Il Rock indipendente di Beck

Beck (U.S.A. – 1994)

Genio. Questo è il termine che ha fatto la fortuna e la sfortuna di Beck Hansen. Certe volte accade che vieni segnalato dalla critica come un genio per cui, per voler dimostrare di meritare tale appellativo, ti sforzi a ricercare sempre qualcosa di innovativo, con il risultato che a volte gli esiti vanno sotto le aspettative; questo è quanto successo a Beck, per lo meno in certi periodi della sua carriera.

L’esordio ufficiale è “Mellow Gold”, ed è quello che si suol dire esordio col botto. L’album comprende una mescolanza di suoni che convenzionalmente si possono definire rock, ma in realtà spaziano dall’alternative al funky al country, e chi più ne ha più ne metta. Più nello specifico le canzoni hanno tutte una base rock piuttosto malinconico sopra la quale vengono sperimentati suoni e cambi di ritmo che durano il tempo che basta per disorientare l’ascoltatore, per poi sparire. Sperimentazione, appunto, è la parola d’ordine; una volta ripresisi dallo shockante impatto, comunque, capiamo che veramente ci troviamo davanti ad un genio. La critica accolse il disco in maniera entusiasta, ma la sua risposta non riuscì a soddisfare le attese. Per arrivare ad un altro lavoro che potesse ridare credibilità a Beck, bisogna arrivare al quarto “Odelay” del 1996, dove viene lasciata un po’da parte l’eccessiva sperimentazione e vengono adottati suoni più convenzionalmente legati al classico rock alternativo della seconda metà degli anni ’90.

“Mutations” è l’album che segue e che segna definitivamente la strada che il cantautore vuole intraprendere: il rock sul quale crea le sue basi ha dei ritmi decadenti, non dissimili dai Radiohead, e su queste si sviluppano trame che prediligono nettamente l’elettronica. Questo disco, inoltre, ha il merito di funzionare da rampa di lancio per il suo lavoro meglio riuscito “Midnite Vultures”. Le ritmiche, in questo caso, sono più movimentate e tendenti al funky, l’aiuto dell’elettronica si fa decisamente più netto; è un album sicuramente poco adatto a chi segue un rock più canonico, ma per chi apprezza anche suoni alternativi, e non necessariamente rock, non può non essere entusiasta di questo disco. Anche in questo caso, purtroppo, il seguito non è stato dei migliori; tra i lavori successivi, gli unici meritevoli di una citazione sono “Guero” del 2005 e “Modern Guilt” del 2008.

Se ci troviamo di fronte ad un genio, lo sapremo solo col tempo; quello che è sicuro è che tempo per esprimere il suo estro ne ha ancora, vedremo se vinceranno le sue potenzialità o l’ansia di prestazione.

Il Rock operaio del Boss: Bruce Springsteen

Bruce Springsteen (U.S.A. – 1973)

Uno dei simboli degli Stati Uniti d’America. Più di lui solo Bob Dylan è riuscito a proiettare nella sua musica un’intera nazione. Il genere proposto da “The Boss” Bruce Sprinsteen è rock, puro e semplice rock, di quello che dà energia ed infiamma gli animi così come piace agli americani.

Venendo alla discografia, nei primi due album il cantautore inizia a mettere le basi per quella che sarà la sua carriera: si tratta di due dischi carini, che narrano della vita quotidiana dei cittadini medi americani. Se per l’idea di fondo si era già guadagnato le simpatie del pubblico, la consacrazione arriva col terzo, fantastico, “Born to Run” del 1975: un vero e proprio capolavoro. La title-track diventa il suo primo grande successo; i pezzi di chitarra sono più elaborati e molto più energici. Le influenze sono quelle classiche americane: il tipico rock mischiato con folk e un po’di country; i testi sono sulla stessa linea degli esordi.

Dopo il successo commerciale ottenuto, il cantante impiega tre anni per il seguente “Darkness on the Edge of Town”, meno energico del precedente, ma che contiene comunque dei pezzi più che validi.

Per quanto riguarda i due album che seguono, c’è da notare che il sesto “Nebaska” è il primo lavoro acustico di Springsteen, che in questa occasione non collabora con la E Street Band; questo, come tutti gli altri album acustici che vedremo sarà a mio parere uno dei momenti meno esaltanti della sua carriera, in quanto privo di quell’energia diventata un suo marchio di fabbrica.

Nel 1984, però, avrà modo di rifarsi “Born in the U.S.A.”, una vera pietra miliare del rock, ed il punto più alto della sua carriera, sia artistica, sia commerciale. Il disco sforna un singolo dietro l’altro, tutti sprizzanti di orgoglio, rabbia e voglia di emergere; la title-track diventa un successo mondiale destinato a rimanere nelle generazioni, ma sono tanti i brani da ricordare, come l’altro super successo “Glory Days”. Paradossalmente l’unico difetto che si potrebbe trovare in questo album è il fatto che tutte le canzoni sono ottime e molto diverse tra di loro, facendo così sembrare “Born in the U.S.A.” più che un lavoro da studio, un Greatest Hits: il difetto, appunto, sta nel fatto che il disco non risulta compatto, ma composto da canzoni splendide separate tra di loro; è chiaramente un problema che vorrebbe avere ogni artista.

Negli anni successivi, Springsteen farà uscire diversi altri dischi, ma nessuno di questi non solo non raggiunge i due capolavori sopra citati, anzi ci vanno piuttosto lontani, in particolar modo per quanto riguarda gli album acustici, che sembrano essere un tributo non molto riuscito a Bob Dylan.

Per rivedere parzialmente la luce, bisogna arrivare al 2007, con “Magic”: sicuramente il disco più graffiante e rabbioso della seconda metà della sua carriera, che tra l’altro ebbe un degno seguito con “Working on a Dream” del 2009.

Con i successi ottenuti ed il suo carisma il “Boss” ha, ed avrà per molti anni, un posto d’onore nel cuore dell’americano medio. Se in futuro riuscirà a mettere un’altra pietra miliare alla sua collezione sarà tanto di guadagnato, altrimenti già così va più che bene.