme difetto di lasciare pochissimo spazio alla versatilità, per cui gli album immediatamente seguenti non riuscirono ad emergere; una eccezione, in verità, è il secondo “Pinketon”, che presenta suoni molto più decadenti ed impegnati; snobbato all’inizio, il disco fu poi rivalutato e considerato il miglior lavoro del gruppo. Personalmente lo ritengo il peggiore: sembra un tentativo di mostrarsi come una band camaleontica e capace di stupire, ma in realtà penso che il gruppo sappia fare, e bene, quello che ha proposto con il primo disco, nient’altro.

Andando avanti con gli anni, il gruppo torna a divertire col quinto album: “Make Believe” del 2005: disco senza pretese, ma perfetta colonna sonora per una ipotetica festa in stile Americano.

Nel 2008 la band ha fatto uscire un altro lavoro, che non eccelle, ma nemmeno stona. L’impressione è che non rimarranno immortali nei secoli dei secoli, ma dopo l’ondata di depressione lasciata da grunge ed epigoni, sono probabilmente il gruppo rock che in questi ultimi anni meglio ha espresso la vitalità e la spensieratezza della musica.

I Korn ed il Nu Metal

Korn (U.S.A. – 1994)

Se il termine metal ai giorni nostri ha ancora senso di esistere, lo si deve anche a quei gruppi che decisero di seguire il filone “nu metal”. Il paragone con Metallica o Judas Priest non ha senso: di metal rimane l’attitudine all’eccesso, ma musicalmente siamo molto distanti, al punto che i più grandi denigratori dei Korn sono proprio i puristi dell’heavy metal.

Facendo un passo indietro, all’inizio degli anni ’90, dopo che i Nirvana hanno tracciato le nuove linee guida dell’alternatività e della trasgressione, ed i Rage Against the Machine avevano iniziato ad aprire le porte ad altri generi precedentemente nemici quali il rap, l’heavy metal duro e puro finì col rimanere col cerino in mano. L’ancora di salvataggio degli alternativi era iniziata ad arrivare col rap, ma un ulteriore aiuto lo si ebbe da altri nemici storici: quei suoni industriali non distanti dalla dance più pesante; quello che viene fuori è un genere basato sui cambi di ritmo: si passa dal veloce al cadenzato con una rapidità impressionante; tutto ciò emerge nell’omonimo album di esordio della band: il disco fece capire subito le qualità dell’eclettico cantante Jonathan Davis e, soprattutto, di quel fenomenale bassista che è Reginald Arvizu, evidentemente ispirato da maestri quali Les Claypool dei Primus.

Il terzo album, “Follow the Leader”, pur rimanendo sullo stesso stile dei precedenti, si fa particolarmente notare per dei pezzi più orecchiabili (sarebbe il segreto di pulcinella nascondere il fatto che i Korn mirino al grande pubblico); l’album è comunque molto ben fatto, sebbene per il loro culmine bisogna arrivare al 2002, con il quinto “Untouchables”. Visto che oramai il metal vecchio stile aveva praticamente smesso di esistere, il gruppo decise di andare ancora più contro i dettami classici, e l’utilizzo dell’elettronica in questo caso fu davvero forte, tanto che sembra prendere spunto, come detto in precedenza, da certi ritmi dance.

Il gruppo, ancora in attività, sembra vivere una fase di crisi: gli ultimi lavori non sono brutti, ma finiscono con l’essere ripetitivi, paralizzati da un genere che comunque non aiuta la versatilità. I Korn, comunque, sono stati il gruppo più convincente di quel fenomeno del nu metal che tanto ha fatto breccia nei ragazzini, dando il là a tonnellate di band che per la quasi totalità dei casi lasciano il tempo che trovano, ma in un periodo in cui sarebbe opportuno un ulteriore rinnovamento, purtroppo, i Korn sembrano essere in difficoltà.

Il Rap Metal dei Rage Against the Machine

Rage Against the Machine (U.S.A. – 1992)

Piaccia o non piaccia, sono stati degli innovatori. All’inizio degli anni ’90, dopo l’uscita di “Nevermind” dei Nirvana e la svolta commerciale di Metallica e Guns’n Roses, l’heavy metal era stato schiacciato, ancor più che musicalmente, dal punto di vista dell’immagine: i leader delle metal band non erano più degli eroi, ed i metallari con i capelli lunghi avevano iniziato ad essere fuori dal tempo; in pratica, per non essere sepolto, l’heavy metal aveva bisogno di un cambiamento radicale. Il lavoro vedremo che sarà fatto da Korn ed epigoni, ma i Rage Against the Machine furono coloro che tracciarono la strada. Il genere proposto, sia chiaro, non è heavy metal, e nemmeno si avvicina, ma rappresenta comunque un’ancora di salvataggio per gli amanti dei suoni forti.

Il genere musicale della band si può definire “Rap Core”, un hardcore (genere derivato dal punk, ma più veloce e con suoni più nitidi), mescolato ad un genere particolarmente odiato nel mondo dell’heavy metal: il rap. Il filo conduttore del gruppo fu, ancor prima della musica, la politica tendente all’estrema sinistra, che finirà con l’influenzare in maniera eccessiva il gruppo ed i singoli componenti.

L’omonimo album di esordio è, appunto, la perfetta fusione tra rap e hardcore: i suoni sono grezzi, piuttosto semplici, ma anche molto originali, ed il disco risulta essere molto ben riuscito.

Ottenuto il successo, il gruppo decise di seguire la propria strada calcando ancora di più su tematiche estreme, soprattutto dal punto di vista dei testi, spesso rivolti alla protesta sociale. “The Battle of Los Angeles” è il loro terzo ed ultimo album, ed è anche il più estremo, sia per i suoni, sia per gli argomenti trattati. Seguirà solo un bell’album di cover, poi il gruppo, coerente con le sue scelte politiche, decise di sciogliersi per evitare di scendere a troppi compromessi con quello show business che inevitabilmente li circondava.

In questi ultimi anni le reunion sono state fatte solamente per l’attività dal vivo; dopo che con il loro rapcore hanno dato il là ad un genere quale il nu metal, che sembra essere arrivato al tramonto, fare un nuovo disco non avrebbe senso. La loro versatilità e soprattutto l’originalità del chitarrista Tom Morello avrebbero potuto regalare al gruppo una carriera più lunga e con più successi, se solo non si fossero fossilizzati sulle loro intransigenze politiche. Per lo meno sono stati coerenti con loro stessi.

Spock’s Beard (Articolo scritto da Ernano Marcello)

E’ strano per una band chiamarsi Spock’s Beard che vuol dire la brba di Spock, leggendario personaggio di Star Trek serie che io amo.
Ma poi penso e dico che sia normale chiamarsi Spock Beard specie se sono una band di musica progressive rock Americana, nati negli anni 90
con un sound che si eè prog e ricorda riminescenza dei Genesis, Yes, Gentle Giant ecc ma anche con un occhio sia al rock duro e un po al pop.
La band è formata da: Neil Morse voce tastiera e chitarra acustica
Nick Di Virgilio, voce e batteria
Alan Morse , chitarra e voce addizzionale
Ryo Okumoto, tastiere e voce add
Dave Meros . basso e voce add.
Il loro primo è the Light del 1995 album che si apre con una lunga suite come di solito si usa nelle tradizioni prog, ma anche il secondo album Beware Of Darkness dove in alcuni brani si può sentire un intro di piano che ricorda fifth of fith dei Genesis e in alcuni, altri brani cori I Gentle Giant.
L’addio di Neil Morse nel 2002 dopo il doppio album Snow, Neil lascia gli Spock per intraprensre una carriera solista e formare a lo stesso tempo un altra band sullo stile Spock’s Beard la band in questione sono i Transatlantick.
A sostituire Neil Morse sarà il batterista nonchè voce Nick Di Virgilio e nel 2003 esce l’album Feel Euphoria più verso un prog metal.
Comunque gli Spock’s sono stati e sono un nuovo ciclo nel campo prog rock che che io consiglio l’ascolto di tutti i loro lavori e se riuscite di vederli dal vivo meglio ancora.
Un SALUTO A TUTTI E CHE IL ROCK SIA CON VOI
Marcello per antologiadel rock

WASP – The Real Me

Sarà che chi vuole rendere omaggio agli Who mi sta automaticamente simpatico, ma questa cover degli WASP la apprezzo particolarmente. Il brano è contenuto nell’album “Headless Children”, uno dei loro più riusciti. Gli WASP, infondo, li ho sempre visti come gli Who dell’heavy metal, per la loro abilità nel fare opere rock, o meglio, opere metal (a tal proposito si ascolti “The Crimson Idol”). Grandiosi.

Yesterday’s Children Sailing

Adesso andiamo sul difficile: gli Yesterday’s Children sono un gruppo rock psichedelico americano autori di un unico, favoloso, disco: il loro omonimo del 1969. Purtroppo questo è tutto quello che si può dire sulla band: discografia breve, ma intensa!

Il Grunge “intellettuale” dei Pearl Jam

Pearl Jam (U.S.A. – 1991)

Certo è che per certi aspetti la storia della musica è veramente ciclica: alla fine degli anni ’70 i Sex Pistols distrussero i vecchi canoni della musica, ed i Clash furono la ciambella di salvataggio del movimento punk davanti agli occhi del mondo; quasi 15 anni dopo il nichilismo dei Nirvana irrompe nel panorama musicale mondiale come uno tsunami; toccò ai Pearl Jam il compito di convincere critica e pubblico che il grunge aveva qualcosa da dire (e neanche poco).

Inutile specificare che anche in questo caso stiamo parlando di un gruppo di Seattle; la particolarità è data dal fatto che con il loro genere impegnato ed intellettuale sono stati coloro che più di tutti hanno dato espressione al disagio espresso da questo genere.

Il loro album di esordio è “Ten”, uscito quasi in concomitanza con “Nevermind” e, subito dietro l’album dei Nirvana, rappresenta il massimo manifesto del genere. La realtà è che, musicalmente parlando, l’esordio dei Pearl Jam è quanto meno un gradino sopra a quello dei Nirvana; a mio giudizio è nettamente il miglior prodotto di tutto il grunge. Particolarmente degni di nota sono, oltre ai riff del chitarrista Steve Gossard, la splendida voce di Eddie Vedder; le tematiche sono quelle tipiche del grunge, ma rispetto ai Nirvana c’è meno aggressività e più riflessività.

Il seguito “Vs” si mantiene sugli altissimi livelli del precedente; forse la prestazione di Vedder è meno notevole, ma il disco rimane comunque più che buono.

Nel 1994 avviene il fattaccio: Curt Cobain fu trovato morto a Seattle; toccò così ai Pearl Jam scrivere l’ultimo atto del grunge con “Vitalogy”; anche qui ci troviamo davanti ad un disco più che buono, ma già vengono tracciate le linee guida di quello che sarà il futuro della band: suoni estremamente più introspettivi e cadenzati, tipo quelli che poi saranno il marchio di fabbrica dei Radiohead e dell’indie pop inglese.

Dopo “Vitalogy” la band produsse altri cinque album che, causa la loro avversione allo show business, ebbero molto meno successo di quanto avrebbero meritato. Il grunge degli esordi si è mutato in un suono molto meno sporco ed ancor meno aggressivo; le parti cattive, relativamente presenti agli inizi, e che si combinavano perfettamente con quelle melodiche grazie al collante della voce di Vedder, sono praticamente sparite; i dischi in sé non sono male, ma purtroppo non si riesce a trovare la genialità degli esordi.

Il gruppo è ancora in attività, e nel 2009 è uscito con “Backspacer”: del grunge non c’è minimamente più traccia; ci troviamo piuttosto davanti ad un rock classico americano, che segue quel filone “nazional-popolare” iniziato con Bob Dylan e proseguito con Bruce Springsteen, e chiaramente riadattato ai tempi che corrono; devo dire la verità: davanti a questi mostri sacri il gruppo perde il confronto, ma riuscire ad arrivare ad un’evoluzione come questa deve essere considerata come un punto di arrivo non da poco: riproporre il grunge adess non avrebbe avuto senso, quindi direi che è meglio così. Per quanto riguarda i loro esordi, ribadisco che artisticamente li ho sempre ritenuti i numeri uno della scena grunge.