I Green Day ed i nuovi gruppi Punk
Gren Day (U.S.A. – 1990)
“Punk is not dead”. A dirla tutta, non mi sembra che il Punk se la passi troppo bene, però, finché ci sarà qualcuno che continuerà a descrivere punk dei gruppi i quali componenti hanno una strana capigliatura, il punk non si può dire definitivamente morto.
I Green Day sono una formazione catalogata come “Post Punk”; le analogie che questo genere ha con il predecessore possono riguardare il disagio sociale degli addetti ai lavori, ma musicalmente siamo piuttosto lontani. Questo genere di punk ha pochissimo a spartire con i Sex Pistols, ancor meno con i Clash, un po’di più con i Ramones e, al limite, con i Kinks piuttosto che (reggetevi forte…) con i Beach Boys; non a caso la maggior parte dei gruppi facenti parte di questo genere (come gli stessi Green Day), proviene dalla California. I risultati mostrano un genere di protesta legato più ai problemi di crescita degli ascoltatori, per la quasi totalità adolescenti; di politico non c’è assolutamente niente.
Parlando della discografia bisogna iniziare col dire che i primi due album del gruppo sono prettamente punk, e passano (fortunatamente per loro…) pressoché inosservati. Passando al 1994 arriviamo alla loro creatura simbolo: “Dookie”. Questo è l’album col quale formalmente si dà inizio al post-punk, che altro non è che un rock accelerato e leggermente sporcato. Il risultato finale, di impatto semplicissimo ed immediato, è comunque molto carino, e rende giusto spazio ad un batterista veramente eccellente: Trè Cool. Il successo è planetario, e tale popolarità non mi sembra nemmeno scandalosa.
Col passare degli anni il gruppo produce altri tre album da studio, nei quali spiccano più che altro alcuni singoli buoni per le radio e per un pubblico piuttosto orientato al commerciale, ma niente di più. Nel 2004, però, arriva l’album della consacrazione: “American Idiot” in verità è molto di più di quello che ci si sarebbe potuti aspettare dalla band: il punk o quel genere non meglio definibile degli esordi è stato completamente abbandonato a favore di sonorità più classicamente rock (io continuo a vedere una certa influenza dei Kinks); le tematiche sono sempre quelle di una sterile protesta e della ribellione giovanile. I singoli estratti sono altamente commerciali, ma se una cosa è fatta bene è giusto rendergliene merito.
La fase in cui si trovano adesso i Green Day è quella del bivio: se riusciranno a ripetere le grandissime cose proposte con “American Idiot” rischiamo di trovarci, commercialmente parlando, ad uno dei più grandi gruppi della storia, altrimenti rimarranno legati ad un genere che li porterà sicuramente ad un grandissimo successo nell’immediato, ma che prima o poi è destinato a sparire; momentaneamente la band si è limitata a produrre un altro album da studio: “21st Century Breakdown”; non dico che siamo davanti al caso della montagna che ha partorito il topolino, ma quasi. Tempo per rifarsi, comunque, ce ne è.

