Il progressive chiaro e netto dei Gentle Giant
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Gentle Giant (U.K. – 1970)
Anche in un discorso di rock in generale, non soltanto relativo al progressive, ritengo giusto prendere in considerazione anche loro.
Anch’essi facenti parte di quel calderone che era il progressive britannico che va tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, i risultati ottenuti dal gruppo furono secondo me minori rispetto a quanto avrebbero meritato.
Il loro secondo disco, “Acquiring Taste” è il primo nel quale la band mostra le proprie potenzialità. Anche in questo caso il tipo di progressive proposto è quello secondo i canoni dei Jethro Tull, con ritmi fiabeschi e medievali. Il protagonista della band è Ray Shulman, bassista e soprattutto violinista; nonostante il gruppo non brilli per originalità, l’interpretazione è comunque molto positiva.
Col passare del tempo il gruppo, parecchio snobbato in madrepatria ed apprezzato, per esempio, in Italia, continuò sulla stessa lunghezza d’onda, ed i dischi prodotti furono piuttosto gradevoli; “In a Glass House” del 1973 è il loro quinto album ed è anche una loro parziale consacrazione, o per lo meno è quello che più di tutti ha convinto critica e pubblico. Il settimo “Free Hand”, invece, è l’ultimo che riesce a proporre qualcosa di vario e divertente; i rimanenti, pur non avendo niente di particolarmente negativo, suonano un po’come ripetitivi.
Nel 1980 il gruppo, forse per mancanza di riscontri commerciali, decise di mollare il colpo.
Detto ciò, penso che certe volte per essere ritenuti un buon gruppo non è necessario a tutti i costi fare qualcosa di originale ed innovativo, sebbene in un genere come il progressive qualcosa di tuo ce lo devi mettere per forza. I Gentle Giant si sono limitati a riproporre, in maniera comunque piuttosto personalizzata, delle cose che erano già state fatte da altre. A chi le fa bene, come in questo caso, penso che bisogna renderne comunque merito.
