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	<title>Antologia Rock &#187; folk</title>
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	<description>L'antologia del Rock</description>
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		<title>Kevin Kostner  interprete rock al Teatro Smeraldo di Milano il 31 Marzo 2010</title>
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		<pubDate>Sun, 10 Jan 2010 10:20:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Anna Rubinetto</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Kevin Kostner, il famoso attore californiano, divenuto noto al grande pubblico nel 1990 con il film “Balla coi lupi”, che gli valse il premio Oscar come miglior regista, ha dato una svolta alla sua vita, decidendo di far diventare la sua più importante passione, la musica, il suo nuovo impegno lavorativo, a dimostrazione  della poliedricità [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-medium wp-image-891" src="http://www.antologiarock.it/files/2010/01/kevincostner-thumb1-222x300.jpg" alt="kevincostner-thumb" width="222" height="300" /></p>
<p>Kevin Kostner, il famoso attore californiano, divenuto noto al grande pubblico nel 1990 con il film “Balla coi lupi”, che gli valse il premio Oscar come miglior regista, ha dato una svolta alla sua vita, decidendo di far diventare la sua più importante passione, la musica, il suo nuovo impegno lavorativo, a dimostrazione  della poliedricità della sua personalità di artista.</p>
<p>Nel 2007 suonò la chitarra folk elettrificata durante un concerto gratuito in Nuovo Messico e da allora, insieme alla sua band, i “Modern West”, ha continuato, incidendo dischi e partecipando a tournée, realizzando, così, il suo sogno, quello di avere finalmente un contatto più diretto con il suo pubblico, che il cinema non gli permetteva.</p>
<p>Durante  una tappa del suo tour sarà in Italia e il 31 Marzo del 2010 si esibirà a Milano, al Teatro Smeraldo, nell’insolita veste di rockstar.</p>
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		<title>Il talento dimenticato di Tim Buckley</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Mar 2009 13:14:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enrico.malato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tim Buckley (U.S.A. – 1966) Uno dei più grandi talenti vocali in assoluto mai esistiti nella storia del rock, che rischia quasi di essere completamente dimenticato. Nelle sue composizioni, appunto, il marchio di qualità e valore aggiunto è, appunto, la sua voce. L’esordio del 1966 porta il suo stesso nome, ed è sicuramente uno dei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ruid.com/photos/show/ilmala/45069"><img src="http://www.ruid.com/photos/medium/45069-7788xsyetzksz8c2ra7z.jpg" alt="tim buckley" /></a></p>
<p>Tim Buckley (U.S.A. – 1966)</p>
<p>Uno dei più grandi talenti vocali in assoluto mai esistiti nella storia del rock, che rischia quasi di essere completamente dimenticato. Nelle sue composizioni, appunto, il marchio di qualità e valore aggiunto è, appunto, la sua voce.<br />
L’esordio del 1966 porta il suo stesso nome, ed è sicuramente uno dei migliori esempi di quel country-folk rock che aveva così tanto successo negli Stati Uniti. Le canzoni sono vivaci ed espressive, ed un altro elemerge prepotentemente è la chitarra, che in certi momenti ricorda le canzoni più lente e tendenti al folk dei Leppelin.<br />
Il secondo lavoro è “Goodbye and Hello”, che personalmente ritengo il miglior lavoro dell’artista; la base country resta sempre, ma i ritmi diventano più complicati ed atmosferici, ricordando le tematiche di quello che da lì a breve sarebbe stato il movimento rock psichedelico, il tutto è sempre esaltato dall’inconfondibile caratteristica del cantautore: la voce.<br />
“Happy Sad”è il terzo lavoro; in questo caso il titolo basta ed avanza a definire l’album: l’alternanza di ritmi vivaci e tristi è la costante del disco, ancor più che nei suoi precedenti.<br />
A queste tre bombe sparate l’una dietro l’altra, l’artista non riuscì a dare seguito, o meglio: i lavori successivi abbandonano definitivamente le tonalità folk così meravigliosamente espresse fino a quel momento; viene ad essere protagonista una musica molto più introspettiva, che in certe occasioni si limita ad essere uno sfoggio delle sue doti vocali. La critica ritiene che questo sia il miglior periodo artistico di Tim Buckley, personalmente lo preferivo come “menestrello popolare”. Il pubblico, evidentemente, la pensò come me, così Tim Buckley decise di voltare ancora una volta pagina, per seguire le ritmiche del blues, con risultati piuttosto discreti, ma comunque non paragonabili ai livelli dei primi tre album.<br />
Nel 1975 Tim Buckley morì (cosa non proprio insolita per un musicista rock&#8230;) per un mix di alcol e cocaina. Quello che ha lasciato, a mio parere, non è stato sufficientemente valorizzato; spero che non faccia la fine che temo, ossia quella di finire definitivamente nel dimenticatoio della musica.</p>
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		<title>I grandi cantautori di folk rock americano: Simon and Garfunkel</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 13:39:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enrico.malato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Simon &#38; Garfunkel (U.S.A. – 1964) Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e Art Garfunkel. In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/FaSFzp6IDgw&amp;hl=it&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/FaSFzp6IDgw&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>Simon &amp; Garfunkel (U.S.A. – 1964)</p>
<p>Come si suol dire, esperienza breve ma intensa. Questa è stata in estrema sintesi la carriera del duo americano composto da Paul Simon e Art Garfunkel. In un periodo come quello della metà degli anni ’60, quando negli Stati uniti la star indiscussa era Bob Dylan, qualsiasi musicista era inevitabilmente influenzato dalla musica folk; i due non furono da meno, anzi, per moltissimi aspetti si potrebbero addirittura definire come i fratelli minori di Bob Dylan.<br />
Il vero grosso successo per il duo arriva col secondo album, “Sounds of Silence”; il disco, come detto, è pervaso dal folk classico, riadattato in maniera ancor più pacifica e rilassante. La title-track è uno dei pezzi più famosi del gruppo e, più in generale, della storia della musica, anche perché colonna sonora del film “Il Laureato”. L’album di per sé non è male, ma è un po’troppo incentrato sul singolo e su poche altre canzoni: alcuni pezzi sembrano essere fatti volontariamente per contorno.<br />
Le cose migliorano sensibilmente con il quarto album: “Bookends” del 1968. In questo disco si trova l’altro super classico del gruppo: “Mrs. Robinson”, anch’essa nella colonna sonora de “Il Laureato”. In questo caso, il disco è molto più completo, e al suo interno si possono trovare molti spunti interessanti e vari.<br />
Nel 1970 esce “Bridge over Troubeled Water”, che segna un certo cambiamento rispetto ai lavori precedenti: il sound inizia ad avvicinarsi al rock di stile inglese, le canzoni diventano complesse ed articolate come mai precedentemente. Tra i pezzi dell’album non c’è il singolo davvero immortale, ma ci sono molte canzoni estremamente varie e tutte valide, infatti i singoli estratti hanno comunque avuto grandissimo successo. Tale versatilità fa si che quest’ultimo è sicuramente il lavoro meglio riuscito del duo.<br />
Arrivati al loro apice artistico, i due, mai molto in sintonia a livello personale, iniziano a scontrarsi in maniera più decisa del solito, e lo scioglimento spesse volte paventato, questa volta accadde veramente. Entrambi continueranno con lunghissime carriere soliste di interesse secondario (soprattutto quella di Garfunkel) e comunque incentrate sui loro vecchi successi; le numerose richieste da parte dei fans di una reunion non riuscirono, né probabilmente riusciranno mai, a farli produrre un nuovo disco da studio.<br />
Una carriera di 5 album è relativamente breve, il paragone con Bob Dylan vede, chiaramente, vincere quest’ultimo, ma già il fatto che fare un paragone tra loro non sia così scandaloso, è segno che qualcosa (neanche poco) di buono lo hanno fatto.</p>
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		<title>Il folk rock si espande a macchia d&#8217;olio: The Byrds</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2009 13:37:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enrico.malato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[The Byrds (U.S.A. – 1965) Una band che sembrava destinata ad occupare un posto d’onore nella storia del rock, ma ha poi finito col perdersi. Sappiamo benissimo che negli anni ’60 negli Stati Uniti andava come il pane il folk, meglio se con l’aggiunta di un po’di country, dove spesso venivano riprese canzoni popolari e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><object width="425" height="344"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/nUworKXBzdE&amp;hl=it&amp;fs=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/nUworKXBzdE&amp;hl=it&amp;fs=1" type="application/x-shockwave-flash" allowfullscreen="true" width="425" height="344"></embed></object></p>
<p>The Byrds (U.S.A. – 1965)</p>
<p>Una band che sembrava destinata ad occupare un posto d’onore nella storia del rock, ma ha poi finito col perdersi. Sappiamo benissimo che negli anni ’60 negli Stati Uniti andava come il pane il folk, meglio se con l’aggiunta di un po’di country, dove spesso venivano riprese canzoni popolari e riadattate dal menestrello di turno. Già detto e stradetto che in quel periodo non era possibile fare assolutamente niente senza la benedizione di Bob Dylan, ma è anche vero che gli artisti di successo in quel periodo non furono pochi, né poco meritevoli, anzi.<br />
L’idea dei Byrds era semplicissima, ma geniale: i pezzi popolari che intendevano reinterpretare erano prevalentemente quelli di Bob Dylan, loro quasi contemporaneo, ma già mito; bastava riuscire a dimostrare un po’di personalità, ed il gioco era fatto. Guarda a caso, l’esordio discografico del terzetto è l’album “Mr. Tambourine Man”; appena uscita, la canzone di Dylan era già diventata leggenda; i Byrds ne rifecero una loro versione, nella quale apparvero subito le peculiarità del gruppo: cantato in falsetto da tutti e tre i componenti, chitarra classica come elemento principale e tamburino invece che la batteria a tenere la ritmica. Come si può capire l’album è incentrato sulla title-track, ma sarebbe ingiusto non dire che è un bell’album nella sua interezza, infatti c’è dell’altro: da altre reinterpretazioni di Bob Dylan, a quelle di interpretazioni di altre canzoni popolari, più qualche brano loro originale dal contenuto piuttosto valido.<br />
Il seguente “Turn! Turn! Turn!” ha come pezzo trainante la title-track, forse il loro pezzo più famoso. Lo stile musicale non cambia di una virgola, ed anche in questo caso sono presenti valide rielaborazioni di pezzi di Bob Dylan, e alcune canzoni loro che meritano, se non altro, un’ascoltata.<br />
“Fifth Dimension” è il terzo album: squadra che vince non si tocca, per questo la linea guida seguita rimane quella dei due predecessori; questo disco si segnala per una serie di reinterpretazioni più storiche (“Wild Mountain Trupe” piuttosto che “Hey Joe”) e per una maggior influenza country.<br />
I lavori che seguiranno abbracciano le nuove tendenze più rockeggianti e blueseggianti, ma non c’è molto da segnalare, se non l’album “Ballad of Easy Rider” del 1969, dedicato al mito dei motociclisti americani sempre “on the road”. La discografia del gruppo va avanti fino al 1972, ma le cose rilevanti proposte nell’ultimo periodo sono gli spunti che i lavori propongono per quelli che poi saranno i progetti futuri dei singoli componenti: in particolare, David Crosby andò a formare quel supergruppo chiamato “Crosby, Stills, Nash &amp; Young”, che nonostante i grandissimi successi di pubblico, li vedo (e qui mi prenderò le maledizioni di molti) come un gruppo bravo solo a rielaborare, e in maniera nemmeno molto originale, un genere di culto (grazie anche al loro precedente apporto), m che musicalmente aveva poco di nuovo da esprimere.</p>
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		<title>Bob Dylan: il cantautore rock per eccellenza</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Feb 2009 14:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>enrico.malato</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Bob Dylan (U.S,A.- 1962) Se la musica rock può avere la presunzione di essere considerata come una forma di arte, buona parte del merito va al Signor Robert Allen Zimmermann, alias Bob Dylan. L’espressività che il cantautore americano è riuscito a dare alla sua musica non ha simili, nemmeno i Beatles. I suoi successi diventarono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.ruid.com/photos/show/ilmala/43669"><img src="http://www.ruid.com/photos/medium/43669-4w83pbp1zj8ce2ngz8hd.jpg" alt="BobDylan_cv" /></a></p>
<p>Bob Dylan (U.S,A.- 1962)</p>
<p>Se la musica rock può avere la presunzione di essere considerata come una forma di arte, buona parte del merito va al Signor Robert Allen Zimmermann, alias Bob Dylan.<br />
L’espressività che il cantautore americano è riuscito a dare alla sua musica non ha simili, nemmeno i Beatles. I suoi successi diventarono dei simboli della società americana, ed entrarono nel cuore delle persone, che ci si rispecchiava alla perfezione. Già il rock’n roll di Elvis Presley aveva iniziato a dare alla musica una dimensione più umana, ma la figura del cantante era ancora vista come una entità superiore; Bob Dylan fa le veci dell’uomo della strada e le sue canzoni sono come i manifesti dei pensieri dell’americano comune.<br />
Fatta tutta questa sviolinata, stride un po’ dire che il suo esordio, “Bob Dylan”, non si può prendere certo come esempio di album ben riuscito: una pessima registrazione ed uno stile ancora da raffinare rendono questo lavoro piuttosto trascurabile.<br />
Per entrare nel mito, il cantautore deve aspettare il suo secondo lavoro: “The Freewheelin’ Bob Dylan” del 1963. Questo è il primo vero grande successo dell’artista, ed è un album destinato a rimanere nella storia della musica. Il genere proposto è un semplicissimo folk, che riprende decisamente dalla tradizione della classe operaia americana; di complicato sotto il punto di vista musicale non c’è assolutamente niente, una chitarra ed un’armonica sono già abbastanza espressive; di più, se Bob Dylan avesse messo qualche virtuosismo musicale, l’album avrebbe perso di quel fascino e quell’umanità che emana. Il pezzo forte del disco è il singolo “Blowin’ in the Wind”, che diventerà un vero e proprio simbolo di pace.<br />
Nel 1965 si inizia, però, ad intravedere un cambiamento di stile, o meglio una evoluzione: “Bringing it All Back Home” è il quinto album da studio, e rappresenta l’inizio di un rock più complesso, che verrà poi seguito da Beatles, Beach Boys, Rolling Stones e compagnia cantante, e che qualche anno dopo sfocerà definitivamente nel progressive. Di folk classico, comunque, c’è ancora molto, ma quello che viene ad emergere è che l’espressività, fino a quel momento principalmente dovuta ai testi, inizia a prendere forma attraverso la chitarra; l’unica eccezione sta nel super singolo “Mr.Tambourine”, ancora legato al vecchio Dylan, ma tutto il resto del disco assume una musicalità mai avuta in precedenza.<br />
Lo stesso risultato lo si ha con il seguente “Highway 61 Revisited”, altro lavoro che rimarrà scolpito a caratteri cubitali nella storia della musica.<br />
Arriviamo così al 1966. In questo periodo la critica musicale aveva iniziato a chiedersi seriamente se il rock potesse essere un fenomeno, oltre che sociale, anche artistico. I gruppi più in auge iniziarono a tirar fuori quanto di meglio potevano: oltre che limitarsi a produrre singoli di successo, si impegnarono a produrre album che nella loro interezza potessero essere opere d’arte. A tal proposito Dylan sfornò quella che a mio parere è la sua opera meglio riuscita: “Blonde on Blonde” si distingue per l’alternanza di momenti allegri, scherzosi, a tratti fanfareschi, con suoni più tradizionali, tipici dei suoi lavori precedenti. Come già anticipato, tutto l’album ha una forma artistica del tutto unica e particolare, non c’è un singolo che spicca.<br />
Negli anni successivi il cantautore rallenta la sua vena compositiva e si sposta decisamente su un rock più riflessivo e intimista; tra gli album di questo periodo merita sicuramente una citazione “Blood on the Tracks”, che contiene un altro suo super classico: il singolo “Tangled up in Bleu”. Nello stesso anno esce “Desire”, un’altra pietra miliare della sua discografia; musicalmente riprende moltissimo le tematiche di “Blonde on Blonde”, con la differenza che pur essendo più maturo, è comunque meno poetico; la canzone “Hurricane” è un altro successo immortale.<br />
Andando ancora avanti con gli anni, nella sua sconfinata discografia c’è spazio per alcuni album che denotano uno spostamento verso un rock più incisivo ed a tratti graffiante: l’ottimo “Street Legal” del 1978 ne è un perfetto esempio.<br />
Dagli anni ’80 in poi Dylan continuerà a produrre tonnellate e tonnellate di dischi (l&#8217;ultimo è &#8220;Together Through Life del 2009), restando al passo coi tempi per le sonorità, ma mantenendo e privilegiando sempre una sua identità stilistica.<br />
Adesso che abbiamo detto tutto, posso confessarvi che musicalmente non l’ho mai ascoltato tanto, né probabilmente inizierò, ma questo è dovuto solo ai gusti personali: quello che sono in grado di riconoscere, e sfido chiunque a contraddirmi. è che con la sua poeticità è riuscito a dare un’influenza alla storia del rock talmente grande che, almeno negli Stati Uniti non ha paragoni. Sarebbe pazzesco non omaggiarlo.</p>
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