Il tormentone degli White Stripes
The White Stripes (U.S.A. – 1999)
“Po-po-po”. Questo ritornello è, e probabilmente sarà sempre, la croce e delizia degli White Stripes. Di positivo per gli ex coniugi Jack e Meg White c’è il fatto che quello che probabilmente rimarrà uno dei più grandi tormentoni della storia del rock (in particolare in Italia) è una loro canzone; l’altra faccia della medaglia è che per certi versi dovrebbe essere frustrante per un musicista fare diversi lavori, e pure buoni, e vedere tutto messo in secondo piano rispetto al ritornello pure storpiato, di una singola canzone.
Lasciando da parte queste considerazioni, il gruppo esordisce con l’omonimo album del 1999; il disco passò praticamente inosservato, ma all’ascolto di questo lavoro la prima considerazione che mi viene da fare è che i due meritano sicuramente molti più riconoscimenti di tipo artistico, oltre a quelli commerciali. L’album è davvero eccellente, seppur penalizzato da una pessima registrazione, suonato con uno stile rock psichedelico acidissimo che richiama in certi tratti addirittura Jimi Hendrix; la chitarra di Jack White in certi pezzi sembra addirittura prendere vita; considero un delitto non avere dato la giusta considerazione a questo disco.
Il successo commerciale, comunque, iniziò ad arrivare due anni dopo col terzo “White Blood Cells”: la chitarra rimane più o meno quella degli esordi, ma le tematiche musicali di iniziano a spostare dal rock psichedelico ad un più moderno indie; si tratta sicuramente di un buon lavoro, ma è il tipico album che ha bisogno di un’ulteriore conferma per consacrare definitivamente la band. Tale consacrazione arrivò nel 2003, col successivo “Elephant”: l’album di “Po-po-po” (al secolo “7 Nations Army”). Il successo è immediato e di dimensione planetaria; il disco è il perfetto sviluppo del precedente, e grazie al fatto che segue la definitiva maturità musicale del gruppo, è anche il migliore della loro discografia. Del singolo se ne è già parlato abbastanza, solo un’ultima curiosità: la canzone, per diventare veramente celeberrima, impiegò poco più di un anno, quando iniziò ad essere cantata negli stadi; in Italia la prima tifoseria fu quella della Roma, che ne fece un secondo inno, ma l’apice lo si ebbe nel 2006 durante i mondiali in Germania; tuttora la canzone viene cantata (storpiata…) durante praticamente qualsiasi evento sportivo. Tornando al disco, invece, è necessario sottolineare ancora una volta la versatilità e la fantasia di Jack White nello scrivere riff che colpiscono sempre, come nel caso di un altro super singolo: “The Hardest Button to Button”. In questo momento storico mi viene praticamente impossibile trovare un album migliore di “Elephant”.
Andando avanti con gli anni, il gruppo produsse altri due album da studio, tra i quali è particolarmente ben riuscito “Get Behind Me Satam” del 2005, sullo stesso stile consolidato del gruppo. Le voci vorrebbero che i due si siano separati anche dal punto di vista professionale; io sono un cinico, e credo che finiranno con il riunirsi, magari tra qualche anni, ma sono pronto a scommettere su questo; ad ogni modo, tempo per un altro successo i due White ne hanno ancora in abbondanza, ma già così si sono guadagnati una bella fetta di immortalità.
