Il Funk Rock dei Red Hot Chili Peppers

Red Hot Chili Peppers (U.S.A. – 1984)

Anche in questo caso so che mi beccherò qualche maledizione. Nonostante riconosca al gruppo una grande originalità ed un formidabile impatto mediatico, rimango perplesso sul valore musicale della band. Il fatto che si trattasse di innovatori è dimostrato sin dai primi album: in un periodo come la metà degli anni ’80 ci vuole non poco coraggio a proporre un genere formato da una strana combinazione di funky, rap, soul ed un rock suonato con ritmiche abbastanza dure; il pop tanto in voga in quegli anni venne completamente snobbato dalla band. Detto questo, devo anche dire che il risultato non mi sembra molto ben riuscito, ed i lavori, pur originali, risultano comunque piuttosto frammentari e denotano una certa inesperienza. Per qualcosa di veramente interessante anche sotto il profilo dell’attuazione delle idee, bisogna arrivare al quinto lavoro: “Blood Sugar Sex Magic” del 1991; questo disco rappresenta sicuramente il punto più elevato della carriera artistica della band; le mescolanze di suoni proposta nei lavori precedenti prende una forma ben definita e produce qualcosa di veramente interessante; tra i numerosissimi singoli dell’album, quello che sicuramente spicca è “Under the Bridge”, ballata che stempera un disco che ha come punto di forza i ritmi vivaci. Va detto che si tratta di un gran bell’album.

Arrivati al grandissimo successo commerciale la band dovette far fronte al primo cambiamento: il chitarrista John Frusciante lascia il gruppo sostituito da Dave Navarro, ex Jane’s Addiction (band di rock alternativo molto interessante) . I fans non accettarono tale cambiamento, per cui Navarro rimase soltanto per “One Hot Minute” del 1995; in realtà è stato molto sottovalutato, perché l’album che ne esce è piuttosto buono: lo stile del gruppo è sempre lo stesso, solo con suoni più distorti; in effetti l’unico componente che veramente emerge è però il bassista Michael Balzary, sicuramente uno dei migliori al mondo; Anthony Kiedis, invece, è la voce ed un eccelso leader carismatico, ma in quanto a qualità vocali…

Chiusa questa parentesi, arriviamo al 1999, anno della seconda svolta: “Californication” è un concentrato di singoli che ottengono uno più successo dell’altro; l’impatto che l’album ha avuto e tuttora ha sul pubblico è semplicemente impressionante, ma in questo caso non riesco a mentire: a mio parere il disco è veramente orribile. Musicalmente non c’è niente di valido, la mescolanza di suoni provenienti da diversi generi musicali si è amalgamata in maniera tale da produrre un colossale niente. Le singole canzoni del disco sembrano essere state studiate al computer per la loro semplicità e banalità. Il successo planetario ottenuto, però, dà ragione al gruppo e lascia il mio commento solamente come uno sfogo fine a se stesso.

La band, infatti, produsse altri due album sullo stesso stile del precedente; questa volta i singoli hanno ottenuto un successo piuttosto grosso, ma gli album sono riuscirono (era effettivamente impossibile) a raggiungere il successo di “Californication”.

La band ha quindi deciso di congelare definitivamente l’estro dei singoli componenti; il mio pronostico è che continueranno nel genere musicale ultimamente intrapreso; sarò io prevenuto, ma penso che artisticamente non hanno più niente da dire.

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