Il rock “noir” dei Placebo

Placebo (U.K. – 1996)

Come già detto in altre occasioni, la storia del rock è ciclica: partendo ancora l’esplosione del punk, il rallentamento dei suoni e l’incupimento delle atmosfere, contornate da un massiccio utilizzo dei sintetizzatori, produce che quello che viene chiamato il dark. Nella metà degli anni ’90 rinasce quel fenomeno californiano convenzionalmente chiamato punk rock; dando una passata di nero a questo movimento, riadattando tutto ad atmosfere più cupe e magari anche un po’ più impegnative, si ottiene un altro genere, che in proiezione dei tempi in cui ci troviamo, è del tutto simile al dark. I gruppi che ne vengono fuori sono per lo più composti da adolescenti che sembrano interessati più alle curiose acconciature legate al genere, più che alla musica in sé. Per quello che ho in mente io, i Placebo rappresentano l’unica piacevole eccezione ad un movimento che di valido ha veramente poco.

Parlando della discografia, è col secondo “Without You I’m Nothing” del 1998 che il gruppo mostra qualcosa di veramente convincente; le sonorità richiamano parecchio quelle tipiche del dark dei Cure, ma l’attenzione dei suoni è più sofisticata e le chitarre hanno una distorsione molto maggiore; quello che viene un po’a mancare rispetto ai Cure sono le tonalità atmosferiche. La ciliegina sulla torta dell’album è, comunque, rappresentata dalla particolarissima voce del leader Brian Molvo.

Il seguente “Black Market Music” del 2000 è il loro lavoro meglio riuscito; lo stile del gruppo rimane lo stesso, ma le canzoni sono di impatto un po’più facile, rendendo il tutto più scorrevole ed orecchiabile. Sebbene il gruppo sia piuttosto valido, è comunque necessario sottolineare che ha sempre dato una particolare attenzione alla propria commerciabilità, cercando di conquistare una fetta più ampia possibile, ma senza tuttavia screditarsi.

Dopo il loro apice, il gruppo ha prodotto diverse altre cose, alcune anche piuttosto carine, fino ad arrivare al 2009 con “Battle of the Sun”: quello che hanno fatto limitatamente al genere nel quale si sono infilati non è poco. La mia idea è che la band otterrà ancora più successo una volta scioltasi, rappresentando un punto di riferimento per il futuro: sarà il tempo a dire se avrò ragione o meno.

I Cure ed il Dark

Cure (U.K. – 1979)

Devo dire la verità, non sono un grande fan della scena dark degli anni ’80, per cui non nascondo di trovarmi in grossa difficoltà a parlare del genere. La difficoltà aumenta se devo parlare di quel gruppo che ne il massimo esponente e del quale, pur non essendone un fan, ne riconosco comunque le capacità compositive; in breve, sarà difficile parlare dei Cure.

Ci troviamo, tanto per cambiare, nel Regno Unito: il fenomeno Sex Pistols era diventato più che altro un fenomeno di costume ed il punk non solo veniva accettato ma, smacco ancora peggiore, la gente aveva iniziato a farci l’abitudine. Contemporaneamente al punk stava prendendo sempre più piede quello che poi sarebbe diventato un vero fenomeno di massa: il pop. Un singolare punto di incontro tra questi due movimenti così distanti tra di loro potrebbe essere il dark.

Presentato il contesto storico, per la discografia dei Cure è necessario iniziare a parlare del loro secondo album “Seventeen Seconds”, quello che si può vedere come una rude forma di dark. Le tastiere diventano le grandi protagoniste; le atmosfere sono cupe e lente, con estrema attenzione verso la parte elettronica; il tutto produce un suono artificiale e (almeno questo concedetemelo…) volutamente di cattivo gusto: l’indole dark non è dissimile da quella punk, la differenza principale sta nell’atmosfera di fondo, molto più tetra. L’album fa da apripista a quelli che saranno poi i successi della band, tra cui è necessario quantomeno citare “Pornography”; personalmente però, considero proprio questo il miglior lavoro della band: la freddezza del suono della tastiera che pervade tutto l’album fa raggelare l’ascoltatore; a livello di espressività è un gran risultato.

Nel 1983 viene fatto uscire “Japanese Whispers”, un album di inediti e b-sdes; le sonorità sono molto più pop, ma a dire il vero trovo il lavoro molto divertente ed orecchiabile.

Nella seconda metà degli anni ’80 la band proseguì producendo album con sonorità dichiaratamente più pop, mettendo in secondo piano quel dark che li aveva resi celebri; questi lavori nella loro totalità finiscono con l’essere un po’troppo orientati al successo commerciale, lasciando in secondo piano quelle capacità che al di là dei gusti personali, il gruppo ha ampiamente dimostrato nei primi lavori. Tuttavia anche in questi dischi sono presenti alcuni pezzi piuttosto divertenti che certificano il successo ottenuto.

Nei giorni nostri la band è più o meno attiva, e gli ultimi lavori segnano un certo ritorno al dark, ma come quasi la totalità dei gruppi storici, anche in questo caso il meglio sembra esserci già stato. Questa è la storia dei leader assoluti della scena dark.