Captain Beyond – Dancing Madly Backwards (on a sea of air)

Quando si parla di gruppi che non hanno avuto il successo che avrebbero meritato, uno dei primissimi esempi che mi viene in mente sono i Captain Beyond; band capitanata dall’ex Deep Purple Rod Evans, il gruppo si limitò a produrre due eccellenti album, ed un terzo meno riuscito. La canzone in questione proviene dal primo omonimo album, che non mi vergogno a considerare un capolavoro, anche paragonandolo ai grandissimi nomi. Il primo ed il secondo disco della band sono obbligatori per chi ascolta hard rock, ma più in generale chiunque amante del rock non può non apprezzarli.

Stray – Son of the Father

Gli Stray sono un gruppo hard rock inglese con una discografia piuttosto massiccia. Sinceramente di loro non trovo niente di immortale, con un’unica eccezione: il secondo album “Suicide”, da cui viene la canzone qui proposta. Gruppo consigliato agli amanti dell’hard rock di stile classico, album assolutamente consigliato a tutti.

Warhorse – Burning

Gruppo capitanato dall’ex bassista dei Deep Purple Nick Simper, i Warhorse sono un gruppo hard blues, più orientato verso l’hard che verso il blues. La canzone proviene di due album, tra cui il primo omonimo, datato 1970, che comprende la canzone qui proposta. Interessanti per gli amanti dell’hard rock, per gli altri un’ascoltata comunque la meritano

L’hard rock duro e puro degli Uriah Heep

Uriah Heep (U.K. – 1970)

Nel calderone dei gruppi che dopo aver fatto il loro tempo hanno voluto continuare in maniera indefessa a produrre album, col risultato di fare del male a loro stessi, sicuramente vanno inseriti gli Uriah Heep.

Il genere proposto dalla band è il tipico hard rock britannico degli anni ’70, niente di più, niente di meno.

L’esordio “Very ‘Eavy, Very Umble” magari non è il miglior album hard rock della storia, ma non mi vergogno a ritenerlo il più rappresentativo dell’intero genere: i riff di chitarra sono distorti fino all’inverosimile, i pezzi sono veloci ed incisivi, la voce è altissima (almeno per gli standard del periodo); l’album, nella sua semplicità, è veramente eccezionale.

Dopo un buon riscontro di critica e pubblico, la band provò ad evolvere il proprio sound, ed il seguente “Salisbury” è sicuramente l’episodio più atmosferico ed orchestrale della carriera della band; le metriche sono più sofisticate, ma il disco perde di quella rabbia primordiale che era stata la carta vincente dell’esordio. In definitiva, l’album è bello ed originale, ma il gruppo dimostra di non essere molto adatto per le alchimie tecniche.

Il seguente “Look at Yourself” rappresenta una decisa marcia indietro: nonostante la rabbia dell’esordio si sia un po’ persa, ritornano i ritmi prettamente hard rock che rendono il disco veloce e vivace all’ascolto.

Nel 1972 il quarto album “Demons & Wizards” rappresenta il maggior successo commerciale della band; personalmente preferisco la primordialità dell’esordio, ma è vero che artisticamente rappresenta un ottimo lavoro, ed il singolo “Easy Livin’” rimarrà il loro più grande successo e con gli anni diventerà uno dei pezzi più coverizzati della storia. La formula è quella vincente: hard rock, niente di più.

Raggiunto l’apice del successo, la band inizia a mischiare il loro stile tipico con ritmi più tendenti al blues, senza però trascurare l’energia sprigionata in ogni disco; di questo periodo è meritevole di una citazione “The Magician’s Birthday” del 1972. Cinque anni dopo, la band propone con “Firefly” un ritorno alle sonorità degli esordi discretamente riuscito. Questo rimarrà, purtroppo, l’ultimo disco degno di nota della band.

I seguenti lavori partono da un periodo in cui vengono abbracciati i ritmi del folk rock (i lavori fino agli anni ’80), per arrivare poi ad intraprendere la strada dell’heavy metal, che tuttora percorrono. Di questo periodo non c’è molto da salvare, anche a causa dei continui cambi di formazione: il cantante David Byron lasciò il gruppo nel 1976 e da lì ai giorni nostri l’unico album degno di nota è stato il già citato “Firefly”. Gli avvicendamenti alla voce furono numerosissimi, e questo chiaramente non giovò al gruppo, ma la vera mazzata la band la ebbe nel 1980, quando il tastierista Ken Hensley, fino a quel momento forse il vero leader della band, decise di lasciare.

Nel 2008, dieci anni dopo, il gruppo è tornato a produrre un nuovo album da studio, ma questo non ha fatto altro che screditare ulteriormente il nome della band. Peccato, perché quanto fatto all’inizio degli anni ’70 vale di più di quanto gli sia stato effettivamente riconosciuto.

Gli Hawkwind e lo space rock

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Hawkwind (U.K. – 1970)

Essere in attività da quasi quarant’anni ha un vantaggio ed uno svantaggio: il vantaggio è che sei sempre e comunque stimato, se non altro, per la tua coerenza; lo svantaggio è che se non hai sbarcato il lunario quando dovevi, ora diventa veramente impossibile.

Questo discorso lo si può perfettamente proiettare sugli Hawkwind, sempre ben voluti dal pubblico, ma mai ritenuti leader di qualche “macro-genere”, anche perché collocarli in un contesto musicale non è facilissimo. Negli anni della loro miglior produzione, infatti, il gruppo ha fatto lavori troppo sofisticati per essere catalogati hard rock, ma sicuramente di impatto troppo forte per essere catalogati progressive. Per inserirli da qualche da qualche parte, bisogna tirare fuori un genere di nicchia, lo “space rock”, una via di mezzo, appunto, tra hard rock (diciamo 80%) e rock progressive-psichedelico.

Se abbiamo detto che alla band bisogna riconoscere una certa coerenza musicale, lo stesso discorso non lo si può fare sulla line-up: l’unico componente della formazione originale che ancora fa parte della band è il chitarrista Dave Brock.

Passando alla discografia, il primo album veramente degno di nota del gruppo è il terzo “Do Re Mi Fa Sol La Ti Do” del 1972; se devo essere sincero penso che più avanti il gruppo farà lavori decisamente migliori, ma rimane il fatto che questo sarà l’album più apprezzato della band, il maggior successo, ed il primo ad avere nella formazione il bassista Lemmy Klimster.

Il successivo “Hall of the Mountain Grill” è il lavoro successivo, e qui viene ad emergere il ruolo di protagonista di Lemmy, che da lì a poco andò a fondare i Motorhead, gruppo heavy metal dal buon successo commerciale, ma che personalmente considero un gradino sotto gli Hawkwind. Questo è il primo disco veramente eccezionale della band, nel quale emergono alla grandissima le peculiarità dello space rock precedentemente definite.

L’album che segue, “Warriors on the Edge of Time” è l’ultimo con Lemmy alla voce, ed è il miglior lavoro del gruppo. La personalità che emerge di più, in verità, fu quella di Nick Turner, artista eccelso che predilesse l’abbondante utilizzo di strumenti non proprio hard rock quali il sintetizzatore e, soprattutto, il violino elettrico.

Tempo per un altro buon disco, ed anche Turner decise di abbandonare; l’album che seguì fu “Quark, Strangeness & Charm”; l’eclettismo e l’originalità dei primi dischi furono decisamente messi da parte, favorendo un suono più duro che durò per altri 18 (finora) album da studio. Il disco in questione è sicuramente più che buono, ma non trovò seguito, o meglio, lo trovò in maniera eccessiva, nel senso che i dischi successivi non brillarono certo per originalità, ed il gruppo pensò più a cambiare la line-up piuttosto che fare album da studio validi, col risultato di screditare, purtroppo, anche le cose eccezionali fatte con Turner.

L’ hard rock e le sue atmosfere macabre: i Black Sabbath

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Black Sabbath (U.K. 1970)

Quando si parla di hard rock britannico degli anni ’70, uno dei primi nomi che viene fuori è sicuramente quello dei Black Sabbath, non tanto per i canoni del genere, quanto più per la macabra impressione che la musica del gruppo trasmette all’ascoltatore.

Il primo omonimo album, infatti, è infatti molto distante dai canoni tipici, per esempio, dei Deep Purple: la registrazione è pessima, i suoni cupi e bassi fino all’inverosimile, le canzoni più che seguire una linea musicale sembrano essere delle colonne sonore di macabre rappresentazioni teatrali, la voce di Ozzy Osbourne sembra un eterno lamento e la chitarra di Tony Immi, vera anima della band, a tratti esula dalla canzone. Non è sicuramente un album da mettere ad una festa, né da ascoltare la mattina a colazione, è un lavoro di impatto difficilissimo e volutamente provocatorio, che necessita di diversi ascolti per capire quanto sia assolutamente geniale. Rimarrà, a mio parere, il loro album più riuscito.

La consacrazione dal punto di vista commerciale, però, arrivò col secondo “Paranoid”, legato al successo della sua title-track. Il disco è decisamente più ascoltabile del precedente, ed i testi alternano tematiche truculente ed esoteriche a parti più impegnate e riflessive. L’album è ottimo, ma lo considero un passo indietro, quasi fisiologico, rispetto a quell’inimitabile esordio.

Il gruppo era diventato un’icona dell’hard rock e questo, paradossalmente, fu il suo più grosso limite, in quanto ritenuti maledetti e poco digeribili da un pubblico più abituato a tematiche “leggere”. Probabilmente per questo “Master of Reality”, che ritengo superiore al precedente, non raggiunse lo stesso successo, probabilmente anche perché mancante del singolo da hit parade. In questo lavoro i suoni sono lenti e cupi come non mai, l’impatto è ancora più pesante, ma una volta abituatici, possiamo capire tutta la genialità del disco.

Negli anni successivi la credibilità del gruppo trovò conferma con altri tre bellissimi dischi: “Volume 4”, “Sabbath Bloody Sabbath” e “Sabotage”. In questi lavori, le canzoni rispecchiano di più le sonorità standard dell’hard rock classico inglese, con magari meno talentuosità, ma con ottimo impatto.

Sei album di elevatissimo livello sono un risultato eccezionale, per questo vanno perdonati i trascurabili dischi prodotti dopo il 1975, quando i Black Sabbath iniziarono a far parlare di loro più per i problemi di alcol e droga di Ozzy Osbourne, piuttosto che per i loro lavori.

Nel 1979 Ozzy fu definitivamente cacciato, e quello che sembrava la fine fu invece una scelta che si rivelò fortunata per entrambi. A tal proposito è necessario aprire una parentesi relativamente alla carriera solista di Ozzy Osbourne. L’esordio “Blizzard of Ozz” è un disco legato a sonorità più di tipo metallico, seguendo il trend degli inizi degli anni ’80. Relativamente al genere, si tratta di un grandissimo album, dove viene esaltato il carisma del cantante, ma anche (soprattutto) viene alla luce un talento della chitarra: Randy Rhoads. Il disco è sicuramente uno dei punti più alti dell’heavy metal. “Diary of a Madmann” è il suo degno successore, ma non raggiunge il picco del precedente. Per il resto, complice la tragica morte del chitarrista, Ozzy andò avanti con album non eccelsi, ma comunque ascoltabili; tra questi, il più meritevole è “No Rest for the Wicked” del 1988. Ozzy è ancora in attività e sfrutta la credibilità guadagnata negli anni precedenti, ma più che fare qualcosa di veramente valido sembra tirare avanti, in maniera anche un po’ridicola (tra le varie cose è diventato protagonista di un reality show con la sua famiglia), ma il successo commerciale che riscuote è ancora incredibile.

Tornando ai Black Sabbath, anche loro non rimasero a guardare, ma si rifecero il trucco, ed uscirono alla grandissima con un altro cantante: l’ex Elf e Rainbow Ronnie James Dio.

“Heaven & Hell” e “The Mob Rules” furono i due album da studio prodotti col nuovo cantante e furnon due grandissimi successi. In sinesi, sembra di ascoltare i Rainbow con degli strumentisti un po’ più motivati a fare qualcosa di loro. I suoni si fanno molto meno macabri e più accessibili, e fanno apparizione le tastiere, fino a quel momento pressoché inutilizzate dalla band.

Toni Iommi, però, dimostrò di non essere un esperto di diplomazia, ed anche Dio fu spinto a mollare il colpo; a tal proposito va aggiunto che anche gli altri componenti della band si alternarono, sparendo per poi riapparire, e questo non giovò assolutamente al gruppo, che dal 1981 fino ai giorni nostri è in perenne ricerca di una sua identità. Gli album da studio che ne risultano sono veramente poco meritevoli di commenti; solo “Born Again” merita una citazione, ma in negativo: la parte del cantante la prese l’ex Deep Purple Ian Gillan, ed il disco risulta essere uno dei lavori più insulsi della storia del rock.

L’unico momento in cui la band tornò a dare segni di vita fu nel 1992, “Dehumanizer”, con Dio tornato alla voce. L’album è la fotocopia di “The Mob Rules” e, sebbene non ci sia niente di nuovo, risulta comunque un lavoro ascoltabile.

In conclusione, un gruppo capace di produrre otto grandissimi album da studio è sicuramente meritevole di tutti gli elogi; mi lascia perplesso, invece, la testardaggine (soprattutto di Iommi) nell’andare avanti sempre e comunque.