Il Metal Alternativo secondo i System of a Down

(U.S.A. – 1998)

Un ottimo sviluppo del . Ripartendo dal discorso iniziato con i Korn, abbiamo visto che i loro epigoni furono migliaia di migliaia, ognuno dei quali con una sfumatura di differenza, ma nella quasi totalità dei gruppi questa sfumatura consiste in un colossale niente; per i il discorso è un po’diverso.

Il gruppo è a tutti gli effetti americano, ma è composto da quattro ragazzi di origine armena: le parti lente, melodiche, e alla lunga scontate del , vengono sostituite con dei ritornelli che ricordano fortissimamente il folk della loro terra di origine. Il risultato è interessante e, sotto certi aspetti, lascia a bocca aperta. L’omonimo esordio del 1998 fa effettivamente questo effetto: nessuno aveva mai sperimentato di contaminare il metal in maniera così audace, sicché il risultato finale fu un mezzo successo; il motivo che non sia una pietra miliare del è dal fatto che comunque il prevalere delle parti metal classiche era troppo netto, ed il gruppo magari non se l’è sentita di andare così tanto fuori dalle righe.

La gente rimase comunque affascinata dai ritmi armeni, il gruppo evidentemente si accorse di questo, e nel 2001 tirò fuori il suo più grande successo: “Toxicity”; le parti melodiche, oltre che essere molto originali, sono perfettamente inserite nel contesto musicale: pur rimanendo un album metal risulta essere molto orecchiabile, soprattutto in alcuni suoi singoli.

Come spesso accade agli artisti rock, anche i vennero sommersi dall’ondata di successo che li travolse in maniera inaspettata, e quello show business contro il quale inizialmente si erano schierati, ma con il quale poi si erano abituati a convivere, si riprese tutto: “Steal This Album!” è una ironia frecciata a tutti coloro che avevano iniziato a scaricare gli album su internet; l’attacco vero e proprio, in realtà, è rivolto alla politica di George W. Bush. L’estremità di certe posizioni non giocò a favore del gruppo, e l’album, pur essendo tutt’altro che negativo, passò praticamente inosservato.

Nel 2005 fu la volta di due lavori usciti praticamente in contemporanea, ma questa volta il nemico da affrontare era quasi più grosso della politica: il , come quello vecchio, ha il difetto di essere terribilmente ripetitivo, e per un gruppo è quasi impossibile evolversi; questo è ciò che accadde: questi due dischi si rifanno alla stessa idea di fondo del 1998, senza aggiungere assolutamente niente.

Al momento il gruppo si è preso una pausa; personalmente ritengo che abbiano l’intelligenza per poter uscire da questa situazione di stallo, e per poter fare qualcosa di diverso e più fresco; se però il primo passo è stato l’album da solista del cantante , non c’è da essere ottimisti. Continuo, però, a confidare in loro e penso che si meritino un’altra possibilità.

Il Thrash Metal dei Metallica

(U.S.A. – 1983)

Il nome dice tutto. I sono i leader assoluti del genere , e più specificamente di un sottogenere dello stesso, chiamato , che si contrappone a quello strillato e kitch che era il glam. Musicalmente parlando, la differenza principale sta nei suoni più bassi e cupi, come attitudine i gruppi thrash non sono smodati e votati all’eccesso, hanno più il modo di fare dei brutti e cattivi che è meglio evitare.

I primi due album del gruppo spaziano appunto tra il thrash e l’ di stile Judas Priest di British Steel, ma è col terzo “Master of Puppets” che il gruppo fa veramente parlare di sé: l’ album diventerà l’emblema dell’, con chitarre e batteria velocissime, sebbene quello che più spicca sono le parti di basso proposte da Clff Burton.

Proprio quando la band ed i suoi singoli componenti iniziarono ad essere apprezzati arriva la tragedia: Cliff Burton muore in un incredibile incidente stradale; il pubblico metal, da sempre restio ai cambiamenti, decise di bocciare in anticipo il nuovo bassista Jason Newsed, col quale, invece, il gruppo produsse quello che a mio giudizio è il loro miglior lavoro: “…And Justice For All”. L’album è un nettissimo passo in avanti rispetto ai canonici suoni dell’, in particolare per quanto riguarda la batteria di Lars Ulrich che, anche grazie all’aiuto del computer, diventa un tappeto di suoni per tutta la durata del disco.

Nel 1991 i con il loro omonimo album decisero di dare una svolta commerciale alla loro carriera: del thrash delle origini non c’era più nemmeno l’ombra; l’ classico si fonde con ritmi più lenti che danno vita ad alcune ballate malinconiche che (diciamocela tutta…) nemmeno i cantautori napoletani si sognerebbero di scrivere. Nella sua totalità, però, è un album completo; i fans dell’ lo disconoscono dalla discografia del gruppo, ma personalmente ritengo sbagliato questo ostracismo; grazie a questo disco il gruppo conquistò una fetta molto più ampia di pubblico, e da questo momento il gruppo decise di continuare sulla stessa falsa riga, ma con risultati meno convincenti.
Negli anni successivi il gruppo fece parlare di sè più per il carattere non eccezionale de leader James Hetfield e Lars Ulrich, e per le loro battaglie contro il download dei brani musicali.
Abbiamo detto che gli ultimi album non sono niente di memorabile; l’ultimo, in ordine cronologico, è “Death Magnetic” del 2008: stroncato da critica e pubblico rappresenta un tentativo di ritorno ad un passato che, come è normale che sia, non appartiene più nemmeno a loro stessi.

In conclusione, se siano loro o no il gruppo migliore della storia dell’ non lo so, né mi interessa (a dirla tutta, comunque il mio voto va per i Van Halen); molti gli preferiscono i cugini/rivali Megadeth, capitanati da quel Dave Mustaine che fu chitarrista dei prima del loro esordio discografico. Rimane il fatto che i , per cercare di ottenere una maggior credibilità verso una fetta maggiore di pubblico, penso che abbiano fatto bene a riadattare la loro musica: insistere sul passato rischiava di essere un accanimento fine a se stesso.

Motley Crue: Hair Metal

(U.S.A. – 1981)

Il gruppo più di cattivo gusto della storia! Diciamo la verità: musicalmente, rispetto a gruppi quali per esempio Led Zeppelin, Pink Floyd, piuttosto che Doors siamo anni luce, ma come attitudine da rock star forse soltanto i Kiss gli sono stati superiori. Fatta questa premessa, aggiungo che comunque qualcosa di valido (nemmeno poco) a livello musicale nella loro discografia lo riesco a vedere, sebbene il merito maggiore che deve essere attribuito a loro è che per l’immagine che hanno trasmesso nessuno, nemmeno i Guns ‘n Roses, è riuscito a rappresentare in maniera così nitida la scena glam americana di metà anni ’80.

Passando alla discografia, dei primi tre album non c’è da dire granché: la band si limita a fare il proprio compitino come una band qualunque; la svolta arriva col quarto: “Girls, Girls, Girls” del 1987: il gruppo estremizza tutto quanto precedentemente proposto; chitarra e voce si fanno ancora più alte ed acute, il look è visibilmente votato all’eccesso, soprattutto grazie alle fortissime personalità dei singoli componenti, che più di ogni altro incarnano all’eccesso gli stereotipi delle rock star; un’altra citazione la bisogna fare per i testi, ora romantici, ora maschilisti fino all’eccesso. Il disco di per sé è gradevole, vuole apparire come estremo, ma in realtà è parecchio semplice ed orecchiabile.

Queste caratteristiche faranno la fortuna del loro eccezionale seguito: “Dr. Feelgood”; quando si pensava che il gruppo avesse dato il massimo, ecco servito il carico da 90; il lavoro di per sé non si distingue parecchio dal precedente, solo è più continuo nei suoi eccessi.

Arrivati all’apice della loro carriera, alla fine degli anni ’80 i furono risucchiati da quello show business che tanto hanno sfidato, col risultato che negli anni ’90 il gruppo passò praticamente inosservato dal punto di vista musicale. Da notare c’è solo l’abbandono temporaneo del cantante Vince Neil, sostituito da John Carabi; dopo il ritorno di Neil arrivò l’abbandono del batterista Tommy Lee, sostituito da Randy Castillo; musicalmente il gruppo continuò a produrre fino al 2000, con risultati discutibili, ma quello che fece parlare della band fu la vita smodata dei loro componenti, diventati più personaggi da gossip che musicisti. Sui progetti paralleli che ha visto coinvolti i vari membri è meglio stendere un velo pietoso; nel 2008 “Saints of Los Angeles”, infine, sembra essere un episodio estemporaneo in una carriera che ha avuto il suo apice nella seconda metà degli anni ‘80.

Quello che ci offrirà il futuro non lo so, ma se musicalmente non mi sento proprio di dargli fiducia, dal punto di vista dell’immagine sono convinto che possono tornare a stupirci.