Frank Zappa: tanto genio e tanta sregolatezza

Frank_Zappa

Frank Zappa (U.S.A. – 1966)

Una specie di stregone del rock; lontano dagli schemi canonici, Frank Zappa è uno di quei personaggi impossibili da incatenare in un qualche genere: Frank Zappa è Frank Zappa e punto.
L’artista vanta una carriera ultra trentennale con una produzione vastissima e costante, sia da solista, sia come membro dei “Mothers of Invention”, nel quale è entrato a far parte, per poi diventarne immediatamente il leader. La peculiarità della sua discografia, che lo rende veramente unico come artista, è che non si riescono a trovare album brutti, né passi falsi particolarmente notevoli, anzi ogni album spicca per la versatilità delle singole canzoni contenute.
Una piccola curiosità prima di passare alla discografia: la canzone “Smoke on the Water” dei Deep Purple prende spunto da un concerto dei Mothers of Invention tenuto a Montreaux, nel quale i fans avevano incendiato il teatro, facendo sì che il fuoco desse un effetto del tutto particolare riflesso sul lago, tanto che sembrava il lago stesso bruciare.
Passando alla discografia, il primo album di cui bisogna parlare è l’esordio “Frek Out!”, che porta la firma dei Mothers of Invention. In un periodo in cui le sperimentazioni erano in fase embrionale e la cacofonia e la umoristica erano ancora pressoché sconosciuti, quest’album ha l’effetto di un pugno in un occhio, in un periodo, tra l’altro, nel quale abbiamo visto i gruppi storici impegnati a guadagnare più credibilità possibile. In verità questo disco non è uno dei miei preferiti tra quelli della discografia di Zappa, ma è sicuramente un album fondamentale per il rock in generale.
Con i Mothers of Invention Zappa continuerà a produrre fino al 1970: il genere – non genere proposto rimarrà sempre lo stesso, è inutile cercare di trovare la differenze in album che viaggiano su binari paralleli tra di loro; il terzo “We are only here it for the Money”è comunque quello in cui la sua continua sperimentazione porta i migliori risultati.
Parallelamente al gruppo, Zappa iniziò ad intraprendere una carriera solista che lo porterò a sbizzarrirsi ulteriormente e a raggiungere l’apice del suo successo; uno dei capolavori del chitarrista è “Hot Rats” del 1969, dove più che le sperimentazioni, quello che si nota è la perfetta mescolanza dei suoni, con risultati a tratti estremamente melodici, a tratti senza un minimo filo logivo.
Come già detto, Zappa è riuscito nell’impresa titanica di fare una carriera di oltre 30 anni senza mai scadere nel banale, per cui l’analisi fatta si limita ai picchi raggiunti, come “Over Nite Sensation” del 1973, fatto con la collaborazione dei Mothers of Invention e altri musicisti, ma collocabile come album solista.
La metà degli anni ’70, tra l’altro, concise col periodo di massimo estro dell’artista: “Apostrophe” del 1974 è probabilmente il miglior disco della sua carriera, nel quale emerge come non mai il suo spirito ironico e dissacrante; facendo il paragone con qualcosa di più piccolo, Frank Zappa sta al panorama musicale mondiale come Elio e le Storie Tese a quello italiano.
Il seguente “Roxy And Elsewhere”conferma che l’artista sta vivendo un momento magico, ulteriormente avvalorato da “Zoot Allures” del 1976 e rafforzato da un altro capolavoro, “Sheik Yerobuti” del 1979: qui l’umorismo nei testi e nella musica raggiunge livelli mai toccati da nessun altro, il lavoro risulta dissacrante e non risparmia la musica rock, metal, la disco music (bersaglio preferito), il jazz, e chi più ne ha più ne metta.
Gli anni ’80 confermano gli ottimi risultati ragginuti nel decennio precedente, ed i dischi che meritano almeno una citazione sono “Ship Arriving to Save a Drowning Witch”, “The Man From Utopia” e lo strumentale “Jazz From Hell”.
Nel 1988 “Guitar” rappresentò l’ultimo lavoro da studio; da qui la malattia iniziò ad avere il sopravvento, e nel 1993 Frank Zappa morì di cancro, lasciando una impronta indelebile nella storia del rock.

Bob Dylan: il cantautore rock per eccellenza

BobDylan_cv

Bob Dylan (U.S,A.- 1962)

Se la musica rock può avere la presunzione di essere considerata come una forma di arte, buona parte del merito va al Signor Robert Allen Zimmermann, alias Bob Dylan.
L’espressività che il cantautore americano è riuscito a dare alla sua musica non ha simili, nemmeno i Beatles. I suoi successi diventarono dei simboli della società americana, ed entrarono nel cuore delle persone, che ci si rispecchiava alla perfezione. Già il rock’n roll di Elvis Presley aveva iniziato a dare alla musica una dimensione più umana, ma la figura del cantante era ancora vista come una entità superiore; Bob Dylan fa le veci dell’uomo della strada e le sue canzoni sono come i manifesti dei pensieri dell’americano comune.
Fatta tutta questa sviolinata, stride un po’ dire che il suo esordio, “Bob Dylan”, non si può prendere certo come esempio di album ben riuscito: una pessima registrazione ed uno stile ancora da raffinare rendono questo lavoro piuttosto trascurabile.
Per entrare nel mito, il cantautore deve aspettare il suo secondo lavoro: “The Freewheelin’ Bob Dylan” del 1963. Questo è il primo vero grande successo dell’artista, ed è un album destinato a rimanere nella storia della musica. Il genere proposto è un semplicissimo folk, che riprende decisamente dalla tradizione della classe operaia americana; di complicato sotto il punto di vista musicale non c’è assolutamente niente, una chitarra ed un’armonica sono già abbastanza espressive; di più, se Bob Dylan avesse messo qualche virtuosismo musicale, l’album avrebbe perso di quel fascino e quell’umanità che emana. Il pezzo forte del disco è il singolo “Blowin’ in the Wind”, che diventerà un vero e proprio simbolo di pace.
Nel 1965 si inizia, però, ad intravedere un cambiamento di stile, o meglio una evoluzione: “Bringing it All Back Home” è il quinto album da studio, e rappresenta l’inizio di un rock più complesso, che verrà poi seguito da Beatles, Beach Boys, Rolling Stones e compagnia cantante, e che qualche anno dopo sfocerà definitivamente nel progressive. Di folk classico, comunque, c’è ancora molto, ma quello che viene ad emergere è che l’espressività, fino a quel momento principalmente dovuta ai testi, inizia a prendere forma attraverso la chitarra; l’unica eccezione sta nel super singolo “Mr.Tambourine”, ancora legato al vecchio Dylan, ma tutto il resto del disco assume una musicalità mai avuta in precedenza.
Lo stesso risultato lo si ha con il seguente “Highway 61 Revisited”, altro lavoro che rimarrà scolpito a caratteri cubitali nella storia della musica.
Arriviamo così al 1966. In questo periodo la critica musicale aveva iniziato a chiedersi seriamente se il rock potesse essere un fenomeno, oltre che sociale, anche artistico. I gruppi più in auge iniziarono a tirar fuori quanto di meglio potevano: oltre che limitarsi a produrre singoli di successo, si impegnarono a produrre album che nella loro interezza potessero essere opere d’arte. A tal proposito Dylan sfornò quella che a mio parere è la sua opera meglio riuscita: “Blonde on Blonde” si distingue per l’alternanza di momenti allegri, scherzosi, a tratti fanfareschi, con suoni più tradizionali, tipici dei suoi lavori precedenti. Come già anticipato, tutto l’album ha una forma artistica del tutto unica e particolare, non c’è un singolo che spicca.
Negli anni successivi il cantautore rallenta la sua vena compositiva e si sposta decisamente su un rock più riflessivo e intimista; tra gli album di questo periodo merita sicuramente una citazione “Blood on the Tracks”, che contiene un altro suo super classico: il singolo “Tangled up in Bleu”. Nello stesso anno esce “Desire”, un’altra pietra miliare della sua discografia; musicalmente riprende moltissimo le tematiche di “Blonde on Blonde”, con la differenza che pur essendo più maturo, è comunque meno poetico; la canzone “Hurricane” è un altro successo immortale.
Andando ancora avanti con gli anni, nella sua sconfinata discografia c’è spazio per alcuni album che denotano uno spostamento verso un rock più incisivo ed a tratti graffiante: l’ottimo “Street Legal” del 1978 ne è un perfetto esempio.
Dagli anni ’80 in poi Dylan continuerà a produrre tonnellate e tonnellate di dischi (l’ultimo è “Together Through Life del 2009), restando al passo coi tempi per le sonorità, ma mantenendo e privilegiando sempre una sua identità stilistica.
Adesso che abbiamo detto tutto, posso confessarvi che musicalmente non l’ho mai ascoltato tanto, né probabilmente inizierò, ma questo è dovuto solo ai gusti personali: quello che sono in grado di riconoscere, e sfido chiunque a contraddirmi. è che con la sua poeticità è riuscito a dare un’influenza alla storia del rock talmente grande che, almeno negli Stati Uniti non ha paragoni. Sarebbe pazzesco non omaggiarlo.