Il Post Punk – New Wave dei Depeche Mode

Depeche Mode (U.K – 1981)

Effettivamente ammetto che per considerare rock i Depeche Mode bisogna avere una interpretazione quanto meno elastica, la stessa che non ho avuto in altri casi (ad esempio per David Bowie); dal punto di vista soggettivo mi viene da dire che in molte occasioni assocerei diverse canzoni dei Depeche Mode ad alcuni filoni del rock, specialmente il dark anni ’80, ma niente di più; lo stesso discorso lo potrei fare con altri artisti, ma a questo punto emerge un’altra componente: la mia percezione personale, che me li fa associare al pop, ma allo stesso tempo mi fa dire che sono stati uno dei più influenti gruppi per le generazioni future, lasciando ancora adesso tracce sensibili nel mondo del rock, per questo ho deciso di fare una mezza eccezione.

Nei loro primi lavori, va detto, di rock non c’è praticamente niente, ma viene rappresentato a meraviglia il sound tipico del tempo: canzoni non eccessivamente impegnate nella loro sostanza, ma contornate di suoni elettronici e pervase dal sintetizzatore; il prodotto finale è dichiaratamente rivolto al grande pubblico, al boom commerciale, e le vendite finiscono col premiarli.

Per vedere emergere parzialmente la componente rock bisogna arrivare addirittura al settimo album: “Violator” del 1990: uno di quei dischi da considerarsi universalmente un capolavoro, indipendentemente da ciò che si è abituati ad ascoltare; effettivamente la vera forza del gruppo è proprio questa: mentre il pop degli anni ’80 tendeva a farsi molti nemici, la musica dei Depeche Mode viene ad avere mire universali, ed è francamente impossibile trovare una critica a questo album. Anche qui la parte pop elettronica è la grande protagonista, ma le canzoni sono strutturate in maniera più complessa rispetto ai canoni pop, con una attenzione spasmodica alle parti atmosferiche, e a tal proposito si può trovare qualche legame col rock, soprattutto con quanto proposto dai Cure.

Il successo universale di “Violator” non fu ripetuto, almeno commercialmente, dal successivo “Songs of Faith & Devotion”, ma qui ancora più che col precedente si denota la piena maturazione del gruppo: le canzoni sono più riflessive, forse meno orecchiabili (è questo il vero difetto del disco), ma sicuramente più incisive.

I lavori seguenti, invece, segnarono un ritorno agli anni ’80 o, per dirla meglio, un ritorno alle loro origini ed alle loro forti peculiarità musicali.

Il gruppo è ancora in attività, il tempo per un altro capolavoro lo hanno ancora, e nel 2009 non ci sono andati lontani con “Sounds of the Universe”, dove si conferma la predilezione per la classica New Wave, riadattata, ma neanche troppo, in chiave moderna. Nel disco spicca il singolo “Wrong”, a mio parere a livello di quelli di “Violator”, ma è tutto l’album ad essere più che valido.

Se nel futuro riusciranno a tenere ancora così alti i livelli non lo so, ma essere arrivati ai giorni nostri in queste condizioni è davvero sbalorditivo.

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