
Jethro Tull (U.K. – 1968)
Eccoci arrivati agli albori del progressive; più nello specifico, i Jethro Tull sono autori di un sottogenere del progressive del tutto particolare, che ispirò moltissimi gruppi agli inizi degli anni ’70. La loro musica è abbastanza lontana dalla complessità e dall’esoterismo, per esempio, dei Genesis, si avvicina invece ad uno stile più barocco e medievaleggiante. Il leader assoluto della band è lo scozzese Ian Anderson, cantante, chitarrista, ma soprattutto flautista.
L’esordio “This Was” è più che discreto, ma è ancora accostabile al rock blues; è col successivo “Stand Up” che si iniziarono a delineare i canoni della band: il rock progressivo qui proposto toglie le parti di musica classica tipiche del genere, lasciando posto, come già detto, ad atmosfere più fiabesche e fatate; tra gli strumenti utilizzati appaiono pure il mandolino e la balalaika, ma è necessario sottolineare che qui, come per la maggior parte dei lavori del gruppo, il protagonista assoluto ed io narrante di tutta la musica è e sarà sempre il flauto.
Passando al 1971, i Jethro Tull raggiungono il loro apice col loro quarto disco: “Aqualung”: meno sperimentale e più orientato verso un rock di tipo classico, comprende comunque tutte le peculiarità precedentemente elencate, col vantaggio che è un disco accessibile a tutti. Una citazione particolare la merita la copertina, raffigurante un barbone molto somigliante ad Anderson.
Dopo aver avuto un contatto più umano col pubblico grazie ad “Aqualung”, i Jethro Tull decisero di complicare (non in senso negativo) il tutto, per arrivare ad un progressive molto più complicato e sperimentale, che portò a “Thick as a Brick” e “A Passion Play”, entrambi composti da un’unica canzone (a dire il vero nella riedizione di “A Passion Play” i brani appaiono come separati). Sono due concept album riguardanti, rispettivamente, un bambino prodigio, ed un morto che ha visto il Paradiso. Come ogni disco composto da una sola canzone è necessario mettere le mani avanti, dicendo che la comprensione è tutt’altro che facile, ma in entrambi i casi i risultati sono parecchio apprezzabili.
Continuando con la discografia, la band continuò a produrre parecchi album; la fine degli anni’70 segnò la fine del progressive anche per loro, che si spostarono verso un folk che portò a produzioni abbastanza notevoli, in particolare “Heavy Horses” e “Stormwatch”.
Passando agli anni ’80 c’è da notare un calo nella qualità della produzione, con un’unica, enorme, eccezione: “Crest of a Knave” del 1987: dopo “Aqualung” lo ritengo il miglior lavoro della band. Del vecchio progressive di stile barocco è rimasto poco niente; c’è invece una certa somiglianza con i Dire Straits. L’album, decisamente sullo stile classico del rock anni ’80 è parecchio apprezzabile infatti soprattutto per le parti di chitarra.
Negli ultimi due decenni il gruppo produsse ancora molti altri dischi, ma di rilevante non c’è molto. L’ultimo lavoro è targato 2003 e probabilmente sarà definitivamente l’ultimo album da studio,
Di loro rimarrà sempre e comunque l’immagine di un gruppo capace come pochi altri di personalizzare la musica proposta, e di essere stata una indiscutibile fonte di ispirazione per molte altre band.