Il progressive metal dei Dream Theater

Dream Theater (U.S.A. – 1989)

Ero incerto fino all’ultimo se metterli: le loro capacità tecniche sono indiscutibili, ma i Dream Theater hanno sempre avuto l’enorme difetto di stagnarsi in quel sotto-genere chiamato “progressive metal”, che cercherebbe di riprendere i gruppi storici del progressive e riadattarli ai giorni nostri, ma in realtà finisce con l’essere un heavy metal contornato da tastiere trionfalistiche e continue esibizioni di bravura, un po’troppo fini a se stesse. Se da una parte, quindi, confesso che l’abbinamento progressive – heavy metal non mi piace, ammetto che il gruppo di cose buone ne ha fatte e non poche, e questo è ciò che alla fine è giusto che prevalga.

L’album di esordio è “When Dream & Day Unite”, e sembra essere una reinterpretazione dei classici del progressive, riadattati, appunto, con le sonorità heavy metal ed uno smodato utilizzo delle tastiere di Kevin Moore, vere protagoniste dell’album, sebbene è giusto citare anche i virtuosismi del chitarrista John Petrucci e del fenomenale batterista Mike Portnoy; il risultato finale è pretenzioso, ma effettivamente molto valido.

“Images & Words” del 1992 conferma quanto sopra e aggiunge originalità ad un gruppo a tratti troppo legato ai canoni dei Pink Floyd del periodo progressive, ma anche dei Deep Purple; questo è il maggior successo del gruppo, e probabilmente il loro lavoro meglio riuscito: la freschezza e l’innovatività delle canzoni rende piacevole sia questo album, sia il successivo “Awake”; in questo caso i Dream Theater hanno definitivamente conquistato tutti i fans dell’heavy metal iper-tecnico, diventando anche manifesto di un certo “snobbismo metallaro”: a tratti traspare che gli unici musicisti validi provenissero solo ed esclusivamente dal progressive metal.

Tornando al gruppo, “A Change of Seasons” è un EP composto dalla canzone stessa, suddivisa a sua volta in diverse parti, e una parte composta da un medley di cover molto ben riuscito.

Andando avanti con gli anni, però, i Dream Theater lasciano sempre più in disparte il progressive classicamente inteso, a favore di sonorità sempre più vicine a quelle del power metal, sottogenere dell’heavy metal che vede protagoniste chitarre e voci sparate al massimo dell’acutezza, alternate in maniera troppo netta a dei lentoni strappalacrime. Tra i lavori della seconda parte potrebbe meritare una citazione “Metropolis pt.2 – Scenes from a Memory”, un concept album incentrato su un giallo, con protagonista un certo Nicholas e la sua psiche. La storia è interessante, la sua esecuzione in musica, a dirla tutta, è piuttosto pretenziosa e comunque consigliabile solo per i fans del power-progressive-metal.

Il gruppo è tuttora in attività, ed ha prodotto nel 2009 “Black Clouds & Silver Linings”, che considererei il naturale seguito della loro seconda parte di carriera, fatta sì di molti riconoscimenti (il loro genere musicale è particolarmente apprezzato in Giappone, dove il gruppo è una vera e propria icona), ma che alla lunga stanca a chi predilige altri generi musicali. Nonostante tutto, ribadisco che di cose buone ne hanno fatte.

Articolo sui Saga, scritto da Marcello Ernano

Questo disco esce in doppio cd e doppio dvd, oltre ad un cofanetto che contiene entrambe le versioni, e celebra i venticinque anni dell’uscita del disco che ha lanciato la carriera di questi musicisti canadesi in Europa, ed è anche l’album col quale io li ho incontrati per la prima volta. Una celebrazione che assume un sapore amaro, l’ultimo lavoro in studio Trust è stato per me il disco migliore del gruppo da quando sono rinati con Full Circle, ma ecco che a sorpresa Michael Sadler, il carismatico cantante del gruppo, ha annunciato sul suo sito internet che a fine anno lascierà la band.

Un sapore amaro dicevo, ma in questo album il gruppo si presenta in piena forma e sfodera una grinta piena di orgoglio e determinazione. In altre parole avrete capito che questo disco propone un nuovo live, il quarto, e che dimostra come la dimensione on stage sia importante per questi musicisti. Effettivamente anch’io che li conosco piuttosto bene sono rimasto sorpreso dalla vitalità che hanno saputo imprimere ai classici contenuti in questo doppio cd. Worlds Apart ovviamaente è stato riproposto per intero, compresi i brani meno noti e poi ci sono tutti i classici, in particolare quelli dei primissimi album della band, con poche concessioni ai lavori successivi e qualche sorpresa come “We’ve Been Here Before” ripresa dallo sfortunato Wildest Dream.

I canadesi ultimamente hanno indurito il loro sound album dopo album, dando sempre più spazio al chitarrista Ian Chricton, una vera forza della natura, che ha sempre dato un tocco molto originale ai suoi assoli. Quindi i Saga di oggi sono molto più hard rock rispetto al tempo in cui Worlds Apart era uscito, scelta forse dettata dai tempi, ma che a mio parere ha finalmente valorizzato giustamente il già citato axeman. Sadler è splendido come sempre, anche se mi sembra meno potente rispetto ai suoi standard, ma è proprio una sfumatura.
Quante emozioni mi ha suscitato l’ascolto di questo live e pensare che il prossimo tour, che a quanto pare anche stavolta non toccherà l’Italia, porta il sottotitolo di Farewell Tour, ma io spero vivamente che l’avventura dei Saga non sia ancora finita, certo è che sostituire una voce particolare come quella di Michael Sadler non sarà facile. Comunque solo il futuro potrà darci una risposta. Intanto a voi che leggete consiglio caldamente questo doppio cd, è splendido e dà la possibilità di ascoltare alcuni fra i brani più belli di sempre dei canadesi. GB

Il Neo-Progressive dei Marillion

Marillion (U.K. – 1983)

Negli anni ’80 i gruppi storici della scena progressive abbiamo visto che decisero di dare un taglio netto al passato; se in quel periodo aveva ancora senso parlare di progressive, questo lo si doveva quasi esclusivamente ad un manipolo di gruppo che, pur adattandosi alle sonorità in voga in quel tempo, sono comunque riusciti a rispettare le caratteristiche del genere in questione. A tal riguardo il gruppo più rappresentativo, forse, sono proprio i Marillion. Entrando più nello specifico, bisogna dire che quanto proposto dalla band non lo si può definire proprio progressive, dal momento che manca completamente il legame con la musica classica; rimane tuttavia l’attenzione per i virtuosismi tecnici e le canzoni piuttosto elaborate, ben amalgamate con le tastiere, protagoniste assolute degli anni ’80. Quello che viene fuori è catalogabile come neo-progressive.

Parlando della discografia, dopo i primi due album che tanto sanno di tributo ai Genesis, il gruppo mostra in maniera definitiva la propria identità con “Misplaced Childhood”; lo stile Genesis si sente ancora, ma la voce del leader Fish emerge alla grande, ed è la caratteristica che fa fare il salto di qualità alla band. Il singolo “Keileigh” rimarrà la canzone più famosa del gruppo ed è la vera cartina tornasole di questo album, veramente eccezionale.

Tempo per un altro disco, ed il gruppo deve far fronte al cambiamento più significativo della sua carriera: Fish decise di lasciare il gruppo per intraprendere una carriera solista di discreto successo, sia per quanto riguarda la produzione, sia per il successo ottenuto. Al suo posto arrivò Steve Hogarth, tuttora presente nella formazione. Sebbene i fans accettarono di cattivo grado questa novità, francamente mi sembra impossibile trovare un sostituto più adatto gi Hogarth. “Season End” del 1989, infatti, non risente per niente del cambiamento, anzi, il gruppo assume sempre di più quelle caratteristiche che poi sarebbero diventate le peculiarità del neo-progressive, e l’album è più che buono, ed addirittura superato dal seguente “Holidays in Eden”.

Quello che si può rimproverare al gruppo sono invece le produzioni che seguirono: a metà degli anni ’80 anche il neo-progressive dovette far fronte ad una mancanza di idee, e gli album proposti dai Marillion suonarono come piuttosto ripetitivi e stanchi; per uno spiraglio di luce bisogna attendere il 2001, con “Anoraknophobia”, dove i ritmi, da pomposi e trionfanti che erano, si sono fatti più lenti e cadenzati.

Nel 2007 arriva una sorpresa: “Somewhere Else” è un disco più che positivo, che ricalca i Marillion del nuovo millennio, mentre il doppio “Happiness is the Road” del 2009, uscito originariamente solo on-line, è una mezza (quasi totale) delusione.

Se il gruppo sarà in grado di dare qualcosa di valido non so, ma escluderei un ritorno ai risultati di “Misplaced Childhood”: mi accontento di quanto hanno fatto nei loro anni d’oro.

Il supergruppo degli anni ’80: Asia

Asia (U.K. – 1982)

Certe volte chi ti ha supportato per tanti anni finisce per diventare il tuo principale denigratore. Così deve aver pensato Steve Howe dopo che “Asia”, l’album di esordio del gruppo, fu universalmente apprezzato dal grande pubblico, ma denigrato da gran parte dei fans del progressive più classico.

Gli Asia sono un supergruppo, inizialmente composto dagli ex Yes Geoff Downes e Steve Howe, dall’ex King Crimson John Wetton, e da Carl Palmer, che già abbiamo visto con Atomic Rooster ed Emerson Lake & Palmer (e già che ci siamo, ribadiamo che ha militato anche nei Crazy World of Arthur Brown). Come detto, questa è la formazione originale e più rappresentativa, il raccontare i numerosi cambi finirebbe con il diventare solo un mero elenco.

Tornando all’album di esordio, si capisce subito che col progressive precedentemente proposto c’è ben poco in comune, ma questo non toglie il fatto che ci troviamo davanti ad un super capolavoro, anzi, uno dei migliori dischi degli anni ’80. Il genere proposto è in perfetta armonia con i gusti del tempo: le tastiere sono pompose ed imperano su ogni canzone, ma senza risultare di cattivo gusto, tutt’altro; dal primo all’ultimo secondo il disco trasmette un’energia tale da far sentire l’ascoltatore come partecipe di un evento galattico. Se le tastiere sono la parte trainante delle canzoni del gruppo, c’è anche da notare la voce di Wetton, molto più alta e trionfante che con i King Crimson. Il risultato finale è un album di facile ascolto e commercialmente azzeccato, per questo diventò un successo assoluto.

Avanti con la stessa formula vincente, gli Asia producono un altro ottimo album, “Alpha”, che ha il solo difetto di essere il successore del loro esordio, per cui, pur essendo molto valido, risulta essere un po’ripetitivo alla lunga. Stesso discorso vale per il terzo “Astra”, accolto eccessivamente male dalla critica, pur essendo un album più che discreto, manca in diversi momenti di quei ritmi di tastiera così coinvolgenti che avevano fatto la fortuna del gruppo.

Andando avanti con gli anni, la band sembrò preoccuparsi più dei cambiamenti di line-up che della musica: per l’album successivo passarono sette anni, ed il risultato finale lascia quanto meno perplessi; le cose non vanno meglio con i successivi, degni di nota soltanto per il fatto che anche questi, come tutti i dischi della discografia, hanno un nome composto da una parola che inizia con la lettera A; di notevole ci sono anche le copertine. “Silent Nation” del 2004 e “Phoenix” del 2008 si distaccano da tutti questi lavori: oltre al fatto che il nome degli album non iniziano con la A, c’è anche da notare il fatto che ai ritmi trionfali dei precedenti vengono preferite delle ballate introspettive, ma anche qui il risultato non è molto positivo.

Degli Asia rimarrà comunque il ricordo che negli anni ’80 hanno dato una vera sferzata di energia, con un rock non eccessivamente complicato, ma di grandissimo impatto.