The Morning Benders in Italia

The Morning Benders in ItaliaLa band indie rock The Morning Benders , formatasi nel 2008 a Berkeley in California, sarà in Italia a luglio, per promuovere il suo nuovo album, dal titolo “Big Echo”, che uscirà il 25 giugno nel nostro Paese; sarà  il suo secondo studio album, dopo quello  di esordio, “Talking  Through Tin Cans”.  Le date nelle quali potremo vedere esibirsi live sul palco Christopher e Jonathan Chu, Tim Or e Julian Harmon sono: martedì 14 luglio 2010 all’Hana-Bi di Ravenna, dove l’ingresso sarà gratuito, mercoledì 15 luglio 2010 all’Aquavitae Festival di Giovinazzo (Ba), ingresso 10 euro, e giovedì 16 luglio 2010 al Neapolis Festival a Napoli, ingresso 30 euro.

Foto by Google

Si riuniscono i Pavement!

pavementI  Pavement saranno in Italia per due date, all’Atlantico Live di Roma il 24 Maggio 2010 e all’Estragon di Bologna il 25 maggio 2010 e parteciperanno anche ad altri eventi, come il Primavera Sound, che si terrà dal 27 al 29 maggio al Parc du Forum di Barcellona, dove saranno gli headliner. La band, nata nel 1989 in California, è un’esponente di spicco della musica indie rock americana,  all’inizio interpretata in modo amatoriale, ma con un uso insolito e creativo della chitarra. Fondamentalmente dei bravi ragazzi che si divertivano a suonare, ma che  nel 1991 riescono a raggiungere un grande successo con il loro singolo Summer Babe. Nonostante ciò, il gruppo si scioglie nel 1999. Grande festa, perciò, per il loro ritorno sul palco!

Foto by Google

Per i NOFX due date in Italia

nofxI NOFX saranno in Italia per due date, una al nord, a Brescia il 24 agosto, per la festa di Radio Onda d’Urto, una al sud, a Palermo, il 25 agosto al Biergarten., durante le quali canteranno canzoni tratte dai recenti EP “Cookie the Clown” e “My Orphan year”, oltre che dal loro ultimo album, “Coaster”, pubblicato nel 2009.

La band, nata come gruppo punk nel 1983 a Berkeley, in California, è tra i fondatori del genere musicale californiano skate punk, dal ritmo molto energico, che coinvolge al massimo gli spettatori, ed è un’ esponente di primo piano del genere punk rock.

Foto by Google

Megadeath: tre concerti in Italia

megadeth_La band californiana dei Megadeath toccherà anche l’Italia con il suo tour “Endgame Tour 2010”, che li vedrà per lungo tempo in giro per l’Europa., attesissimi dai loro  numerosi fan. Questo tour è nato per festeggiare il ventesimo anniversario di “Rust in Peace”, forse il loro album più bello.

Nel nostro Paese nel mese di giugno saranno tre le date che li vedranno sul palco, accompagnati da uno special guest, di cui ancora non è stato rivelato il nome.

I Megadeath, che nel corso della loro lunga storia musicale, che risale al 1983,  hanno seguito varie tendenze, dal trash metal all’heavy metal, fino all’hard rock, hanno venduto nel mondo 25 milioni di dischi.

Date in Italia:

3 giugno: Bologna – Estragon

4 giugno: Roma – Atlantico

5 giugno: Milano – Alcatraz

Foto by Google

Pronto il nuovo album di Ben Harper e i Relentless 7

BenHarperRelentless7_01

Il nuovo album di Ben Harper ed i Relentless 7, dal titolo “Give Till It’s Gone”  è stato ultimato in sala di registrazione, ai Groove Master Studios di Santa Monica (California)  e, dopo il mixaggio, sarà pubblicato, come seguito dell’album  “White Lies For Dark Times” del 2009. Questi ultimi due album hanno consentito di consolidare la collaborazione tra Ben Harper e i Relentless 7 , iniziata quasi per caso dopo un incontro fortuito avvenuto nel 1999, quando Jason Mozersky portò a Ben un demo del gruppo dei Relentless7; ora il gruppo è praticamente  la band ufficiale di Ben, grazie al  totale affiatamento, realizzato a seguito dei  vari tour effettuati insieme.

Foto by Google

I Beach Boys ed il surf rock americano

Beach-Boys-Pet-Sounds-40th-A-376890

Beach Boys (U.S.A.- 1962)

Uno di quei gruppi che ha diviso gli appassionati del rock: o vengono ritenuti dei geni, oppure sono odiati per il successo mondiale ottenuto grazie ad idee molto facili, e per giunta ripetitive.
Personalmente, nonostante non sia un genere che io ascolti molto, sto dalla parte di coloro che li ritengono dei geni, rimproverando però loro una discografia eccessiva, con album esclusivamente incentrati su singoli destinati a rimanere nella storia, ma anche canzoncine un po’troppo scontate. Questo in generale, nel particolare vedremo che ci sono delle eccezioni.
La band nasce come un gruppo “a conduzione familiare”, nel senso che è composta dai tre fratelli Mike, Denis e soprattutto Brian Wilson, oltre che il cugino Mike Love de il vicino di casa Al Jardine. Il luogo, raramente nella storia della musica è così necessario sottolinearli, è quella California che sarà continua fonte di ispirazione della band; ci saranno variazioni nella line-up, quella che è stata citata è comunque la formazione principale.
A proposito dei Beach Boys è necessario parlare anche del periodo storico in cui ci troviamo: la seconda guerra mondiale era finita da un pezzo, ma non da tantissimo, e negli Stati Uniti il desiderio predominante era buttarsi tutto alle spalle, divertirsi e svagarsi; uno dei simboli di questa vitalità era la California con le sue spiagge ed il mare perfetto per il surf. Il genere musicale che nasce in quel periodo si chiama surf-rock, fatto di ritmi veloci, allegri e spensierati: niente di impegnativo, solo l’espressione di una gran voglia di divertirsi. Il maestro del genere era un certo Dick Dale, al quale il gruppo si ispirò in maniera abbastanza netta; altre influenza fu il rock ‘n roll di Chuck Barry.

Tornando al gruppo, l’esordio discografico è intitolato “Surfin’Safari”, ma più che un disco, sembra essere un simpatico tributo a Dick Dale. Decisamente meglio le cose vanno con il successivo “Surfin’ USA”, album trainato da quel successo destinato a rimanere negli annali che è la title-track, che a sua volta è una rivisitazione di un arrangiamento di Chuck Barry. L’album, comunque, offre ottime interpretazioni di classici del rock’n roll e del surf rock, tra cui spicca ovviamente “Misirlou” di Dick Dale. Il resto delle canzoni servono per definire lo stile del gruppo che si consoliderà negli anni. Il disco, comunque, è da considerare una vera pietra miliare del rock.
Verso la seconda metà del 1964 il gruppo, in poco più di due anni,era arrivato al sesto album: “All Summer Long”; questo è, a mio giudizio, il momento più convincente della loro carriera: anche qui c’è il singolo di successo destinato a rimanere nella storia (“I Get Around”), ma in questo caso è tutto l’album dall’inizio alla fine a convincere, con tutte le canzoni ben distinte e studiate, mentre nei lavori precedenti c’era sempre qualche brano fatto appositamente per riempire il disco; lo stile rimane quello dell’inizio, ed è in effetti il loro marchio di fabbrica.
Nel 1965 il gruppo produsse tre album, che purtroppo rappresentano un passo indietro, penalizzati da una produzione troppo frettolosa che li fece tornare al loro vecchio difetto di comporre un album per esaltare una sola canzone. I dischi si chiamano “Today”, “Summer Days (And Summer Nights!!!)” e “Party”; I singoli, comunque più che belli, sono rispettivamente “Dance Dance Dance”, “California Girls” e “Barbara Ann”, che però risultano essere tre Cattedrali nel deserto.
Arriviamo così al 1966, anno strano: il pubblico sembra essere improvvisamente stanco di un genere musicale basato esclusivamente su feste, amore e spensieratezza, vuole qualcosa di più elaborato; poco prima, in Inghilterra i Beatles producono “Rubber Soul”, disco che segna l’inizio di un cambiamento del rock in generale; la risposta di Brian Wilson non si fece attendere: “Pet Sounds” non è più l’album fatto per esaltare una singola canzone destinata a rimanere tormentone per le feste da spiaggia; è un insieme di canzoni tutte unite tra di loro e tutte meritevoli di considerazione dal punto di vista artistico, come nella miglior tradizione dei concept album. La spensieratezza dei lavori precedenti lascia spazio a riferimenti a tematiche e ad una musica decisamente più introspettiva; anche qui, comunque, è necessario citare un singolo che rimarrà nella storia: “Wouldn’t It Be Nice”. In tutta sincerità penso che se quest’album fosse messo in mezzo alla discografia dei Beatles, potrebbe essere benissimo scambiato per una loro produzione. La reazione del pubblico a questo cambiamento fu piuttosto fredda, al contrario della critica che lo esalta al punto che la rivista Rolling Stone lo mette al secondo posto come album più bello di sempre, subito dopo il non dissimile “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” dei Beatles. Personalmente lo ritengo sicuramente una pietra miliare della musica, ma mi sembra leggermente sotto i migliori lavori dei Beatles; tuttavia in questo caso, ancor più che con “All Summer Long” c’è la voglia di fare una opera completa nella sua interezza.
Il gruppo, evidentemente soddisfatto, decise di continuare su questa falsa riga, ma il loro vizio di buttar giù una quantità industriale di album in un tempo brevissimo si rivelò il loro peggior nemico. In meno di sette anni la discografia dei Beach Boys comprendeva 13 album da studio (!). Negli anni seguenti la band pensò di dedicarsi più ai litigi interni ed ai cambi di formazione, piuttosto che produrre qualcosa di valido, con la conseguenza che la loro discografia successiva ebbe risultati piuttosto trascurabili.
Finora non avevo parlato di un particolare che alla lunga diventò importante: i Beach Boys, nonostante l’immagine di bravi ragazzi che danno, avevano seri problemi con alcol e droga; nel 1983 Denis Wilson fu il primo a farne le spese, morendo ubriaco annegato in quel mare che tanti successi gli aveva portato. Dopo la sua morte, le raccolte e gli inediti si sprecarono, ma di rilevante dal punto di vista musicale non ci fu niente. Nel 1998, con la morte per tumore di Carl Wilson, per il gruppo arrivò la parola fine.
Al di là delle loro vite private, comunque, i Beach Boys come nessun altro gruppo nella storia della musica americana sono riusciti a rappresentare quei giovani di classe media così tanto desiderosi di divertimento.