Gli Hawkwind e lo space rock
Hawkwind (U.K. – 1970)
Essere in attività da quasi quarant’anni ha un vantaggio ed uno svantaggio: il vantaggio è che sei sempre e comunque stimato, se non altro, per la tua coerenza; lo svantaggio è che se non hai sbarcato il lunario quando dovevi, ora diventa veramente impossibile.
Questo discorso lo si può perfettamente proiettare sugli Hawkwind, sempre ben voluti dal pubblico, ma mai ritenuti leader di qualche “macro-genere”, anche perché collocarli in un contesto musicale non è facilissimo. Negli anni della loro miglior produzione, infatti, il gruppo ha fatto lavori troppo sofisticati per essere catalogati hard rock, ma sicuramente di impatto troppo forte per essere catalogati progressive. Per inserirli da qualche da qualche parte, bisogna tirare fuori un genere di nicchia, lo “space rock”, una via di mezzo, appunto, tra hard rock (diciamo 80%) e rock progressive-psichedelico.
Se abbiamo detto che alla band bisogna riconoscere una certa coerenza musicale, lo stesso discorso non lo si può fare sulla line-up: l’unico componente della formazione originale che ancora fa parte della band è il chitarrista Dave Brock.
Passando alla discografia, il primo album veramente degno di nota del gruppo è il terzo “Do Re Mi Fa Sol La Ti Do” del 1972; se devo essere sincero penso che più avanti il gruppo farà lavori decisamente migliori, ma rimane il fatto che questo sarà l’album più apprezzato della band, il maggior successo, ed il primo ad avere nella formazione il bassista Lemmy Klimster.
Il successivo “Hall of the Mountain Grill” è il lavoro successivo, e qui viene ad emergere il ruolo di protagonista di Lemmy, che da lì a poco andò a fondare i Motorhead, gruppo heavy metal dal buon successo commerciale, ma che personalmente considero un gradino sotto gli Hawkwind. Questo è il primo disco veramente eccezionale della band, nel quale emergono alla grandissima le peculiarità dello space rock precedentemente definite.
L’album che segue, “Warriors on the Edge of Time” è l’ultimo con Lemmy alla voce, ed è il miglior lavoro del gruppo. La personalità che emerge di più, in verità, fu quella di Nick Turner, artista eccelso che predilesse l’abbondante utilizzo di strumenti non proprio hard rock quali il sintetizzatore e, soprattutto, il violino elettrico.
Tempo per un altro buon disco, ed anche Turner decise di abbandonare; l’album che seguì fu “Quark, Strangeness & Charm”; l’eclettismo e l’originalità dei primi dischi furono decisamente messi da parte, favorendo un suono più duro che durò per altri 18 (finora) album da studio. Il disco in questione è sicuramente più che buono, ma non trovò seguito, o meglio, lo trovò in maniera eccessiva, nel senso che i dischi successivi non brillarono certo per originalità, ed il gruppo pensò più a cambiare la line-up piuttosto che fare album da studio validi, col risultato di screditare, purtroppo, anche le cose eccezionali fatte con Turner.
