Nuove audizioni per far parte degli Smashing Pumpkins

smashing_pIl gruppo statunitense  degli  ,  formatosi a Chicago nel 1988, è divenuto molto popolare a metà degli  anni ’90 con il doppio album “Mellon Collie and the Infinite Sadness”.

Il leader del gruppo, Billy Corgan, vera icona del rock, ha ideato nel 2010 un progetto davvero innovativo, per poter scaricare gratuitamente dal  sito web  della band 44 tracce, con cadenza mensile, in modo da creare nei fan una grande attesa e di rinverdire la popolarità del gruppo.

Gli , però, hanno recentemente subito l’abbandono da parte del tastierista e del bassista , per cui Corgan è stato costretto a fare nuove audizioni per i ruoli rimasti vacanti.

Fino al 31 Marzo è possibile candidarsi, inviando una mail a : pumpkinsbass@gmail.com oppure a pumpkinskeys@gmail.com, allegando un C.V. e foto, unitamente ad eventuali web links con proprie performances e video clips.

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I White Lies il 18 febbraio al Piper Club di Roma

whitelies

I White Lies, la inglese di , formatasi  casualmente in ambito scolastico e formata da Charles Cave, Jack Lawrence-Brown, Harry McVeigh e Tommy Bowen,  nel corso del 2009 si è esibita in numerosi live sia in Gran Bretagna che all’estero, anche come supporto ad altre .  Il 18 febbraio 2010 sarà possibile ascoltarla al Piper Club di Roma, nell’ambito del ricco programma di dal vivo, che sottolineerà  il quarantacinquesimo compleanno dello storico locale romano, ritornato a presentare musica live, dopo essere stato per anni solo una discoteca..

Inizio Concerto: ore 20,45

L’Alternative Rock degli Smashing Pumpkins

Smashing Pumpkins (U.S.A. – 1991)

Un’altra delle nuove proposte alternative all’heavy metal. Musicalmente, per comodità, li si può collocare nel calderone dell’alternative rock; più nello specifico, non esiste un preciso genere in grado di racchiudere al 100% gli Smashing Pumpkins.

Il primo album degno di nota della band è il secondo “Siamese Dream”: i suoni alti tipici del metal e del loro disco di esordio passano nettamente in secondo piano a favore di sonorità più sporche, distorte, e non particolarmente veloci; il risultato finale è veramente interessante.

Tempo per una raccolta di b-sides, ed arrivò l’album che sancì la definitiva consacrazione del gruppo: “Mellon Collie & the Infinite Sadness”, nettamente il loro miglior lavoro e, più in generale, uno dei punti più alti di tutto il . Raramente un doppio CD come questo riesce ad essere qualitativamente elevato, ma in questo caso ci troviamo davanti ad una piacevolissima eccezione.

Il successivo “Adore” del 1998, però, inizia già a mostrare qualche segno di cedimento, complice il fatto che si tratta di un album registrato senza batterista: alcuni pezzi sono belli, uno su tutti il singolo “I Adore”, ma il disco in sé contiene delle atmosfere troppo decadenti e addirittura deprimenti, tanto che alla lunga finisce con lo stancare.

Quell’alone di depressione che ha sempre fatto da sfondo ai gruppi rock alternativi, dopo aver portato il successo commerciale agli Smashing Pumpkins ed in particolare al leader Billy Corgan, si rivelò essere un nemico, facendo sembrare gli ultimi lavori come delle auto commiserazioni fini a se stesse: l’album “Machine”ed il suo seguito uscito solo su internet, sono un concept album di una rock band decaduta (è autobiografico?…); musicalmente non riesco a trovarci veramente niente di interessante.

Recentemente, dopo un breve scioglimento, il gruppo si è rifondato con un discreto album da studio. Le capacità e la freschezza mentale a mio parere giocano a favore del gruppo, basta che non esagerino ad esprimere il loro malessere esistenziale.

I Blur ed il Britpop

Blur (U.K. – 1991)

Vi confesserò una cosa, se non si era ancora capito: non ho una grandissima simpatia per la stampa musicale britannica. L’antipatia si accentua in maniera esponenziale se riferita a quella degli anni ’90: il movimento grunge aveva di fatto escluso la scena musicale del Regno Unito, relegandolo in seconda categoria; la morte di Kurt Cobain, così, rappresentò una vera e propria nemesi, più che per la scena britannica, per la critica, che non doveva fare altro che salire sul primo treno disponibile per far tornare protagonista assoluto il loro smodato orgoglio nazionalistico. Il treno che passò aveva, tanto per cambiare, destinazione Beatles; la moda del momento era rendere omaggio ai quattro di Liverpool. Quello che nacque in Gran Bretagna fu quindi un movimento di devoti che volevano ripercorrere gli antichi fasti, cominciando dal look, per poi proseguire quasi in secondo piano con la . La critica gongolò; qualsiasi facesse qualcosa di minimamente melodica veniva definita come “i nuovi Beatles”. La che andava in quel momento era la quint’essenza della semplicità ritmi pacifici e melodici con poche sperimentazioni e poco spazio ai singoli strumenti, fatta eccezione per la chitarra. Era così nato il britpop.

Sulle migliaia di “nuovi Beatles” penso che , per la maggior parte dei casi, sia meglio non rispondere alle provocazioni; una piccola parte di questi gruppi poi, pur avendo fatto qualcosa di decisamente più proponibile, ha avuto la colpa di non sapersi ripetere negli anni. L’unica, eccelsa, eccezione furono i Blur, i quali non si limitarono solamente a produrre qualche singolo tipicamente britpop, ma riuscirono a ripetersi e, cosa ancor più sconvolgente, a migliorarsi.

L’ che gli fece acquisire credibilità fu il terzo “Parklife”, ottimo esempio di quel britpop teso a rendere omaggio ai Beatles, ma che richiama dichiaratamente anche altre influenze (vedi The Who e The Kinks).

“The Great Escape” fu il seguito che, con le sue sonorità ancora più complesse, risulta essere probabilmente l’ meglio riuscito della .

L’omonimo “Blur”, poi, diede ulteriore conferma che ci si trova davanti ad un gran gruppo, chiaramente non paragonabile ai Beatles, ma comunque più che valido. Qui le sonorità sono più dure che nei lavori precedenti, i ritmi più veloci e movimentati; questo disco è considerabile come capostipite di quello che poi sarebbe diventato il genere indie.

Andando avanti col tempo, la iniziò a mostrare un certo interesse per le sonorità stile Coldplay, con risultati non negativi, sebbene il meglio fu dato dai progetti paralleli di Damon Albarn, la vera mente della . Il suo progetto meglio riuscito fu senza ombra di dubbio i Gorillaz, una “banda finta”, dove i componenti erano dei manga anziché degli esseri umani; il fatto che dietro ci fosse Albarn era in realtà il segreto di pulcinella. Rimane che gli Gorillaz del 2001 e Demon Days del 2005 sono il miglior risultato di quel genere chiamato , nel quale, sulle basi di un rock dai ritmi cadenzati e deprimenti , si alternano l’elettronica (molta), ma anche l’hip hop.

Tornado al gruppo, ufficialmente sono ancora in attività; se pubblicheranno qualcos’altro o no non lo si sa, ma sicuramente i presupposti ed il tempo per fare ancora qualcosa di grandioso ci sono tutti.

Lo Psychedelic Polka dei Primus

(U.S.A. – 1990)

Nonostante non siano notissimi al grande pubblico, i sono scuramente uno dei più geniali gruppi dell’intera storia della musica (oltre che uno dei miei preferiti). Il merito va principalmente attribuito al leader della : Les Claypol, eclettico passista ce con la sua particolarissima tecnica di suonare fa diventare il basso anziché la chitarra lo strumento principale delle composizioni del gruppo.

Il genere in questione non è molto facile da definire: potrebbe essere un abbozzo di crossover suonato in maniera iper-avanguardistica, piuttosto che un hard rock estremamente sperimentale e ritmato; per stare tranquillo prendo la definizione di Les Claypol: i suonano “” (più chiaro di così…).

Il primo “Freezle Fry” colpisce subito per le novità proposte dalla , con particolare attenzione chiaramente alle parti di basso; i testi e le musiche sono dissacranti, umoristici e quasi vogliono apparire volutamente difficili da digerire; se si fosse messo in mano a Frank Zappa un basso, il risultato probabilmente sarebbe stato molto simile a questo.

L’ironia e la dissacrazione dei canoni rock continuano col seguente “Sailing the Seas of Cheese”, e soprattutto con quello che considero il loro miglior lavoro da studio: “” del 1993. Di commercialmente proponibile c’è ben poco, questo è un genere che piace a pochi fedelissimi fans. Sicuramente comunque anche chi non ascolta questo genere-non genere apprezzerà i continui virtuosismi di Claypol.

Se la gazzosa di maiale (traduzione mia personale dell’) è l’apice artistico dei , il quinto “The Brown ” riesce ad essere un’altra ottima dimostrazione del valore del gruppo, mentre il seguente “Antipop” del 1999 rimarrà l’ultimo da studio. In questo disco, dal titolo emblematico, il gruppo sposta la sua attenzione dalla continua dissacrazione e l’ossessiva sperimentazione, ad una continua ricerca per la melodia; non che sia molto differente dai precedenti, ma è sicuramente quello di più facile ascolto, ed è comunque un’altra dimostrazione di bravura del gruppo.

Come già detto, però, questo fu l’ultimo capitolo del gruppo che, tuttora in attività, come produzione si è limitato ad un EP nel 2003. Les Claypol nel frattempo ha intrapreso come progetto parallelo una attività da solista che non differisce molto da quanto già proposto col gruppo. Ormai sono diversi anni che la produzione dei è ferma, ma finché non ci sarà la notizia ufficiale dello scioglimento, voglio credere che riusciranno a produrre qualcos’altro di geniale.

I Faith No More e Mike Patton

(U.S.A. – 1985)

Parlare dei è in realtà un modo per parlare del progetto più continuo di uno dei personaggi più geniali e sregolati (anche troppo) della storia del rock: Mike Patton.

Iniziando con la storia del gruppo, però, bisogna dire che il primo cantante è un certo Mike Morris, col quale il gruppo incise due piuttosto carini, molto influenzati dal pop rock commerciale dell’epoca.

Nel 1989 arrivò il cambio di voce e di direzione: “The Real Thing”, pur legato al sound pop, è comunque un ottimo grazie, soprattutto, all’eclettismo del loro nuovo leader; già qui si vede un certo distacco da quei canoni più commerciali, a favore di un avvicinamento ad un rock più veloce e ritmato che sarà poi prerogativa del seguente “Angel Dust”, indiscutibile fonte di ispirazione di quel genere definibile come , o direi piuttosto impropriamente, crossover. Con questi due termini si intende dire che si cercava di andare oltre a quei generi già esistenti quali quell’heavy metal senza compromessi, piuttosto che quel punk che troppo spesso toglieva spazio alle abilità dei musicisti. I gruppi che escono sotto l’etichetta “crossover”, fatte alcune eccezioni, si limitano ad essere per lo più di adolescenti che vogliono andare oltre, non si sa esattamente oltre cosa e verso dove, ma comunque oltre.

I oltre che essere una delle eccezioni di questo genere, sono un gruppo che comunque segue una strada propria, senza preoccuparsi troppo degli schemi canonici.

Il seguente “King for a Day…Fool for a Lifetime” è la massima espressione della del gruppo; la loro , poco improntata al commerciale, è altamente innovativa e di avanguardia.

Dopo tre ottimi lavori, il gruppo esce nel 1997 con un altro lavoro non negativo, ma Mike Patton aveva oramai concentrato le sue forze sui suoi innumerevoli progetti paralleli, dalle innumerevoli sfaccettature: i Mr.Bungle, gruppo dal quale proveniva e col quale ha continuato a suonare, sono un gruppo che si rifà a quel filone sperimentale rumoristico che ha avuto i suoi massimi esponenti nei Pere Ubu o, ancora di più, in Frank Zappa e Captain Beefheart; nella loro discografia spiccano gli “California” e soprattutto “Disco Volante”. Le altre partorite dalla mente di Mike Patton, quali ad esempio i Fantomas o i Moonchild, oppure i suoi solisti, più che dei progetti musicali, sembrano una valvola di sfogo di una personalità alquanto disturbata; l’ “Pranzo Oltranzista” ne è un chiarissimo esempio: la lasci il posto a versi e deliri senza un minimo rispetto per alcuna linea metrica.

Nel 2006, però, in un attimo di lucidità, Mike Patton se ne esce con quello che personalmente considero il suo miglior lavoro in assoluto, oltre che uno dei migliori del nuovo millennio: “Peeping Tom” riprende parecchio le sonorità dei , integrate con alcune sperimentazioni in stile Mr.Bungle senza, però, sfociare nella cacofonia pura.

Per il resto, quello che ci si può aspettare da Mike Patton è tutto ed il contrario di tutto, ma mi sentirei di escludere un nuovo con i . Ad ogni modo spero che la sua parte lucida abbia la meglio su quella delirante.

Il Funk Rock dei Red Hot Chili Peppers

(U.S.A. – 1984)

Anche in questo caso so che mi beccherò qualche maledizione. Nonostante riconosca al gruppo una grande originalità ed un formidabile impatto mediatico, rimango perplesso sul valore musicale della band. Il fatto che si trattasse di innovatori è dimostrato sin dai primi album: in un periodo come la metà degli anni ’80 ci vuole non poco coraggio a proporre un genere formato da una strana combinazione di funky, rap, soul ed un rock suonato con ritmiche abbastanza dure; il pop tanto in voga in quegli anni venne completamente snobbato dalla band. Detto questo, devo anche dire che il risultato non mi sembra molto ben riuscito, ed i lavori, pur originali, risultano comunque piuttosto frammentari e denotano una certa inesperienza. Per qualcosa di veramente interessante anche sotto il profilo dell’attuazione delle idee, bisogna arrivare al quinto lavoro: “” del 1991; questo disco rappresenta sicuramente il punto più elevato della carriera artistica della band; le mescolanze di suoni proposta nei lavori precedenti prende una forma ben definita e produce qualcosa di veramente interessante; tra i numerosissimi singoli dell’album, quello che sicuramente spicca è “Under the Bridge”, ballata che stempera un disco che ha come punto di forza i ritmi vivaci. Va detto che si tratta di un gran bell’album.

Arrivati al grandissimo successo commerciale la band dovette far fronte al primo cambiamento: il chitarrista John Frusciante lascia il gruppo sostituito da Dave Navarro, ex Jane’s Addiction (band di molto interessante) . I fans non accettarono tale cambiamento, per cui Navarro rimase soltanto per “One Hot Minute” del 1995; in realtà è stato molto sottovalutato, perché l’album che ne esce è piuttosto buono: lo stile del gruppo è sempre lo stesso, solo con suoni più distorti; in effetti l’unico componente che veramente emerge è però il bassista Michael Balzary, sicuramente uno dei migliori al mondo; Anthony Kiedis, invece, è la voce ed un eccelso leader carismatico, ma in quanto a qualità vocali…

Chiusa questa parentesi, arriviamo al 1999, anno della seconda svolta: “Californication” è un concentrato di singoli che ottengono uno più successo dell’altro; l’impatto che l’album ha avuto e tuttora ha sul pubblico è semplicemente impressionante, ma in questo caso non riesco a mentire: a mio parere il disco è veramente orribile. Musicalmente non c’è niente di valido, la mescolanza di suoni provenienti da diversi generi musicali si è amalgamata in maniera tale da produrre un colossale niente. Le singole canzoni del disco sembrano essere state studiate al computer per la loro semplicità e banalità. Il successo planetario ottenuto, però, dà ragione al gruppo e lascia il mio commento solamente come uno sfogo fine a se stesso.

La band, infatti, produsse altri due album sullo stesso stile del precedente; questa volta i singoli hanno ottenuto un successo piuttosto grosso, ma gli album sono riuscirono (era effettivamente impossibile) a raggiungere il successo di “Californication”.

La band ha quindi deciso di congelare definitivamente l’estro dei singoli componenti; il mio pronostico è che continueranno nel genere musicale ultimamente intrapreso; sarò io prevenuto, ma penso che artisticamente non hanno più niente da dire.